Come trovare marito in Sicilia

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La scorsa settimana in Italia era San Faustino, ma in buona parte del mondo era “Il giorno dopo quel disastro di San Valentino” la giornata autodedicatasi di tutti gli spaiati, oggi modernamente chiamati single.

Single imperterriti e convinti, single per scelta degli altri, single che non si ricordano più perché sono single, single che finalmente sono single e single che odiano tutti quelli che non sono single perché pensano di esser single solo loro.

E poi ci sono le zitelle.

Tutta una categoria a parte di signorine che vorrebbero trovare un bravo picciotto, sistemato, graziuso e travagghino (Maria di Trapani docet) con cui metter su famiglia ma che, ohibò, son sfortunate (brutte) e quando sei sfortunata l’unica cosa da fare è quella, andare in chiesa a pregare Sant’Onofrio.

Secondo la leggenda Sant’Onofrio era figlio del re persiano Teodoro ma alla sua nascita un demonio disse che era il frutto di una relazione adultera della regina. Poiché fu sottoposto alla prova del fuoco uscendone indenne, diedero ragione al demonio. Ben presto Onofrio decise di allontanarsi dall’umanità e fare l’eremita nel deserto egiziano vestito solo di un foliage a perizoma, in povertà e intensa religiosità.

A Palermo Sant’Onofrio ha il titolo di nientepopodimeno che patrono secondario e nel 1568 gli fu dedicata una chiesetta, in Via Panneria (la via dei panni, perché una volta era piena di fabbriche che producevano indovinate voi cosa). E’ una chiesa giustamente molto modesta con qualche stucco e qualche pittura dedicate tutte al santo su cui spiccano due opere, un quadro dipinto da Giuseppe Salerno detto “Lo zoppo di Gangi” e una scultura di legno bruttarella opera del “Cieco di Palermo“, tutte raffiguranti Sant’Onofrio detto “Pilusu“, Peloso, per via della lunga barba.

Questa chiesa pare una barzelletta, lo so, eppure Sant’Onofrio tutt’ora viene pregato perché ha il potere di far trovare marito alle zitelle! Una volta ( e forse pure ora ma magari non ve lo dicono) si eseguiva un preciso rito sciamanico per fare arrivare questa benedetta anima gemella. Ogni sera, per nove giorni di seguito, si doveva recitare tra una preghiera e l’altra una filastrocca fatta apposta per chiedere la grazia a Sant’Onofrio , che probabilmente si rovinò quando la prima di queste matte trovò effettivamente qualcuno a cui mettere il cappio. Mentre si recitava la filastrocca si doveva mettere una monetina da due centesimi nella serratura di una porta qualsiasi. Se fosse caduta la richiesta era esaudita!

Sant’Onofrio a quanto pare è miracoloso pure per quelli che hanno perso qualcosa e per gli studenti che devono dare esami, perché con un’altra filastrocca il santo ti fa tornare la memoria! 😀

Seriamente, anche se in Sicilia esistono Facebook e Whatsapp, il computer e la Play Station, per certe cose rimane un luogo ancora arcaico perduto in questo Occidente disincantato dove trovi qualcuno che ha ancora fiducia nella magia.

Anche questo è il suo fascino e se non fa niente di male a nessuno non può diventare la sua condanna. Io non credo a queste cose e nemmeno a tante altre. Quando sento i discorsi di gente laureata e “normale” parlare con tenerezza di certi riti e dire che funzionano, senza nessun fanatismo ma con la fiducia cieca in cose imperscrutabili alla ragione, io con la ragione non riesco a capire come possano convivere in modo così fluido due modus vivendi tanto distanti. Eppure, con il cuore, non riesco nemmeno a disprezzarli, lo accetto e basta e trovo confortante vedere che gli umani non perdono sempre la loro umanità e come riescano a trovare i loro riti rassicuranti, un po’ infantili, talvolta primitivi, a volte personalissimi e altre, come in questo caso, di una tradizione di cui non si conosce più il tempo.

Decidete un po’ voi, io intanto il rito per pregare Sant’Onofrio ve l’ho detto ma vi lascio anche le parole del poeta Kahlil Gibran:

“Non crediate di guidare il corso dell’amore, poiché l’amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso”

Buona fortuna 🙂

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com

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City Walk di un giorno (o due) al centro storico di Trapani

Ok, oggi come promesso post utile (speriamo) su Trapani.
Non si capisce perché ma questa città non è molto conosciuta e questa è la sua storia sfigata di sempre! Sarà perché quel VIP di Goethe non ne parla?
Vai sui blog e parlano sempre degli stessi 3 posti: Taormina, Siracusa e Palermo, dove finisce la Sicilia occidentale in pratica. Per carità , sono bellissime, ma che senso ha vedere tutti le stesse cose?

QUI vi scrivevo cosa mi piace di questa città invisibile e su questo post vi riporto una mini city walk da fare in un giorno a Trapani. Tempo addietro feci una serie di ricerche per una city walk per un altro blog e ho scoperto che al di là dei miei sentimentalismi questa città è davvero un piccolo gioiello e non lo dico solo io che son di parte ma me lo dicono tutti quelli che la vedono, sorpresi. Ci sarà un motivo, no?

Trapani vale bene una giornata o anche un weekend se volete far le cose con calma.

In realtà Trapani può essere anche una buona base dove dormire per poi visitare molti luoghi della Sicilia occidentale ma per oggi vi scrivo solo una passeggiata per immergervi nel centro storico di questa città piccola e carina, che da brava città siciliana vanta un po’ di Medioevo, tanto Barocco ma di quello che non fa male agli occhi e Liberty a sorpresa, nelle scale viste di nascosto e nei sopraporta di case anonime. Si sciala tra due mari e ti corrompe con gioielli di corallo e ricami e graffe ripiene di ricotta. Alè!

Questa passeggiata è lunga circa 5 km, si può fare a piedi o in bicicletta perché il centro storico di Trapani non è intasato di macchine e può durare mezza giornata o una giornata intera, dipende da quanto vi piace fare le lucertole al sole.

La facciamo iniziare dal porto di Trapani, dal B&B Belveliero, ad angolo tra Via Ammiraglio Staiti, dove si trovano tutte le principali fermate dell’autobus e l’imbarco degli aliscafi per le isole, e la Via San Cristoforo. Un buon punto strategico da cui arrivare/partire e un bel posto in cui svegliarsi la mattina con la vista sul mare 🙂

1. Scoprire Andrea della Robbia nella Chiesa di Santa Maria del Gesù

E’ una chiesa a tre navate, con il tetto a carena rovesciata e i colori del sale e della terra. Le colonne nude e la luce soffusa ne fanno una chiesa semplice e raccolta, giusto alcune travi contengono un pizzico di ricchezza nelle iscrizioni in madreperla (io sono cieca e non le vedo?).

L’unica nota di colore si trova in fondo alla navata destra ed è la Madonna degli Angeli di Andrea della Robbia, il più famoso ceramista toscano del ‘400, diffusore della terracotta invetriata policroma. Le sue opere sono sparse in molte chiese e palazzi della Toscana e dell’Umbria ma a quanto pare questa Madonna è una delle sue opere più belle.

2. Le contraddizioni di Piazzetta Saturno

A prima vista può sembrare una normale piazza, in realtà è uno strano miscuglio di sacro e profano.

A sinistra c’è una delle chiese più antiche di Trapani, la chiesa di Sant’Agostino, una vera araba Fenice. Nata nel 1101 come cappella dei Cavalieri Templari, fu ampliata, modificata, chiusa, aperta, distrutta, ricostruita. Di originale ha solo la facciata a capanna e il rosone in stile chiaramontano.

A lato della chiesa c’è la fontana di Saturno, che in età pagana era la divinità protettrice di Trapani. Fu un regalo alla città da parte della famiglia Chiaramonte, molto potente e influente nel ‘400. I loro membri assunsero cariche ovunque in Sicilia e di conseguenza l’isola è piena di castelli in stile “chiaramontano”.

Ma c’è un terzo elemento nella piazza che di chiaramontano non ha niente. Ci sono palazzi con negozi d’abbigliamento molto lussuosi e dei balconi strani. Le ringhiere hanno una forma…inusuale, sopratutto se pensiamo di essere di fronte ad una chiesa. Osservate bene e capirete che cosa c’era prima in quel palazzo!

3. Segui le stelle sulla Torre Oscura e troverai caramelle dal sapore vintage

Via Torrearsa e Corso Vittorio Emanuele sono due delle strade più belle per passeggiare oltre ad essere piene di negozi. Prima di continuare per il Corso date un’occhiata veloce all’orologio astronomico sulla Torre Oscura, subito dopo il Palazzo Senatorio con i due orologi sulla destra.

La Torre Oscura è l’unica rimasta delle quattro torri d’avvistamento costruite in epoca cartaginese (mica ieri) e ricostruita nel XIII secolo da Giacomo d’Aragona. Ospita la porta più antica della città e l’orologio astronomico, formato dal Quadrante del Sole e dal Lunario.

Se volete fare un acquisto grazioso e vintage passate sotto la porta, troverete un negozio colorato dove fanno ancora le caramelle a mano. Tocchetti di zucchero croccante al sapor di carruba, fragola o menta da far cariare i denti al sol pensiero. Si trova lì da decenni, mia nonna ci portava mia madre a comprare le caramelle alla carruba, tagliate sul ripiano di marmo e incartate ad una ad una. La tradizione continua, da entrambe le parti.

4. Godersi il passìo sulla Rua Grande

A questo punto potete proseguire per l’antica “Rua grande” della città, Corso Vittorio Emanuele. Questa strada, Via Torrearsa e Via Garibaldi sono considerate le tre grandi strade del “passìo”, del passeggio, di Trapani dal 1200.

Quando è assolata restituisce colori luminosi e brillanti che mettono di buon umore. Tanto bianco, giallo e pietra, teste scolpite di emeriti sconosciuti, riccioli di ferro battuto e gerani rosa. Di mattina è frequentata ma non caotica, si sente lo scalpiccio dei passi, le risate e i saluti dei vecchietti e dei negozianti che si incontrano ogni giorno, perché per fortuna è una strada chiusa al traffico.

Potete comunque scoprirla in bicicletta in allegria e sopratutto con calma, dopotutto siete in Sicilia, l’Isola della Gioia, quindi godetevela e scaldatevi al sole come lucertole felici (mi raccomando non ad agosto alle 11 del mattino).

5. Gli stucchi al Collegio dei Gesuiti

I soldi non faranno la felicità ma qualche sfizio te lo fanno levare, anche se sei gesuita. Il prospetto di questa chiesa si fa fotografare. Ai tempi costò parecchio ai Gesuiti che poterono permettersi tanto sfarzo grazie alle ingenti donazioni per il progetto educativo del loro collegio.

Anche l’interno è molto bello, decorato con grandi quadri di stucco bianco e oro e rappresentazioni bibliche. Li fece Bartolomeo Sanseverino, allievo di Giacomo Serpotta, lo scultore palermitano campione nell’arte dello stucco nel tempo in cui il pomposo barocco perdeva posizioni davanti al leggiadro rococò.

Il tripudio di fogliame, puttini e arabeschi in marmo incastrati a mosaico potrebbero risultare pesanti per le persone dai gusti semplici ma affascina ammirare la pazienza e la fantasia degli scultori seicentisti. Gente che si alzava la mattina per andare a scolpire un angioletto da incastrare tra altri 3000, che magari non si vede in questo casino ma metti che l’occhio cade proprio su quello? Che figura ci facciamo?

Faceva parte del grande complesso gesuitico anche il Liceo Classico Ximenes che vedete accanto. Se vi va potete entrare giusto per apprezzare il bel chiostro barocco interno.

6. Comprare i tesori ricavati dal sangue di Medusa

Nelle Metamorfosi Ovidio scrisse che il sangue di Medusa, decapitata da Perseo, pietrificò alcune alghe colorandole di rosso. Fu così che nacque il corallo.

La lavorazione del corallo è tipica dell’artigianato trapanese e una tradizione molto antica. Gioielli, presepi, boccali, piccoli scrigni incrostati, arazzi ricamati con perline sanguigne, non so chi potrebbe mettersi in casa qualcosa del genere, perché alcuni sono davvero opulenti. Tra Via Torrearsa e Corso Vittorio Emanuele sono molti i negozi che vendono oggetti in corallo, alcuni dal prezzo proibitivo, altri dall’aspetto barocco, ma altri ancora a prezzi contenuti e sopratutto in uno stile che non vi faccia sembrare una Madonna quindi se volete portarvi un ricordo particolare o fare un regalo più raffinato invece della solita calamita, perché no?

7. L’arte fiamminga alla Cattedrale di San Lorenzo

Fu edificata per volere del re Alfonso il Magnanimo nel 1421.
Da qui non potete vederle bene ma dalle terrazze del centro storico è facile riconoscere la cattedrale per via della cupola ricoperta da maioliche verdi che brillano al sole e i quattro cupolini ai lati.

Grazie alle finestre della grande cupola e alla sua altezza è una chiesa molto luminosa e chiara, dentro vi sono contenute diverse opere di importanti artisti fiamminghi come Van Dyck e Geronimo Gerardi.

Una bella occasione per vedere la cattedrale è la vigilia del 7 agosto, per Sant’Alberto, il patrono di Trapani. La statua di sant’Alberto viene portata su un carro trainato dai devoti in giro per il centro storico e poi si ferma qua dove si celebrano le messe in suo onore.

8. Vedere i Misteri nella Chiesa del Purgatorio

Costruita alla fine del 1600, il suo prospetto è una delle opere più belle dell’architetto trapanese Giovanni Biagio Amico, la cui biografia sembra scritta da Dickens.

Nato povero, entrò in questa chiesa da semplice sagrestano riuscendo poi, da autodidatta, ad assumere le competenze di architetto, ingegnere e teologo fino a ricoprire alte cariche ecclesiastiche e civili. Quando ne ebbe la possibilità Giovanni decise di abbellire quella chiesa dove trovò i mezzi per studiare e il risultato è questa facciata ricca ma non eccessiva, con i 12 apostoli presi da varie incombenze sparsi su tutto il prospetto svettante verso il cielo.

E’ anche la chiesa da cui il Venerdì santo escono i 20 gruppi scultorei dei Misteri che rappresentano la Passione di Cristo, in una processione molto suggestiva che dura fino al sabato successivo. Se non potete venire per il Venerdì Santo non fa niente, perché i Misteri vengono custoditi qui dentro per il resto dell’anno. In fin dei conti non è male vederli tutti poggiati così, nella silenziosa luce mattutina che diffonde tra le navate.

9. Guardare un concertino davanti una libreria Liberty

Andando più avanti, tra gli ombrelloni e i tavoli dei bar disseminati per la strada, troverete sulla sinistra una bella libreria, la Libreria del Corso, al numero 61, che si merita una foto perché ha una facciata Liberty che può passare inosservata dai più distratti e una bella sosta perché spesso organizzano piccoli concerti all’aperto di artisti locali, la mattina o il pomeriggio, e potreste essere fortunati e beccarne uno.

10. Prenotare il pranzo (o la cena) a base di carne ai Grilli

Anche nella città del pesce è possibile trovare della carne sopraffina. Al numero 69 troverete la braceria “I Grilli” e il suo proprietario Renato.

Vi sedete dentro ed è bello per il contrasto tra arredamento moderno e tufo antico, ti siedi fuori e ci sono i mascheroni del bel palazzo barocco accanto. Questa è una bella tappa per un pranzo a base di carne e per assaggiare i formaggi e salumi siciliani. Avete presente il salame di suino nero dei Nebrodi? O quello con il pistacchio? Vogliamo aprire la parentesi degli spiedini trapanesi?

C’è una carta dei vini ricchissima ma io vi dico che il Syrah in Sicilia ha trovato la sua terra e il Nero D’avola se non lo bevete qui dove potreste apprezzarlo come si deve? Se avete dei dubbi fatevi consigliare da Renato, un padrone di casa raffinato e gentile.

11. Rinfrescarsi con un succo di frutta da Elipao

Frullateria un po’ hipster un po’ bohemien per prendersi una pausa rinfrescante con un succo di vera frutta o un’insalata seduti sul marciapiede fresco davanti a un locale piccolo e tanto tanto carino 🙂

12. E se vieni a Trapani devi trovare spazio per il couscous di pesce e la pizza rianata

Io lo so che continuo a parlare di mangiare ma mi piace condividere quello che so e insomma, non dico che se vieni in Sicilia e non mangi che ci vieni a fare ma quasi 😀

Sono diversi i locali dove amiamo mangiare e che vi posso consigliare, quindi cominciate a prender nota.
Andate più avanti scendendo per il Corso, fino a Piazza Jolanda. Al numero 191 troverete il ristorante Antichi Sapori, i loro piatti forti sono tutti i primi e il cuscus a base di pesce, il piatto bandiera trapanese, con la zuppa di pesce o i calamari in porzioni pantagrueliche _ (ve ne parlo QUA)

Al numero 193 si trova invece la pizzeria Jolanda, una delle migliori del centro storico. Se proprio volete fare un’esperienza trapanese completa prendete la pizza rianata: aglio, pangrattato e acciughe e una bella birra ghiacciata.

13. Sentire la musica portata dal vento e sbirciare dentro un palazzo antico

In realtà questa passeggiata potrebbe iniziare anche da Via Sant’Anna, dopo aver fatto le colazioni con me al B&B Granveliero, al numero 41.

Pur essendo in pieno centro storico questa è una zona molto tranquilla ed è bello cominciare a spostarsi dalle strade principali a quelle più nascoste e silenziose. Chi fa jogging prende sempre da qui perché è una via tranquilla, si sentono solo i gabbiani e le onde del mare vicinissimo ma che potete sentire soltanto perché non c’è l’ingombrante presenza dei clacson. A volte si sentono i musicisti che vivono nei paraggi fare le prove e il vento porta il suono di una tromba.

Qui tutti lasciano le finestre aperte per far entrare la frescura e il silenzio e potrebbe capitarvi di sbirciare dentro il palazzo dove passo tutti i giorni di primavera, estate e autunno. Giovanni ha voluto mantenere il più possibile l’identità originaria di questa casa degli anni ’20, ha conservato tutti gli affreschi sui tetti e i pavimenti e le vasche in pietra. Anche se non alloggiate qua se passate a trovarmi mi fa piacere 🙂

14. Un portone misterioso

Andando qualche metro più avanti vi imbatterete in un misterioso portone barocco, quel che resta della piccola chiesa di Santa Lucia.

Non so cosa ci sia dentro e nemmeno lo voglio sapere, per non rovinarmi il ricamo di fantasia che ci faccio sopra ogni giorno. Le porte aprono sui mondi ed è bello immaginarsene uno diverso ogni volta.

Santa Lucia fu una martire siracusana a cui vennero cavati gli occhi e che viene festeggiata il 13 dicembre, giorno in cui non si mangia né pane né pasta per ricordare la carestia del 1646 terminata con l’arrivo provvidenziale di una nave carica di grano. Per un siciliano ricordare una carestia con il digiuno è inconcepibile quindi hanno convertito la ricorrenza ne “Il giorno in cui ci si sfonda di arancine” (che tanto son fatte di riso, quindi VALE)

A Trapani Santa Lucia era anche la protettrice dei pescatori di corallo. Il corallo non venduto sulle banchine del porto veniva ammassato nella chiesa di Santa Lucia e i compratori trapanesi e forestieri potevano scegliere e comprare tra le varie merci.

15. Un mare di complimenti al mercato del pesce

Appena varcato il cancello sarete assaltati dal vociare e le ragazze potranno sentirsi rivolgere un buffo “Mie belle signorine, comprate le mie sardine!” ed essere ammirate dagli sgombri, da gamberi e dalle seppie.

Potete arrivare al mercato del pesce anche girando a caso per le piccole viuzze, dove in estate non è inusuale imbattersi in gruppi di pescatori che riparano le loro reti, in fondo questa era ed è ancora la zona dei pescatori e degli armatori.

16. Il Castello cartaginese della Colombaia

A che siete in zona potete farvi una passeggiata nel silenzio del porto peschereccio e farvi frullare un po’ i capelli dal vento.

Tra le barche e il mare potrete vedere (e, se beccate una giornata del F.A.I, visitare) il Castello/fortezza della Colombaia, circondato dalla bassa marea. Secondo la leggenda fu costruito dagli uomini in fuga da Troia in fiamme nel XIII secolo a.C. ma in realtà è una fortificazione risalente alla prima guerra punica.

Si chiama così perché quando fu conquistata di Romani, l’isoletta divenne sede del culto di Venere e fu popolata dalle colombe sacre alla dea, che venivano anche usate per comunicare con la terraferma.

Fu una prigione fino al 1965 e poi venne abbandonata. Qualcuno ha il fegato di raggiungerla a colpi di remi su una barchetta, tanto l’acqua è bassissima.

17. Liberty in mezzo al mare

Esattamente dall’altra parte c’è il Villino Nasi, proprio in mezzo al mare, quindi non oso immaginare la disperazione di chi puliva i vetri delle finestre.

E’ una casa museo in stile Liberty visitabile, apparteneva a Nunzio Nasi, ministro trapanese del Regno d’Italia. Gli interni sono affrescati e gli arredi originali e il custode si offre volentieri di farvi da guida. L’ingresso è totalmente gratuito e si possono scattare foto.

La parte più bella è la terrazza naturale sul mare, che qui è ovunque ti giri. Il giardino non è molto curato ma ci sono tante panchine che resuscitano l’anima contemplativa ed è comunque un posto molto romantico.

18. Il Museo alla Torre di Ligny e un bagnetto all’improvviso

Un’antica torre costiera posta all’estremità occidentale della città, proprio tra il Mar Tirreno e il Mar Mediterraneo. Eretta nel 1671 per difendere la città dai corsari ottomani e nordafricani che imperversavano per queste coste,i tufi con cui fu costruita provengono dall’isola di Favignana, dove una volta c’erano numerose cave.

Dentro si trova un piccolo museo di preistoria e archeologia marina, visitabile al costo di 1 € . Ci sono elmi e anfore di epoca punica e romana (III° sec. a.C.) e diversi manufatti e utensili che ricordano la preistoria di Trapani.

La visita vale la pena sopratutto per la terrazza da cui potete ammirare tutta la città vecchia e sentirvi dei sovrani in mezzo al mare, la vista è davvero mozzafiato, in qualsiasi stagione. Ritrovarsi in un quadro blu, tutto blu, sopra, sotto, dietro, davanti è una sensazione che dà le vertigini e vorresti avere le ali per spiccare il volo.

Se volete trovare un posto dove sedervi per guardare il tramonto percorrete il perimetro della torre e godetevi il tripudio di rosa e arancioni.

Se poi ai lati della strada che porta verso la torre vedete gente che fa il bagno e vi viene improvvisamente voglia, ripercorrete la strada al contrario e girate alla prima traversa sulla sinistra. Scendete le scale, girate di nuovo e preparatevi il costume.

19. La granita da Liparoti

Una volta scese le scale potete invece girare a destra e seguire il mare. Arrivati quasi alle mura antiche fermatevi a prendere il gelato da Liparoti, il più buono della città. Il signor Liparoti si è classificato al 9° posto come miglior gelatiere d’Italia e a ragione. Ve ne parlo QUA.

20. Le Mura di Tramontana

Furono erette come fortificazione durante la dominazione spagnola del ‘500.
Qui la gente viene a correre, a passeggiare, a guardare le stelle. A volte, la sera, organizzano delle danze popolari e dei piccoli concerti che coinvolgono tutti i passanti.

Le mura di Tramontana sono lunghe circa un chilometro ma una passeggiata sotto le stelle da queste parti può durare un bel po’.

Sotto le mura c’è una piccola spiaggia facilmente raggiungibile e poco frequentata. Oltre ai pochi bagnanti potreste incontrare dei vecchietti seduti a un piccolo tavolo di legno scrostato messo all’ombra delle mura, intenti a giocare a carte o a parlare animatamente. Quel tavolo e quelle seggiole verranno probabilmente lasciate lì durante la notte e non stupitevi se il giorno dopo le ritroveranno. Qui lo capisci se le sedie sono state buttate via o se sono solo posate temporaneamente.

21. Comprare un giocattolino carino degli anni ’50

Sulle mura, a metà percorso vedrete una scalinata sulla destra. Se vi interessa l’antiquariato a prezzi accessibili scendete e troverete una botteguccia ad angolo che espone gli oggetti più disparati. Orci antichi, setacci, tanti giocattoli degli anni ’40 e ’50, una volta avevano pure una tuta da palombaro.

E’ facile da riconoscere per tutte le cianfrusaglie carine in bella mostra e per il gruppo di vecchietti seduti in cerchio lì davanti a parlare. Dopo una certa età non vanno più al mare.

Continuando invece sulle Mura, oltre la ex Piazza Mercato del pesce, ci sono diversi km di spiaggia libera e di lidi attrezzati se vi interessa.

22. La passeggiata nobile in via Garibaldi

Anche qui in passato si è tenuto un concorso tra i nobili della città per avere il palazzo più bello, sopratutto nel XVIII° secolo.

Il primo è il Palazzo Burgio dei Baroni di Xirinda (famiglia che tra gli antenati contava ascendenze arabo-normanne risalenti al 1100, gente che faceva le Crociate e un santo) dal portale gigante alle bifore di diverse dimensioni in stile un po’ moresco, questo edificio cinquecentesco è uno dei più belli della via.

Più avanti c’è il Palazzo del Barone Giardino, un pizzico di Andalusia in un tripudio di barocco siciliano. Infatti i balconi in pietra traforata e i delicati fiori sopra le finestre sono in stile mudéjar, lo stile arabo tipico di Siviglia.

Se invece non ne avete abbastanza di putti, festoni e seni al vento c’è il Palazzo Milo, sede di un piccolo museo della stampa tipografica ma sopratutto di un cortile interno molto carino. Ci sono gli uffici della Soprintendenza Beni Culturali ma se chiedete gentilmente di entrare per fare una foto al cortile non vi diranno di no.

23. La Cappella dei Crociati

A metà di Via Garibaldi c’è la Salita San Domenico, una scalinata che si arrampica sull’unica piccola collina cittadina che porta fino alla chiesa omonima. In epoca precristiana sorgeva in questo punto un tempio dedicato al dio Saturno, poi sostituito dalla Chiesa di san Domenico (ovviamente).

Fu per secoli cappella reale ed è la tomba di diversi re sconosciuti ai più. La più importante è però la piccola bara lignea alla destra dell’altare, dove si trova il corpo di Manfredi, il figlio di re Federico III d’Aragona morto a 12 anni cadendo da cavallo.

L’interno della chiesa non è niente di che, è molto semplice ma dentro vi è custodito un crocifisso ligneo abbastanza brutto e famoso perché ritenuto miracoloso (ovviamente 2).

Tutta colpa di un bambino di nome Rocco. Durante la carestia Rocco chiese del pane alla madre, la quale, non avendo nulla da offrirgli, gli suggerì ironicamente di chiedere il pane a quell’uomo sulla croce dentro la chiesa di San Domenico. Rocco, fidandosi della madre, così fece e…ricevette il pezzo di pane dalla statua! E altri giurarono e spergiurarono di aver visto il braccio della statua schiodato dalla croce.

Non so se il miracolo fosse vero o se Rocco fosse un bambino birichino nonostante la fame ma so che a sinistra del crocifisso c’è una una porticina che porta dietro l’abside e fa scoprire una ben più interessante cappella trecentesca ancora parzialmente affrescata, la Cappella dei Crociati. Se non riuscite a trovarla chiedete ai custodi, saranno lieti di condurvici.

La piazza di fronte la Chiesa è anche uno dei luoghi d’incontro della movida trapanese di sera.

24. Chi cerca i krapfen trova le graffe

Pensando a Rocco e alle carestie comincerete ad avere di nuovo fame, quindi direi di andare in Via Gatti, alla pasticceria Rinascente (che sembra uscita da un film degli anni ’50 tanto è vintage) e di mangiarvi una graffa appena fatta.

Chiamasi graffa una frittella tonda e gigante tagliata in due e riempita di morbida ricotta zuccherata puntellata di gocce al cioccolato. Se non volete appesantirvi troppo prima di pranzo o di cena potete dividerne una in due ma sono così buone che poi dovreste dividerne un’altra.

25. Musica dal barone Todaro y Osorio

Palazzo Todaro si trova in Via San Francesco di Paola numero 5 ed è la sede dell’Ente Luglio Musicale Trapanese.

Venne fatto costruire da don Benedetto Todaro y Osorio, un barone spagnolo venuto in Sicilia nel XVII secolo. Lo riconoscerete per il gran portone nero ricamato e i balconi dalle balaustre ciccione. Se trovate il portone aperto entrate tranquillamente e salite la scalinata. Ci sono solo tre stanze aperte al pubblico ma è pur sempre un’occasione per visitare un’antica dimora nobiliare trapanese con gli arredi ancora originali e i tetti affrescati.

Come vi dicevo è la sede di un’associazione culturale che si occupa di musica e teatro che ogni estate presenta un programma di opere liriche niente male, rappresentate alla Villa Margherita, un parco a poche centinaia di metri da qui. Se siete degli appassionati melomani e venite a luglio andare a sentire Verdi tra gli alberi e la leggera calura estiva potrebbe essere un’esperienza molto piacevole.

26. La Giudecca

Tappa velocissima che viene di passaggio perché tanto il palazzo Ciambra, alla Giudecca, costruito da una famiglia di banchieri ebrei alla fine del ‘300 è tuttora un’abitazione privata. Potete comunque guardare il bugnato a punta di diamante e gli ornamenti in stile plateresco, uno stile architettonico spagnolo molto ornato e fatto a imitazione dei lavori di argenteria (in spagnolo “plata” appunto).

Del quartiere ebraico vi è rimasto solo questo anche se a Trapani risiedeva la seconda comunità ebraica più grande della Sicilia.

Si dice che quando gli ebrei arrivarono qui trovarono un popolo più tirchio di loro. Non so se sia vero ma i trapanesi per essere tirchi so’ tirchi.

27. Pranzo alla trattoria del Corso

Potete uscire dal quartiere ebraico e andare in Corso Italia, dritti dritti alla Trattoria del Corso del signor Puccio, mangiare gli spaghetti con gli anemoni di mare o provare le tipiche busiate, ovvero riccioloni di pasta fatti con un ferro sottile, con il pesto alla trapanese, rosso, aglioso e buonissimo (e vegan se vi interessa) accompagnare tutto con un vino Inzolia paglierino e finire con una crema di mascarpone e amaretti da sturbo!

Oddio, ma davvero ho finito questo post? 😀

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Trapani, la città invisibile

Io ogni mattina mi alzo e mi metto al pc, rispondo alle mail e regalo ore della mia vita a internet, tutta la mattina e tutto il pomeriggio ma giuro che è quasi sempre per lavoro. Oggi, mentre ero intenta nella mia attività marinara quotidiana e cercavo di seguire un qualcosa chiamato dieta (perché navigare su internet, non so voi, ma a me fa venire una fame allucinante) mi sono imbattuta in un articolo sugli itinerari da fare nella Sicilia Occidentale. La dieta stava andando benissimo e i nervi erano tranquilli fino alla frase “Trapani non è una città particolarmente attraente” e BUM l’autrice passa oltre lasciandomi il cuoricino in ansia.

E un inaspettato sapore di disappunto ( per intenderci, la reazione vera è stata “Iiiiiiihhhhh EComeOsiiiBloggerScostumataECattiverrima?!?!?!“)

In realtà, quando sono andata a vivere a Palermo e ho iniziato lì la mia vita adulta pure io snobbavo la mia città e facevo spallucce davanti ai turisti che mi dicevano “Ma che bella Trapani, non immaginavo, non ne parla mai nessuno sulle guide“, “Beh, i gusti son gusti” rispondevo dentro di me.

Poi non so, sarà perché ho conosciuto Giovanni, sarà che mi sono ormai stabilita qui, spero che non sia per la vecchiaia, ma a me questa città comincia a piacere. E’ molto difficile vedere il posto in cui hai vissuto sempre, quindi staccare la spina per un bel po’ ti aiuta a riscoprirlo, così come 11 anni di differenza nel cervello e nel cuore. Palermo è tosta, o ti piace o la detesti, tutto il pacchetto, la cultura e i palazzi decadenti, il teatro e la gente che urla. E’ una città proprio figa, a me piace da morire perché è bella, sporca e viva ma non è per chi è delicato di stomaco.

Giovanni una volta mi raccontò di un suo ospite che un giorno prese l’autobus per Palermo, arrivò, si guardò intorno, si spaventò e risalì per tornare a Trapani! :’D

Trapani è di una sicilianità più sfumata ma non per questo meno autentica, semmai meno traumatica, in bilico tra il torpore delle piccole isole e i ruggiti coloriti delle grandi città del sud Italia.

E’ una città luminosa, ve lo dirò diverse volte in questo post, il mare scintilla e le facciate del centro storico ti rimandano cento gialli e bianchi sporchi che ti fa venir voglia di rimanere al sole come una lucertola. Lo smeraldo delle cupole ricoperte di maioliche. Luminosa e tranquilla, senza essere esasperatamente sonnacchiosa.

Esci di casa e vedi gente per strada salutarsi con un sorriso, i vecchietti e i negozianti che si vedono ogni giorno ma hanno ogni giorno qualcosa da dirsi e se la dicono quietamente per la via, che tanto è zona pedonale e il traffico è lontano da qui, anche se è due traverse più in là.

Puoi attraversare il centro storico in bicicletta, dalla villa Margherita fino al mare, con il sole che ti scalda, scampanellando quando incontri qualcuno di tua conoscenza, senza troppa paura di morire ad ogni incrocio. A me piace troppo far trillare il campanello della bici senza essere travolta dai clacson, rimbomba per tutta la strada, DRIIIIINNNN! (vabbè questa è una cretinata mia)

Scendi dalle Mura di Tramontana e c’è il mare (e se hanno ripulito la spiaggia dalle alghe puoi anche fare il bagno. Di solito lo fanno verso Giugno).
Vai alla Torre di Ligny e c’è il mare e anche se non è estate è bello affacciarsi dalla ringhiera dietro la torre, hai solo mare e scogli sotto di te e ti vengono i brividi, non solo per le vertigini.
Vai al porto (e c’è il mare) e se c’è il sole vieni accecato da tanti puntolini luminosi che ti fanno venire una gran voglia di prendere una barchetta e filartela. Se è inverno, fa freddo e c’è vento, ti allunghi la sciarpa fino al naso, l’aria ti taglia gli occhi e ti senti Corto Maltese mentre guardi gli esercizi di immobilità in volo dei gabbiani. Chissà perché lo fanno. Stanno lì, sospesi, fermi, in equilibrio mentre fanno braccio di ferro con le correnti ventose, né troppo in basso né troppo in alto e il mare grigio sotto che ribolle.

Quando passeggi e ti infili a Porta Botteghelle ti può capitare di trovare un vecchio tavolo di legno incrostato di vernice e tre seggiole. Per carità! non le toccare, proprio come fanno gli altri. Qua si capisce se le sedie sono abbandonate o vengono messe da parte apposta per essere usate il giorno dopo. E’ quasi certo che non siano state buttate via e se le tocchi non ci fai certo una bella figura.

Tanto artigianato, antico o reinventato, riscoperto o mai dimenticato da custodi fedeli ormai diventati artisti. Il corallo, le reti da pesca, l’argento e le maioliche, i dolci e i ricami.

Una piccola città dove trovi l’inaspettato che non ti aspetti.

Poi vabbè, >i mercati sono sempre colorati e chiassosi, con i venditori che urlano complimenti a caso nel tentativo di far girare qualche vanitosa verso la propria bancarella. Il parcheggio non si trova ma si crea e certe volte vengono fuori capolavori di ingegno tali che prima di fargli una multa gli fai una foto. I vecchietti fanno salotto in spazi morti della strada mettendo in cerchio le seggiole portate da casa perché così si chiacchiera meglio.
Ma queste cose credo avvengano ovunque in Sicilia, per fortuna.

Io faccio proprio pena a scrivere e non riesco a farvi capire ma tutte le volte che passeggio al porto e guardo le barche dondolare, mi sento pervadere da una “quiete accesa“, forse perché penso a questo posto come un altro pezzettino del puzzle Amore che mi ha regalato Giovanni. In fondo “di una città godi la risposta che dà a una tua domanda“, no?

Bando ai sentimentalismi e alle citazioni da Bacio Perugina, un mese fa ho scritto una lunga city walk su Trapani, ma lì per lì non sapevo da dove iniziare perché pensavo che a Trapani, culturalmente parlando, non ci fosse NIENTE. E’ la verità e me ne vergogno un po’ anche se poi ho recuperato alla grande. Ho fatto ricerche su ricerche, cercando di cavare qualche informazione utile e completa in mezzo alle stesse 4 frasi in croce copiate e incollate senza nemmeno correggere i “Qual’è”.

Ho scoperto che Trapani è davvero una città piccola e carina, un po’ medievale, tanto barocca e un pizzico liberty, sparso dove non ti aspetti…

…e che, ovviamente, ha una Storia, di cui nessuno sa nulla perché quei palazzi e quelle chiese ci sono sempre state, di là c’è il liceo che frequentavo e quella è la chiesa dove si è sposata mia cugina. In fondo questa città non è così poco attraente e banale e si merita davvero la visita di un giorno ma visto che in questo post ho scritto tante cretinate vi scriverò una miniatura della city walk da fare in una giornata intera a Trapani nel prossimo post 🙂

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com

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Solstizio d’estate

Siamo arrivati di nuovo a quel periodo in cui è difficile vivere i giorni (per noi). Ti alzi e ti corichi e dentro la giornata sei riuscita a infilare così tanta roba che tra la mattina e la sera sembra sia passata una settimana.
La famigerata Estate è tornata O_O
Sempre uguale, almeno lei. Gente al mare, città torrida, turisti ustionati, tanti bambini in libertà, Giovanni schizzato con il lavoro 😀 . Eppure non è come quando scrissi “Storia di due amanti in fuga“, quando per me era davvero una fuga e la ricerca della natura, del mare, del trekking che sfinisce, degli spazi aperti, era per far raffreddare il cervello pressato da un’iperattività pensatoria e pipponi esistenziali. Il mio era l’esatto opposto del problema di Alice, che non rifletteva prima di agire, ma lo sconforto e la paralisi erano gli stessi. Capitano anche questi periodi.

Ho scattato queste foto a San Vito Lo Capo, di domenica, il giorno del solstizio d’estate. San Vito è la meta estiva per eccellenza nel lato ovest dell’isola, perché c’è un bel mare azzurro e la sabbia borotalco e il paesino è carino anche se a misura di turista. Da metà maggio tutti cominciano ad andare al mare a San Vito. Intendiamoci, qua non dobbiamo cercare il mare bello con il lanternino ma per alcuni San Vito fa figo. Non so dirvi se sia davvero la spiaggia più bella. Dipende da quello che cerchi. E’ pieno di negozietti tourist chic e ti sa proprio di un luogo da vacanza estiva, gremito di gente rilassata, in ciabatte e copricostume, è davvero pieno così, decisamente non un posto per misantropi. A me a volte piace, di solito no, dipende dall’umore ma sopratutto dal periodo. Vi siete mai domandati perché tutte le foto scattate sulla spiaggia di San Vito sono belle? Perché non c’è un solo essere umano e vedi solo una lunga spiaggia caraibica vuota. Non andateci a Luglio e Agosto, è perlopiù una brodaglia umana.

Quest’anno è un’estate diversa perché qualche mese fa ho scelto. Non ho definito tutto e non so come sarà ma ho cominciato a svuotare il cervello dai pensieri perché quando devi fare ordine in una stanza e riempirla di cose utili e belle, è meglio svuotarla del tutto. Lì per lì ti sembra di aver aumentato il caos e ti viene il panico perché ora che hai uscito tutto devi mettere ordine per forza, la stanza vuota non può stare e qualcosa di buono da conservare ci sarà pure tra quelle che hai messo sottosopra. Ma almeno scegliere ti toglie la paura peggiore, quella di “rassegnarsi a una vita di quieta disperazione” per dirla alla Thoreau, e sbracciarsi non da il tempo di pentirsene.

L’estate quest’anno ha un’anima più leggera anche se è faticosa e qualche volta mi sento un po’ sfigata a guardare le turiste abbronzate con lo chignon scomposto, perfetto come sulle riviste. Ma solo io sembro scappata da casa? Per fortuna dopo tre minuti rientro in modalità formica laboriosa in mezzo alle cicale, a fine stagione da qualche parte si arriverà.

Anche la meta di questo solstizio è un po’ fuori dal coro perché siamo andati a San Vito, ma fuori dal paese, tra le brulle terre che lo circondano. Non c’è nulla, solo una luuuunga spiaggia circondata da sterpaglie bruciate, qualche zabbara qua e là e il Monte Monaco sopra ogni cosa e le nuvole sopra il Monte Monaco. Quando ci vai alle sei del pomeriggio l’aria è ancora calda e sonnolenta e qualcuno torna dal mare in bicicletta. In realtà non tutto il paesaggio è incontaminato e selvatico perché mentre cercavamo di raggiungere la tonnara del Secco ci siamo ritrovati con il bel panorama di una, boh, segheria? dietro ma almeno non c’era nessuno, giusto una specie di faro con la porta smeraldo piantato su uno sperone roccioso e qualche pianta di cappero tormentata dal vento. La segheria non è bella ma il silenzio e la salsedine in faccia sì.

Alla fine l’abbiamo trovata la tonnara vicino San Vito. E’ una costruzione che non finisce mai, con un molo dove si erano radunati bagnanti alternativi e flora ammucchiata a caso. Era l’ultimo giorno del Ciuffi Ciuffi Fest, che ho capito essere un couchsurfing festival, con tanto trekking, arrampicate, snorkeling e biondazzi anglofoni. La tonnara non se la fila nessuno. Una volta si poteva entrare, ora sta crollando e quindi hanno vietato l’accesso. Giovanni quando vede costruzioni abbandonate sente odore di cose vecchie e belle e comincia a sbirciare e io dietro di lui sfidando quelle str…eghe delle zanzare tigri. Non c’è nulla, solo quattro enormi reti abbandonate tra le alghe secche che riescono comunque a mandare in estasi Dolce Metà 😀
Reti grosse e fitte di canapa, abbastanza robuste per tenere la furia di centinaia di tonni accompagnati nella camera della morte. Neanche Ercole, da solo, sarebbe riuscito a tirarle fuori dal mare una volta piene d’acqua eppure si faceva, fino a cinquant’anni fa. Mentre facevo strage di zanzare e Giovanni studiava un piano per prendersi le reti di nessuno, un pescatore incantava due romani con racconti di mattanza. Forse qualche volta ritornano nei luoghi familiari oppure c’è un buon punto, nei dintorni, per pescare qualche pesciolino. Se passando di lì vedete un vecchietto con la canottiera azzurra e la pelle cotta, fermatelo, magari è stato tonnaroto e vi fa passare un’ora diversa.

Alla fine ce ne andiamo, senza reti, inseguendo lo zzzz dell’elettricità che corre nei cavi, perché qua non si sente nient’altro per strada. Si va in paese, nell’ora del tramonto, quando tutti si fanno la doccia dopo essere tornati dal mare e in giro ci sono solo camerieri davanti ai locali, in attesa dell’apertura delle danze, e famiglie sedute fuori, davanti la porta di casa, perché a quest’ora che c’è da fare? Dentro fa caldo, cucinare dà noia e il tempo si deve passare. Qui paesani e turisti convivono come due fiumi paralleli, ci sono i negozi di gioielli in corallo e parei e ristoranti, a volte costosi, e poi ci sono le nonne, che comprano la frutta nelle botteghe e indossano le tappine Inblu, sedute sulle sedie di plastica davanti alla porta.

Bentornata Estate!

San Vito primo giorno d'estate 1 F
San vito 1 giorno d'estate
San vito 2015 21 giugno F
san vito 21 giugno
san vito 2
san vito F
21 giugno 2015 san vito
dentro la tonnara di san vito  F




San vito tonnara 2015
Tonnara di San Vito solstizio d'estate 2015 F
San Vito lo capo primo giorno d'estate F
san vito tonnara 21 giugno 2015 F


Phone cards curtain in San Vito Lo Capo - Sicily

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Di arrustuta e giardini segreti

Easter Monday at Valderice

ENGLISH” VERSION

Qua ormai ogni post ha la premessa standard: non ho tempo e sono in ritardo pure sul ritardo. Le foto ogni giorno diventano sempre di più e non finirò mai di smistarle fin quando avrò questi ritmi da bradipo anche perché tendo a rimandare, vista la crescita vertiginosa delle cartellette sul desktop che mi terrorizza. Ma perché faccio così tante foto? Perché? Comunque, presa dalla smania delle pulizie di primavera ho messo mano a queste benedette cartelle, ne ho smistate un centesimo e ho trovato le foto che troverete in fondo al post. Stranamente non sono di sette mesi fa ma solo di otto giorni, ovvero le ho scattate il giorno di Pasquetta.
Il giorno di Pasquetta in Sicilia non è il Giorno dell’Angelo, e nemmeno quello in cui vai ai musei aperti in via eccezionale. E’ il primo giorno di una serie di “arrustute” ovvero compri tanta salsiccia, tanta pancetta, da alcune parti anche agnello, i carciofi e la carbonella (e anche la diavolina per accendere la carbonella, mi raccomando), ti incontri alle 10 di mattina con un gruppo di amici e si va a fare una mangiata in campagna da qualcuno che generosamente ha dato la disponibilità. Tutto il cibo viene rigorosamente arrostito. In merito a questa occasione mondana sicula ho già scritto un post a parte e ve lo pubblicherò appena troverò la cartellina con le foto 😛
Insomma è successo che quest’anno, complice una pre-Pasqua turbolenta, Giovanni impegnato con i corsi di cucina, altri impegnati a portare i Misteri nel Venerdì Santo, le fidanzate a dare supporto ai portatori dei Misteri (oh durano 24 ore e pesano quintali, qualcuno che ti mette la pezzetta fresca sulla fronte e testimoni la grande fatica per i posteri serve sempre) nessuno aveva organizzato nulla, niente spesa, niente raccolta soldi, niente campagna…niente mangiata??? NUUOOOOOOOOOOOOOOO, IMPOSSIBILE!!!

Giammai intenzionati a rinunciare ad una arrustuta di carne, ci siamo spinti a fare quello che, almeno io, non facevo dai tempi del liceo. Ci siamo imbucati in un’altra mangiata! Però giuro che non volevamo. La sorella di un nostro amico ci aveva invitato ad una arrustuta a cui era a sua volta invitata…dall’amica di uno dei tizi legittimamente presente alla festa. Insomma noi là non conoscevamo nessuno, ma che importava? Ci serviva giusto una fornacella dove arrostire la carne, un tavolo e un bagno. Abbiamo raccolto i soldi, due bravi salvatori sono andati a fare la spesa e poi via, a cercare questo posto, che si trova a Valderice!
Valderice è a soli 8 km da Trapani. E’ un paese che una volta si chiamava, non so perché, Paparedda (Paperella, giuro) 😀 . Si trova immerso tra le colline, ma in realtà il comune comprende anche una buona fascia costiera e già dalla fine della primavera comincia ad accogliere tanti trapanesi in fuga dalla “caotica città” (manco vivessero a Roma).

Arrivati a Paparedda abbiamo cominciato a cercare la casa, che si trova al di là di un cancello nascosto alla fine di una straduzza minuscola. Ecco che cosa abbiamo trovato

Old villa at Valderice , Trapani - Sicily

O_O ma esattamente gli amici di Marzia che genere di amici hanno???” si chiesero gli Imbucati…per fortuna non i proprietari di questa “villetta” ma di una accanto.
Occhio che parte il secondo spiegone: Valderice è famosa per i bagli (chiamasi baglio un’antica abitazione che si sviluppava intorno ad un cortile e che comprendeva le stanze, le stalle e anche le cantine, perché erano abitate da famiglie gigantesche di contadini benestanti ed erano circondate dalle terre coltivate del padrone). E’ famosa pure per le ville nobiliari. Noi eravamo finiti davanti (solo davanti) ad una di queste, in cima ad una collina, da cui si vede la baia di Cornino e Monte Cofano. Solo davanti dicevo, in una villetta accanto, perché mantenere una villa del genere, con il giardino che vedete nelle foto qua sotto, costa e a poco a poco il terreno deve essere stato venduto a pezzettini, per questo intorno alla villa sorgono case e palazzi ( lo avete visto il palazzo grigio là dietro?) che non c’entrano niente. Qualcosa per fortuna è rimasto, vuoi che io e Poetessa non andassimo a farci una passeggiata con tanto di foto sul Monte Cofano, il gelsomino giallo e una svenevole fanciulla di pietra tra i glicini??? 🙂
A proposito, purtroppo nessuna delle ville di Valderice è aperta al pubblico ma alcuni bagli sì, quindi se vi dovesse capitare l’occasione andateci. A Valderice però , nella zona collinare, c’è una bella pineta dove passeggiare e raccogliere ciclamini selvatici e il teatro San Barnaba (che poi funge anche da cinema) , aperto solo in estate perché è un teatro all’aperto ricavato in una ex cava di tufo, sai che bello sotto le stelle? Per fare qualcosa di diverso nelle sere afose d’agosto 🙂


Garden of old villa at Valderice
Monte Cofano view from an old villa at Valderice

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Fior di Sale

Finalmente il mio Fior di Sale è arrivato!

Grazie a conoscenze di conoscenze, ovvero io sono la ragazza di Giovanni, Giovanni è amico di Marruggio, Marruggio è il Signore della Salina Calcara (di cui vi avevo parlato anche QUA), che poi alla fine conosco pure io perché si esce insieme, sono riuscita ad aver gratis l’ultimo sacchetto di questo sale.
Voi direte “Eh capirai, quanto può costare un Kg di sale?“. Quello normale poco, quasi niente, il Fior di Sale assai assai.

Io fino all’estate scorsa non avevo idea di cosa fosse il Fior di Sale e conoscere il proprietario di una salina può anche avere dei risvolti romantici. Quando la sera non c’è nessun turista in salina e si organizzano mangiate tra amici (in estate, perché in inverno in mezzo alle campagne e con mille turbinii ventosi si gela) può capitare che lo zito ti inviti a fare una passeggiata romantica e silenziosa vicino alle vasche, al chiaro di luna.

Nelle notti senza luna le saline sono immerse nel buio, si vedono solo le luci della lontana città vicina, al di là del mare, perché a Trapani il porto e le saline si guardano a vicenda sopra un piccolo orizzonte d’acqua. Se non fosse per la nuvola di luce urbana potresti anche vedere le stelle e la Via Lattea e risolveresti il problema del camminare tra le vasche al buio rischiando di finirci dentro, perché quello della Via Lattea, non so se lo sapete, è uno spettacolo che ti inchioda.

Ma quando la luna piena c’è e vedi quello che hai intorno, una passeggiata senza stelle in una sera di fine Agosto val la pena farla, perché le stelle te le ritrovi tra le vasche. Tra Agosto e Settembre il sole picchia forte da queste parti e l’acqua delle vasche comincia ad asciugarsi. Il primo sale che affiora è un’isoletta pura ancora circondata da tanta acqua e abbastanza pulita perché le impurità sedimentano sul fondo. Prende la forma di tante piccole ninfee cristalline che brillano alla luce tenue della luna, il fior di sale appunto. In verità non so se si chiama così perché qualcuno ha pensato alle ninfee o perché è uno dei sali più pregiati in assoluto.

E’ un sale grezzo ma già abbastanza fine, pur non essendo lavorato. Viene raccolto a mano dai salinai, come si faceva anticamente, quando si cristallizza sulla superficie delle vasche per l’azione combinata del sole e del vento, per questo è un prodotto di Presidio Slow Food. Non ha additivi né conservanti e contiene un mix di sali minerali più variegato rispetto al sale normale oltre che una quantità di cloruro di sodio inferiore, per cui non copre troppo il sapore dei cibi. Questo che ho qui è bianco-argenteo, umido e abbastanza friabile al tatto.

Non usatelo per cuocerci la pasta, come sta facendo una signora di mia conoscenza perché non è andata al supermercato a comprare quello normale, ma centellinatelo per preparazioni più pregiate e anche un po’ insolite. Io per esempio me lo sono fatta dare per creare dei biscotti. Sì, dei biscotti al Fior di Sale, cercavo un’alternativa bio ma particolare ai soliti biscotti del panificio, per le colazioni ai B&B di Giovanni e ho fatto l’esperimento. Volevo qualcosa di tipico ma non banale (più tipico del sale a Trapani non c’è niente ma propinarlo così solo solo la mattina presto, insomma… 😛 ) quindi ho usato la ricetta di Sigrid Verbert presente sul suo bellissimo libro “Regali golosi” (il foodblog di Sigrid è Cavoletto di Bruxelles, una recente scoperta molto bella), eccola qui:

Biscotti Fior di Sale (Tempo Stimato: 2 ore tra impasto, riposo e cottura)

• 250 gr di farina 00
• 125 gr di burro
• 125 gr di zucchero
• 10 gr di zucchero vanigliato (io ho usato direttamente 2 gr di vanillina)
• 1 uovo
• 1/2 cucchiaino di Fior di Sale

Procedimento:
Setacciate la farina e mescolate insieme a zucchero, vanillina e sale. Aggiungere il burro freddo a cubetti e cominciate ad impastare sbriciolando gli ingredienti e facendo assorbire il più possibile in burro. Fate la fontanella su un ripiano, aggiungete l’uovo e impastate fino alla completa amalgama, formate una palla, coprite con la pellicola e fatela riposare in frigo per un’ora.
Dopo tirate fuori l’impasto, stendetelo su una superficie leggermente infarinata fino ad uno spessore di 4 mm circa e cominciate a tagliare le forme che preferite mentre il forno scalda a 160°C. Disponete su una teglia coperta con carta forno e cuocete per 13 minuti (10 se li volete chiari)

Vengono tra i 35 e i 40 biscotti e sono superbuoni, 3 euro per tutti gli ingredienti e sono stati già spazzati via. Si vedono i cristallini di sale sulla superficie, sono molto “vanillosi” ma con quel granello di sale ben distinto che non guasta. Particolari!

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L’arancina è fimmina come le minne

Sicilian language arancini arancina

Ecco e così posso già chiudere il post, con una frase lapidaria, che tanto a questa diatriba isolana sull’arancinA/arancinO non c’è rimedio perciò io dico che è così e un messinese dirà e dice che così non è per niente.

Anni fa, nella smania di aumentare la mia collezione libresca senza piangere, mi andai a stampare la raccolta di racconti scritti da Andrea Camilleri ‘Gli arancini di Montalbano‘ scaricata aggratis da internet e stampata e spillettata decorosamente per non appizzarci gli occhi (e perché a me ‘sti libri che non esistono simpatia non ne fanno proprio). Due racconti tra tutti ricordo ancora, il piccolissimo ‘Montalbano si rifiuta’, di cui parlerò un’altra volta perché dice assai sul motivo per cui questi uomini, Vero e Inventato, sono amati e ‘Gli arancini di Montalbano’ appunto.

È ambientato sotto le feste, a Capodanno, e Salvo si rifiuta di raggiungere la fidanzata Livia in Francia per potersi mangiare gli arancini della sua cammarèra Adelina, una cammarera che lui non cambierebbe con nessuno, la mamma di due pregiudicati arrestati una volta no e due sì proprio da lui. Uno di questi giusto giusto viene arrestato per Capodanno e Salvo si butterà nelle indagini non tanto per aiutare lui ma per potersi mangiare gli arancini.

La questione però che volevo raccontarvi non è questa. La questione era che man mano che leggevo i racconti io pensavo al titolo e non potevo trovare pace per quegli arancini, con quella I che suonava come un’unghiata sulla lavagna. Ma com’è possibile che questo qua mi sparge vruoccoli e vastasi romanzi romanzi e poi mi italianizza le arancine??? Mizzica! Camilleri si è venduto così all’ignorante italiota? Io lo vedevo allora quasi come un tradimento perché ancora non sapevo nulla di questa grande guerra delle arancine.

Ma qualche tempo dopo ‘conobbi’ Fabbro. Lo metto tra virgolette perché io, in 5 anni che lo conosco, a Fabbro non ho mai stretto la mano ma parliamo parliamo parliamo e parliamo su Facebook, io da Trapani e lui da Messina, io gli conto i piagnistei miei e lui mi racconta le sfighe sue e ancora non ci siamo mai visti, metti che ci rendiamo finalmente conto di essere due rompiballe e non ci parliamo più. Con Fabbro, almeno una volta l’anno, il giorno di Santa Lucia (nella Sicilia occidentale, a Trapani e a Palermo, si usa mangiare le arancine di riso e la cuccìa di grano perché non si può mangiare la pasta e il pane in tale giorno ma in realtá è solo la scusa perfetta per sfondarsi di rosticceria.), si litiga per queste benedette arancine. Che lui chiama arancini. Ma che io chiamo arancine. Ma che lui insiste a chiamare con la I/O (come i somarelli mi verrebbe da dire 😀 ).

Sulla presente questione ci litiga tutta l’isola da sempre, Palermo, Trapani e la zona ovest di Agrigento le chiamano arancine, come piccole arance, la parte est dell’isola li chiama arancini, perché in dialetto siciliano arancia si dice ‘aranciu’…solo che le fanno a piramide, in onore del vulcano Etna (e perché mentre le mangi si aprono in un modo più gestibile e decoroso). Proprio qui potrebbe scattare la prima polemica dell’occidentale: ammesso che il nome giusto debba essere al maschile perché arancia in dialetto è aranciu, nel momento in cui la fai a cono l’arancia va a farsi benedire, no? Chiamalo Vulcanello!

Sull’argomento ci trovate blogs, articoli, migliaia di commenti e “sciarre”, quasi delle risse, perché se a Palermo lo declini al maschile si offendono (e pure io attacco con una conferenza femminista che non finisce più sul discorso dell’arancia e della forma e della panatura dorata e blabla) e la storica rivalità tra il capoluogo e la Sicilia orientale prende il volo e continua ben oltre la pallina di riso.

Purtroppo sulla paternità di questo ‘pezzo’ di rosticceria dalla ricetta antidiluviana c’è poco da capire, non risolve la questione del copyright e quindi c’è pure il problema dell’inventore che non è uno bensì un casino. La ricetta fu iniziata dagli arabi prima dell’anno 1000 o meglio c’era una volta l’emiro di Siracusa Ibn at Timnah che si fece creare il timballo di riso condito di zafferano e arricchito di erbe e carne per poterselo portare in giro durante le battute di caccia e poi arrivò Federico II, altro sovrano mangione la cui corte gli fece preparare il timballo con la geniale panatura fritta, che non faceva rompere la pallina (della grandezza giusta per giocarci a tennis o poco più, a meno che non andate al Bar Touring di Palermo che fa le arancine bomba) e ne permetteva una migliore conservazione durante i viaggi in giro per l’isola. Quando nella seconda metà dell’800 cominciò a diffondersi il pomodoro in cucina, i mangioni trinacrioti furono definitivamente rovinati e al riso e zafferano i monsù (da “Monsieur”), ovvero i cuochi francesi al servizio dei nobili siciliani, aggiunsero il sugo con la carne proprio al centro e fecero la palla di riso con sorpresa, ovvero l’arancina.

In Sicilia si fanno quelle classiche con il ragù e il burro a Trapani e a Palermo, con i pistacchi a Messina e poi in millemila varianti, a Trapani ho trovato quella ai frutti di mare e, gironzolando di città in città, con il cinghiale, con i broccoli e con il salmone. Esistono pure quelle alla Nutella coperte di zucchero e c’è chi pensa che una volta la versione dell’arancina di Santa Lucia fosse dolce, ma oggi sono considerate semplicemente un’eresia nonché immangiabili.

Forse sarebbe più giusto chiamarli al maschile visto che il nome è in dialetto ma io ho istruito tutti i miei amici del Continente sulla dicitura femminile perché è una piccola arancia e chissene se in dialetto l’arancia è un aranciu. Perché mangiare l’arancina è un’esperienza voluttuosa, è calda e tonda, quando l’addenti senti quello scricchiolio che ti da una piccola scossa ai sensi, con l’olfatto, con la lingua e col pensiero arrivi a quel riso profumato di zafferano, incollato d’amido ma con i chicchi ben distinti e poi finisci nel ripieno, in una soddisfazione quasi orgasmica che continua nei morsi successivi, dove ripieno, riso e panatura restano distinte ma nello stesso boccone e non sono tanti i piatti che ti danno un appagamento così complesso. Tu mi vuoi chiamare una cosa simile arancino?

Una volta il mio amico Lorenzo, grande appassionato di B-movie e della signora Fenech mi spiegò la sua devozione alla bellezza di questa donna ‘che ti guarderesti sempre per il semplice fatto che è fatta di carne vera, con quelle minne morbide e pesanti, che non c’entrano niente con quei seni al silicone alti e sempre sull’attenti, che appena li vedi ti sanno di ospedale e ti viene il mal di pancia‘. Non so perché mi sia venuto in mente lui mentre scrivevo ma parlare della voluttà di un piatto mi ha fatto ricordare la voluttà di certe parole e delle sensazioni che ci rimandano, a prescindere da quanto siano grammaticalmente corrette o educate, pronunciabili in pubblico, e alla fine a me l’arancina femmina piace di più, forse, probabilmente, è l’abitudine ma mi piace quel suono tondo e grande che finisce con la A, come le minne, che subito ti fanno pensare ad una consistenza umana e reale, di carne e morbidezza, ben più degli educati seni.

Non so come vi conviene chiamarla per non essere linciati sulla pubblica via, di certo se scenderete in campo a discuterne ci diventerete vecchi e non ne sarete venuti a capo nemmeno allora ma tanto l’importante è mangiarla e goderne, magari se avete tempo anche farla, nelle varianti che preferite, come faceva la famosa Adelina di cui sopra, che qui usa una ricetta diversa ancora, forse perché delle zone di Agrigento:

Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimi per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e di fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pì carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca con risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano”. AMEN.

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Ma Palermo è sicura? In tanti anni che ci ho vissuto non ho mai scattato una foto a questa città. Perché mi “scantavo“. Un post dedicato alla ricerca della libertà di camminare per strada!

One of the biggest trees in Italy, the Ficus of Giardino Garibaldi in Palermo

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Inizio a scrivere questo post un giorno prima. Ho lasciato la casa in cui vivevo a Palermo da due mesi e adesso sono costretta a tornarci solo per sventolare un bollettino delle tasse ad una segretaria sturduta dell’Ateneo forse più grande ma di sicuro più disorganizzato dell’isola, altrimenti non posso dare l’esame. No, niente fax e no, nemmeno una email…e se non rispondono al telefono non è perché li scelgono senza quel dito opponibile che ci ha fatto fare il balzo evolutivo ma per la lagnusìa che fa andare la burocrazia di queste parti alla velocità del bradipo, che il dito opponibile non ce l’ha per davvero, non fa lo stesso una beata ma almeno mezza giustificazione lui l’ha trovata. Aggiusteranno tutto in due minuti ma io per arrivare lì dovrò farmi due ore di autobus all’andata e due al ritorno, per non contare quelle perse in fila davanti all’unico sportello aperto di venti.

Dato che mi faranno perdere la giornata non tornerò subito e farò una cosa che in tanti anni in questa città non ho fatto mai. Andrò in giro con una macchina fotografica.

Non l’ho mai fatto perché mi “scantavo, mi spaventavo.

Quante volte passeggiando avrei voluta averla con me, a Palermo ci sono tante cose belle, solite e insolite, e poi lo sapevo che il mio tempo qua non sarebbe stato infinito e questa città per me è importante, la memoria mi gioca brutti scherzi, l’età non aiuta e io non voglio dimenticare, io Palermo me la vorrei sempre guardare e riguardare anche se il mio tempo lì, almeno per ora, è terminato. Non ho una sola foto di Palermo, quella che vivevo e manco quella turistica, perché ero terrorizzata, fantasticavo foto e scene, ma la macchina restava ben chiusa nella sua borsa a casa. La mia macchina fotografica non è preziosa, è una piccola reflex con un fondo di bottiglia avvitato, ma è una delle poche cose che ho comprato solo per me con i miei soldi. Non sono molte le cose che mi piacciono ma al momento di comprare non ne ricordavo mai nessuna e spendevo soldi per gli altri. Ero sempre al verde quando mi ritornava la memoria ma l’importante è essere contenta, quindi niente rimpianti. Sono poche le felici intuizioni che ho avuto su come farmi un regalo più concreto: qualche biglietto aereo low cost per Roma e questa piccola Canon Eos 1000D con un pezzo di vetro 18-55mm. Io la adoro. E’ la mia piccolina, la mia amata, la mia riserva di ricordi e piccole soddisfazioni, che me la faccio scippare dal primo ragazzetto che se la venderà per duecento euro dopo aver gettato la memory card piena di 500 paesaggi, 480 sfocati e 20 no, e di mia nipote sdentata e spettinata in compagnia di un My Little Pony diverso in ogni foto in un tombino? Non scherziamo.

Quando mi iscrissi all’università le mie future coinquiline, già rodate da un anno, mi avevano dipinto scenari da sicilian far west, indimenticabile fra tutti il monito “Non camminare vicino ai portoni altrimenti ti tirano dentro quando meno te lo aspetti!“. Non uscivamo mai tutte e quattro (QUATTRO!!! avete letto bene) se non c’era un ragazzo con noi (quello che, in teoria, avrebbe dovuto difenderci da una rapina a mano armata o quantomeno beccarsi cavallerescamente le botte a nome di tutto il gruppo). Una addirittura diventò isterica quando mi vide sollevare il cappuccio della felpa sulla testa prima di uscire. Aveva subìto una rapina al supermercato dove hanno prezzi da studente universitario, cioè da vera rapina, e il ladro avvicinandosi alla cassa si era alzato il cappuccio per coprire il viso. Per evitare gli scippi ‘Non metterti i soldi nel portafogli quando sei già per strada, fallo in negozio’.

Boh.

Quando rimasi sola per la prima volta non uscii di casa alle sette di sera per prendere il pullman perché ero troppo spaventata dal buio e dalla strada, mi sembravano tutti dei delinquenti, mi vedevo rapinata e sgozzata sotto un albero quindi rimasi sola a casa a dormire una notte in più. Con tre giri di chiave sopra e sotto e il ferro tirato. I miei colleghi (ma sempre ragazzi stranamente) spesso venivano fermati e derubati ed erano semplicemente terrorizzati, io quando arrivavo con i soldi per stare tutta la settimana li nascondevo in una cucitura interna dei jeans fatta apposta. Un mio amico invece non veniva mai fermato, sapeva parlare in un palermitano da pelle d’oca, una cantilena forte e incomprensibile, dove per dire ‘cosa’ apri la bocca quanto un forno e ti esce un ‘cuoasa‘, e andava in giro con una felpa nera e il cappuccio tirato sugli occhi, che pareva più delinquente di certi ceffi che giravano da quelle parti. La zona universitaria era, è, così. Questa si intreccia tanto con la zona turistica più accessibile perché più vicino alla Stazione Centrale, quella del triangolo della Cattedrale, via Maqueda e la Kalsa. Praticamente è sorta in una zona abbastanza degradata di Palermo, anche se decisamente non la peggiore.

Non mi è successo mai nulla.

Palermo è leoparda e ti ritrovi un caffé dall’aspetto molto parigino accanto al panellaro lordo e gli universitari camminano tra bambini neri, ragazzi pakistani e signore cinesi e girando l’angolo si ritrovano faccia a faccia con le sopracciglia depilate dell’eroe neomelodico palermitano del momento e schivano gruppi di turisti dalla pelle decisamente provata dall’insolazione.

Un giorno mi ritrovai a girare un video musicale in via Bara all’Olivella. Una volta questa strada era un piccolo Bronx pieno di immondizia e facce poco rassicuranti, ora, visto che è l’unica via da cui si vede un fotogenico scorcio del Teatro Massimo, è piena di negozietti per turisti, ristoranti, tavolini e ombrelloni, che lo scorcio non te lo fanno vedere più. Ma almeno una cosa bella in questa strada c’è, il teatro dei Pupi di Mimmo Cuticchio.
Ci girammo un video dicevo, c’erano diverse migliaia di euro tra obiettivi, sliders e reflex e tra i curiosi e i negozianti ormai diventati nostri compagni di lavoro, era immancabile la raccomandazione ‘Occhio ai motorini‘ (qua c’è gente che ruba).
Non rubarono nulla e l’attenzione fu quella normale, niente paranoie isteriche, si doveva comunque lavorare.

Non sono mai stata rapinata né rapita e camminavo tranquillamente vicino ai portoni però quella di mettere il resto nel portafogli prima di uscire in strada è un’abitudine che continuo a conservare,quando si può, è buona un po’ ovunque secondo me. A volte qualche ragazzo ti ‘sconcica‘ per strada e ti sussurra complimenti ma basta tirare dritto come i cavalli col paraocchi e ignorarli. Sono tornata anche sola a casa, anche al buio ma sempre quando ancora un po’ di gente c’era, lavoratori di ritorno per cena, e sono viva e senza nessuna brutta esperienza da raccontare. Sono tornata anche i bici da sola a mezzanotte, da palazzo Pantelleria al Policlinico, con il terrore che mi serrava la gola, perché non si sa mai. Non mi hanno mai fermato anche se i pochi passanti mi guardavano come una matta.

Una volta un mio amico romano, Favetta, venne a trovarmi a Palermo. Il suo albergo era in pieno Ballarò e io andai a trovarlo in bici. Dopo una serata a ballare tango in zone molto degradate dietro la Chiesa di San Domenico, che la notte si accendevano di arte e bellezza in qualche piccolo locale, ci facemmo una passeggiata per tornare a casa, io , lui e la bici accanto. ‘Dai corri a casa che sei sola e con la bici, io vedo di trovare la strada per l’albergo, proverò a tagliare di qua, in linea d’aria credo che l’albergo sia vicino, sicuramente arriveremo nello stesso momento. Dai, vai. Io: ‘Favetta, con la bici ho fatto avanti e indietro tante volte. E’ vero che non erano le due come stasera ma con la bicicletta vado veloce, non è come andare a piedi e ho una catena bella pesante, una voce da anatra squillante e nessuna remora ad usarle (sopratutto la catena). Per quanto possa sembrarti strano è più facile che fermino te che sei un uomo solo che me che sono una ragazza (mia personale statistica), con quella faccia poi!‘ Quale faccia? Immaginatevi Woody Allen, con i baffi alla Giangiacomo Feltrinelli però, che vorrebbe essere figo come Serpico ma è broccolo e dolce come Maurizio Nichetti….ma che lo mollavo lì da solo? Di amici ne ho pochi ma buoni, meglio conservarli…e menomale, altrimenti sarei ancora lì a cercarlo nel secondo centro storico più grande d’Europa, in trenta minuti di passeggiata, seguendo le sue indicazioni stavo quasi per perdermi pure io, ci avevano fermato barboni e punkabbestia e un vecchietto insonne ci aveva pure chiesto le sigarette…affacciato dal balcone al secondo piano, già aveva mollato il panaro. Ma siamo ancora vivi e felicemente non traumatizzati.

Ho visto tanti turisti camminare con le macchine fotografiche appese al collo, tranquilli e sorridenti ma ho anche sentito dire di molti scippi…

…allora questa Palermo è sicura o no?

Ci sono tante persone, tanti stranieri e un po’ di delinquenti autoctoni. Come in tutte le grandi città.
E’ sicura? Più di Londra e New York certamente, più di Oslo a quanto pare, se vi accollate di andare lì perché non a Palermo? Fuori da questa città c’è chi è convinto che ci siano sparatorie per strada e che la vita valga quanto un pacchetto di sigarette,a Trapani ci sono ragazze convinte che ti rapiscano nascosti nel buio dei portoni ma è un’immagine troppo distorta. In realtà le regole per stare bene qui sono quelle del buonsenso, ma valgono ovunque ci siano più di 100.000 abitanti. La microcriminalità è diffusa qui ma la mattina c’è tantissima gente e turisti e studenti girano tranquillamente, anche con macchine fotografiche appese al collo e se vi trovate in difficoltà e cacciate un urlo non dico che si girano in duemila come ai Fori Imperiali ma in duecento sì e allora siete salvi, ma bisogna proprio essere sfortunati per trovarsi nella necessità di farlo.
La sera da soli è più pericolosa. Non sfidate la fortuna, io l’ho fatto tante volte per stretta necessità e anche se non mi è successo mai nulla forse sono stata davvero fortunata, quindi se siete almeno in due è sempre meglio, se siete soli non vi succede nulla (sempre se avete l’accortezza di frequentare strade principali e illuminate e con almeno qualche persona anche se è tardi) ma in due almeno non vi fate tutta la strada terrorizzati e ve la godete di più. Siate attenti ma nella misura giusta. La zona della Magione è quella più delicata dopo il tramonto per chi è solo secondo me, perché fuori dal quadrato luminoso di qualche locale diventa più deserta e isolata, ma via Roma/Maqueda e la Cattedrale non vanno sottovalutate la sera. Non voglio fare terrorismo, a me non è successo nulla, bisogna solo essere un po’ accorti , senza paranoie, Palermo è abbastanza sicura ma è pur sempre una grande città. Certo se ve ne andate a Brancaccio lì mi spaventerei pure in pieno giorno ma giusto giusto lì dovete finire? Da vedere che io sappia non c’è nulla.

E visto che tutti girano con la macchina fotografica senza problemi perché Anna ti spaventi? Perché sono pur sempre un essere umano e a volte mi faccio lavare il cervello dagli altri e dai loro timori e viene anche a me la paura di essere stata solo fortunata per dieci anni interi, giusto pochi giorni fa pure il fiore d’argento di Santa Rosalia si sono rubato, che poverina solo quello aveva, si dice ‘W Palermo e Santa Rosalia’, finora pensavo che ai palermitani non importasse nulla di Palermo ma manco la Santuzza si è salvata, come mi salvo io?

…che camurrìa, basta, tiriamo fuori questa benedetta macchina allora, ben appesa al collo, rilassata, senza problemi. Ed ecco le prime foto di Palermo, alla Kalsa e a Casa Professa, foto timide e pietose, era la prima volta e non mi è successo niente! Me la tenevo al collo sopra lo zaino che mi ero messa al contrario, tutto davanti come un neonato, per appoggiarmi le braccia e riposare, per fare foto e per poter rendere più difficile uno scippo, di zaino e reflex. Lo scanto mi stava passando e stavo per prenderci gusto a Casa Professa, clic clic clic, quante cose ora posso immortalare e rivedere, Palermo io ti amo e ti voglio avere sempre con me. Mi facevi paura e non volevo uscire. Sono uscita sola e ho visto tante cose e di te non mi spavento più (non troppo almeno). Mi facevi paura e non volevo prendere la bici anche se lo facevano tutti. L’ho presa e sono sempre tornata a casa con lei e ora non mi spavento più (perchê so scegliere i posti giusti dove nasconderla). Tutti ti fotografavano, anche se venivano per dieci giorni soltanto e io in dieci anni ho avuto paura e ora ti immortalo e inizio da Casa Professa clicliclic cacchio si è spenta! Ho dimenticato di caricare la batteria!

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Nuvole di salina. Storia di due amanti in fuga.

Trapani salt pans with Erice view

ENGLISH” version!

Se stai con un uomo che lavora con il turismo in una città di mare, l’estate non esiste.
Nessuna quindicina di ferie per squagliarsi ogni giorno in spiaggia, nessun test su Fb ‘Sei racchettonista o tintarella forevva?’, niente Cosmopolitan con cui azzerare definitivamente il neurone sciolto e non caschi in quelle situazioni da ‘Tesoro, ci sono i bambini!‘.

Bon, ne abbiamo preso atto.

Ci si consola pensando ai nostri quarant’anni pelle liscia come la seta e a quelli dei nostri amici pelle arrapacchiata come una mela vecchia 3:D

In estate io e Giovanni diventiamo amanti e la nostra relazione un susseguirsi di lillipuziane fughe romantiche. Come ogni relazione clandestina che si rispetti l’idea da tenere bene in mente è quella del ‘Carpe diem‘, cogli l’attimo, quello in cui si prospetta (si prospetta, eh!) che tutto il mondo si dimentichi misteriosamente del numero di cellulare del mio amato per un paio d’ore perché è dall’estetista, all’allenamento di tennis o al mare con un’amica e tu, amante impegnata in millemila faccende mentre ogni tanto un pensiero fugace scivola nella constatazione del tuo amore proibito, ricevi la tanto agognata telefonata ‘Sono libero fino alle sette!‘.

EVVIVAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA finalmente si va al mare!!!!!

Per qualche ora possiamo uscire allo scoperto e non vergognarci del nostro amore, sconosciuti ragazzi in fuga in mezzo a sconosciuti professionisti della tintarella che non hanno niente da chiederti per questa estate, perché tanto la loro cabina al Lido delle Sirene l’hanno prenotata dieci mesi fa e schifano la tua pelle da worm dall’alto delle loro depilate sopracciglia oleose.

Tiri fuori il costume dalla naftalina, ti metti tre litri di crema protezione bambini, infili nello zainetto di battaglia il telo cercato per due ore a casa perché nemmeno te lo ricordavi più dove fosse riposto, come una deficiente non fai altro che pensare ‘Evviva si va al mare, evviva andiamo al mare, evviva non sembreremo più dei cadaveri, evviva, mi ricorderò ancora come si fa? Per fortuna dicono che nuotare sia come la bicicletta, non si scorda più’.

EVVIVAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

E’ in questo frangente che la dolce metà cade in un coma profondo e recupera le energie perse nell’ultima devastante settimana di inizio agosto e fa passare le ore.

Porca paletta! E il mare???

Come tutti gli adulti sanno, o dovrebbero sapere, quando deludi simili aspettative fanciullesche DEVI RIMEDIARE e non c’è storia. Quindi arriva il compromesso della fuga alle saline Calcara in un’ora e mezza.

Presa!

Anche perché le luci dopo le cinque e mezza cambiano e tra acqua, sale, fenicotteri e scintillame diventa una minifuga muy romantica e tranquilla. Via veloci allora, svicolo per Nubia e dritti verso il cancello delle Saline Calcara. Una volta ci si poteva entrare, ora non più, ma conosciamo Marruggio e allora magari possiamo entrare ( lo spirito non è il menefreghismo per le regole, è l’ottimismo maschile e la fiducia nell’amicizia :D).

E infatti appena ci beccano ci dicono di tornare indietro perché la macchina qui non ci può più entrare, ordini del WWF. Ottimista torna indietro con la macchina e io vado a far foto senza fretta e telefonini in giro. Solo le vasche e l’acqua ferma. Silenzio.

tufo della salina calcara a nubia

salina calcara a nubia

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Silenzio Scintillio Terra Sole

riserva delle saline a trapani
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Silenzio
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riserva naturale salina calcara trapani
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Ma il silenzio comincia a fare rumore. Qua l’acqua non è tutta ferma nelle vasche a luccicare, c’è un piccolo fiume salato che viene dal mare, proprio dove ci sono quelle poche piante verdi in mezzo al deserto di terra rossa e sale. Va così piano che si sente appena ma sotto le righe stondate della corrente è vivo e qualcosa, forse un pesce, ti fa venire il cuore a nocciolina con il suo guizzo poco più avanti, restano solo i cerchi. E’ il posto o il momento o tutti e due dove non ti chiedi niente e non pensi a niente.

Guardi e basta.

Nemmeno osservi perché se osservi pensi.

Guardi e ascolti.

E te lo godi senza pensare di farlo.

Lo senti.

riserva naturale saline di nubia

animali in salina

Ad un certo punto a farsi sentire davvero sono gli uccelli, che si sono riappropriati di questo deserto e anche la cadenza dei loro versi è diversa, non all’unisono, non tutti insieme, non un baccano confuso di starnazzatori ma quasi un botta e risposta, un dialogo nella Natura che non turba l’armonia di questo posto, anzi la enfatizza perché si sente libera di esprimersi. Durante le pause nel dialogo qui c’è così tanto silenzio che senti i passi delle formiche e il crit crit sul terreno di non so che insetto. E’ in questa oasi che ti viene da fare quello che magari non faresti quando sei con gli altri e magari di fretta, passeggiare sui muretti tra le vasche.

Stradina stretta ingombra di piante mai viste e acqua allippata di verde a destra e a sinistra, ormai sei in mezzo alla palude e indietro non si torna, tanto vale farsi tutto il percorso in mezzo alle nuvole specchiate a raccogliere conchiglie sulla terra, tra le piante unite da ragnatele.

salt pans in sicily

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Ma chi ti insegue qua per questa ora? Gli altri fanno cose serie, tu scopri i bozzoli tra le piante. La presenza umana è lontana, qualche turista in fondo lo vedi, sul solito stradone principale, quello che porta direttamente al mulino e ha l’aria rassicurante dell'”autorizzato“. Tra le saline non so se sia proibito passeggiare, qui semplicemente non c’è nessuno a dirti di no, quindi chissà ma intanto mi godo il deserto di luce dove di tanto in tanto si scorge qualche residuo di umanità, una carriola, per ora abbandonata perché ancora è presto per la raccolta del sale.

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E’ in questo percorso strambo che mi raggiunge il principe con la maglietta azzurra e per fortuna non ha l’aria di pensare ‘Ma tu vedi dove si va ad infilare questa qua‘.

Insieme saltiamo da una vasca all’altra, tenendoci lontani dal mulino a noi così familiare, girandoci intorno a guardarlo come non lo vediamo mai, dai lati ammucciati, fino ad arrivare in una spiaggia, ma pure questo c’è in salina, rive bassissime di terra marziana incrostata di sale e bagnata da acque terrestri. I pesciolini neri sulla riva nuotano ignari della tua esistenza, tu sei grande ma questo non li turba minimamente.

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E poi alla fine ci arrivi, il deserto cambia, dal caldo rosso al bianco glaciale che brucia, ti fa la pelle di cuoio rimandandoti mille soli e ti acceca, ma di questo all’oasi tutta intorno, vicina eppure lontanissima, non importa e squadre di fenicotteri rosa si alzano in volo ordinate.

Ormai siamo sullo stradone battuto dai turisti, un’ora e mezza è passata.

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Pensavate di scansarvi i fiori almeno qui in salina? Non scherziamo, eh!

Pensavate di scansarvi i fiori almeno qui in salina? Non scherziamo, eh!

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Metti un weekend con Federico III ed Eleonora d’Angiò ad Erice. Tra comparse e schermidori adesso è davvero Medioevo!

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Sì un weekend, non un paio d’ore come fanno tutti.

Primo tentativo sabato scorso di sera: viaggetto in funivia, cena in un ristorante ericino troppo buono, si fanno le 22, sentiamo in lontananza i tamburi e cerchiamo di dirigerci verso il tam tam.

Niente, sono passati e hanno finito.

Incrociamo una ragazza in tunica mentre a noi stanno cadendo le mani per il freddo e niente, il corteo con i mangiatori di fuoco passerà tra non meno di mezz’ora ma intanto possiamo provare al castello che ancora qualcosa la fanno, ci sono gli stands e uno spettacolo teatrale. Andiamo!

…e dopo una giornata a menarla mica aspettano noi, quelli stanno sbaraccando tutto. Mentre gli altri si tolgono i costumi noi riusciamo a raccattare un bicchiere di Inzolia, con libera offerta, versato da una brocca di maiolica, che fa tanto scena, e da un oste medievale, che fa ancora più scena.

Ehi un momento! ritorniamo in piazza! La ragazza ha detto che ci sono i mangiatori di fuoco. Si ritorna in piazza allora, vabbè secondo te non troviamo lo spettacolo già finito e la fiumana di gente che ha visto tutto e commenta?

Di questo “incontro” c’è rimasta solo la visione di drappi broccati svolazzanti per le strade principali 😦 ‘Amore, facciamo un giro tra stradine piccine picciò mentre tu guardi i cortili e io mi ammiro i batacchi’, e dopo un quarto d’ora, sconfitti dal freddo (in realtà Giovanni): “Tesoro, torniamo a casina”.

Fine Primo Round.

A proposito, è la FedEricina, una manifestazione medievale per ricordare la venuta ad Erice di Federico III e di sua moglie Eleonora d’Angiò durante i Vespri Siciliani. E’ il primo anno che la fanno e ha richiamato diversi gruppi di suonatori, figuranti e schermidori da tutta la Sicilia.

Sor Federico...

Sor Federico…

...e la Sora Eleonora

…e la Sora Eleonora

Secondo Round.

Due giorni dopo , Festa della Repubblica. Giovanni inaspettatamente libero, tempo che minaccia pioggia ‘Tesoro dove vuoi andare?‘… ma per una volta che fanno una cosa figa vuoi che non si ritorni? Tanto piove e alle saline non si apprezza bene con i nuvoloni, torniamo a Erice!

Evviva!!!! Il corteo c’è, c’è, c’è ancora! Ci arriviamo per il rotto della cuffia come al solito nostro, ma ci arriviamo.

E’ il raduno dei “cortei Storici di Sicilia” e li becchiamo durante la sfilata verso Porta di Trapani, sulla strada principale, direzione il Real Duomo. E’ una sfilata che dà soddisfazione perché è davvero lunga, ma non troppo e puoi godertela abbastanza senza annoiarti. Inoltre la strada, Corso Vittorio Emanuele, non è che sia grandissima, quindi potevamo ammirare l’imponente lavoro di sartoria e volendo avere pure la sfacciataggine di toccarlo, tanto eravamo vicini. Tra perle, ricami e cotte metalliche sembra di essere nella versione (molto) educanda del Trono di Spade.

Federico ed Eleonora nella mia versione (più carini)

Federico ed Eleonora nella mia versione (più carini)

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Sembrano le Tre Marie del panettone! :D

Sembrano le Tre Marie del panettone! 😀

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Cosa si ricorda? La venuta di Federico III e di Eleonora d’Angiò a Erice durante i Vespri Siciliani, nel XIII secolo. Ma come, Erice è così antica? Beh se pensate che qui si parla dei primi insediamenti nell’VIII secolo a.C. praticamente Federico è venuto ieri. Senza voler annoiare nessuno con una lezione di Storia (magari un’altra volta), i Vespri furono una rivolta dei siciliani che non volevano essere dominati dai francesi e chiesero aiuto agli Aragona. I siciliani chiesero a Federico III di diventare il loro re e fu ufficialmente eletto dal Parlamento siciliano, un Parlamento all’avanguardia, in anticipo anche su quello inglese, visto che vi faceva parte anche una rappresentanza cittadina che poteva partecipare all’elaborazione delle leggi (almeno sulla carta). Insomma Federico accettò e non si spostò più dalla Sicilia, ma se la girò in lungo e in largo e arrivò anche ad Erice, per poter continuare la guerra contro i francesi e contro Napoli.

Se aguzzate la vista vedrete la bandiera della Sicilia, nata proprio in occasione dei Vespri!

Se aguzzate la vista vedrete la bandiera della Sicilia, nata proprio in occasione dei Vespri!

La torre accanto al Duomo infatti era una torre di avvistamento, poi riciclata in campanile. Anche il Duomo fu fatto costruire da Federico, come ringraziamento per l’ospitalità, peccato che per farlo fece usare pezzi dell’antico Tempio di Venere e infatti dicono che si possono vedere delle croci egizie molto più antiche (“dicono” perché io ci sono entrata solo una volta e non me la ricordo molto bene, quindi con la scusa del blog mi segno una seconda visita e poi vi dirò 😉 ). Il Duomo in realtà serviva anche a mettere tante pietre sopra il culto di Venere non ancora scomparso del tutto.

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C'è pure il monaco, tiè :D

C’è pure il monaco, tiè 😀

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Dentro non è più come l’originale, e un giorno faccio una scappata e ve la mostro, è in stile neo-gotico ed è tutta bianca, sembra fatta di panna montata, poi capirete il perché!

Dicevo, Federico qui ci arrivò con la moglie, ‘a Signura Eleonora, di cui si sa poco e niente visto che, anche se regina, sempre donna era e quindi chisseneimporta. Mah. Però si sa che la fecero sposare a dieci anni con un coetaneo e annullarono il matrimonio per la giovane età degli sposi (eh!). In compenso non fu considerata troppo giovane a 12 anni per sposare Federico e mettere in cantiere due anni dopo il primo dei nove real pupi. Non so quanto potrebbe interessarvi questo ma il gossip è sempre meno fuffoso delle date dei Vespri direi.

In realtà della FedEricina ho poco da dirvi perché nonostante la scelta di una data a prova di solleone e di nubifragio, quel giorno ci siamo beccati pioggia assuppaviddani (letteralmente ‘inzuppa contadini’, pioggerella sottile sottile che non distoglieva i contadini dal lavoro, per cui alla lunga si bagnavano) e un vento che giusto a Cime Tempestose, quindi niente spettacoli di fuoco e tantomeno sbandieratori! In compenso ci siamo visti una bella danza e sopratutto un duello di scherma medievale, con spade da 8 kg l’una. Se non fosse stato per le antenne sui tetti, con tutti i figuranti intorno, sarebbe sembrato davvero il XIII secolo e noi ce lo siamo goduto dalle scale del Duomo, mentre la gente fuggiva per gli schiaffi del vento.

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Non ho resistito :)

Non ho resistito 🙂

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Peccato per i loro sforzi ma bello per noi perché se ci fosse stato bel tempo qui sarebbe stato strapieno e a me sinceramente non piace. Erice è bella girarsela quando c’è poca gente e cammini per le strade silenziose e puoi guardare dentro una chiesa sconsacrata dalle fessure del portone. Ve la sconsiglio decisamente in estate, dovreste sgomitare, letteralmente, e non vedreste nulla.
Ad un certo punto pure noi siamo fuggiti e ci siamo messi a passeggiare per le stradine terziarie e i cortili. Senza la mini (per fortuna) confusione durante la sfilata, paradossalmente si apprezzava di più l’atmosfera medievale, ma il tocco di colore delle ragazze in costume non stava male 🙂

Fioriiiiiiiiiiiii :)

Fioriiiiiiiiiiiii 🙂

Tempo brutto, ragazzo carino ;)

Tempo brutto, ragazzo carino 😉

Mentre infilavamo la testa nei cortili abbiamo perfino chiesto ad un vecchietto di farci ammirare il suo, uno dei più belli di Erice a detta sua, ma questo ve lo dico un’altra volta!

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a : fioredinespula@gmail.com
Se vuoi dormire al Belveliero e poi andarti a fare un giro ad Erice puoi scrivere a : bebilveliero@gmail.com (aggiungi la parola d’ordine FIORE nella email! 😉 )