Fiori di primavera in Sicilia | Aprile

Wild fennel flowers in Sicily

Qualche giorno fa un signore ci fece notare che la gente crede che la Sicilia sia secca e gialla ma che questo accade perché vengono in vacanza qui a luglio o agosto e quando vengono in Aprile si stupiscono dei colori delle nostre campagne. La Sicilia non è affatto brulla! e ora che la bella stagione sembra aver definitivamente e repentinamente ingranato (da 15°C a 27°C in una settimana, che scherziamo? Fortuna che non ho mai completato l’ultimo cambio di stagione, quindi ho ancora roba a maniche corte in giro. Non è essere disordinati, è essere istintivamente pronti a tutte le evenienze) ci possiamo fare qualche passeggiata e presentare le prove.

Sulla flowers in Sicily

Sulla flowers in Sicily
I campi per adesso sono pieni di Sulla, ovvero Fiori fucsia per mucche contente.
E’ una pianta spontanea qui in Sicilia ma a volte viene appositamente seminata nelle terre destinate al pascolo e in questo mese d’Aprile ci sono interi tappeti rosa. È una pianta apprezzata da mucche e api. Si può anche mangiare nelle insalate e nelle frittate, sia le foglie che i fiori, ma non saprei dirvi che sapore abbia, l’ho letto mentre cercavo il nome esatto. Se non siete per le insalate new age potete sempre metterle in un vasetto con l’acqua, durano tanto.

Acetosella gialla, che prima conoscevo semplicemente come il fiore dallo stelo al sapor di limone. Sempre facendo ricerche su internet l’ho trovata sotto la dicitura ‘infestante’, perché sull’isola ce n’è davvero tanta, ma è così carina con i suoi fiori giallo limone che mi sembra poco gentile definirla così. Anche questa viene usata nelle insalate ma potete anche prenderne uno e spremerne lo stelo tra i denti, ha un leggero sapore aspro. Fatelo solo con quelli che raccogliete in aperta campagna, sarà meno probabile che un cane ci abbia fatto la pipì sopra. Mangiatene poco perché gli ossalati che contiene fanno male ai reni quando in eccesso. Credo sia l’erbaccia più tipica e carina della Sicilia.

Gladiolo selvatico in Sicilia
Gladiolo selvatico, io e la Poetessa lo scorso anno ne abbiamo raccolto una caterva passeggiando per i campi mentre le Nespule ci cercavano soli, tristi e sconsolati. Hanno fiori fucsia-violetto e abbiamo provato a piantarle, sono semplici ma eleganti. Non lasciateli sotto il sole dopo raccolti, muoiono subito (abbiamo perso metà del raccolto così). E ovviamente non sono riuscita a farli attecchire in vaso.

Sicilian broom Ginestra in Sicilia

La ginestra, quel fiore tanto amato da tua madre, ragion per cui tuo padre non esitava a fermarsi nelle piazzole di sosta sulla A29 (Palermo-Mazara del Vallo-Trapani) per tagliarne fascioni interi. Ecco che ricordo (molto vecchio) ho di questi arbusti dai fiori gialli.
– Ricordo numero 2: hanno un fusto terribilmente tenace quindi devi avere un coltello dietro per poterli tagliare, non per niente la loro fibra veniva usata per fare cordami.
– Ricordo numero 3: profumano e piacciono alle api (cosa scoperta mentre papà imperturbabile le raccoglieva).
– Ricordo numero 4: Sono molto resistenti e poco esigenti ma possono beccarsi gli afidi (cosa scoperta dopo aver abbracciato con entusiasmo il fascione per portarlo alla mamma).
– Ricordo numero 5: alla mamma erano piaciuti proprio tanto.
– Ricordo numero 6: Quella sera davano in tv l’orrida versione hollywoodiana de ‘La casa degli spiriti‘.


Le margherite puzzolenti e quelle (forse) da camomilla. Mi sono sempre piaciute le margherite di campo ma mi sono sempre rifiutata di metterle a tavola e averle a venti cm dal naso, visto che, insieme ai gigli, sono i fiori più puzzolenti con cui abbia mai avuto a che fare. Quelle piccoline bianche, che ricoprono i prati rimanendo basse basse sono molto più simpatiche, quando le vedo mi ricordano i fiorellini stampati sulla carta igienica profumata Camomilla 😀 che mi compravano quand’ero piccola.

Poppies in Sicily

I papaveri. Ormai ne vedo solo qualche esemplare isolato in campagna, ma quando io e i miei fratelli eravamo piccoli, mia madre ci portava a vedere intere macchie rosse nei quadrati di terra incolti, tra i palazzi della periferia di Trapani. Ora come allora mi dispiace la loro delicatezza e fragilità, ragion per cui non si possono raccogliere per metterli in un vasetto a casa per rallegrare il tavolo.

Wild fennel flowers in Sicily
Finocchio selvatico per trovare il nome di questa pianta ho faticato ma le campagne ne sono zeppe, queste qua le ho fotografate a Segesta, vicino al tempio. E’ una pianta selvatica simpatica, che fa parte delle Ombrellifere per via delle cupole floreali gialle. A quanto pare il finocchio serve a tutto, ma io direi che l’uso più importante del finocchio selvatico sia nella pasta con le sarde (non questi ad alberello ipertrofico, i rametti piccoli e tenerelli) e vabbè poi serve pure per il mal di pancia, per il vomito, per il fegato, i semi servono per condire l’impasto della salsiccia che si fa solo qui in Sicilia e a quanto pare possono avere effetti allucinogeni O_O


Cardo versione giallo oro e versione viola, verso la fine di Aprile, quando comincia a fare davvero caldo, li trovate ovunque. Qui sono praticamente infestanti ma le distese di spine e fiori viola sono carine se non ci devi passare vicino (o con un gregge) e non so perché tutte le volte mi fanno pensare a Lady Gaga. E’ anche il fiore che ricorda il pastore siciliano Dafni, figlio del dio Hermes e di una ninfa, bellissimo come tutti i pastori della mitologia greca di cui si sono persi i geni nei pastori odierni; alla sua morte (fu vittima di un delitto passionale per mano di una ninfa tradita) la Terra, per il gran dolore, fece nascere il cardo.

wild iris F

Iris selvatico è uno dei fiori spontanei più eleganti e nascosti nei campi, sono piccoli piccoli. Ho scoperto che il suo nome in greco vuol dire arcobaleno e a me basta 🙂 (se per caso vi trovate una zappetta in tasca potete provare a tirar fuori il bulbo e ripiantarlo in casa, altrimenti lasciatelo dove sta, è un peccato perderlo così)

unknown wild flowers F

Il fiore del Mistero nel senso che non so che fiore sia ma mi piaceva l’idea di fargli una foto così dall’alto, come tanti piccoli soli

Questi sono i fiori che ho visto in queste scampagnate di Aprile, io ho una fissa per le foto floreali e quindi DOVEVO scriverci un post. Durante le passeggiate sono quella che resta sempre indietro e mi prendono puntualmente in giro per questo ma mi piace raccogliere testimonianze della loro effimera bellezza. Quando rivedo queste foto è come quando piccoli momenti gioiosi ti vengono in mente per un attimo, non ti faranno felice né ti risolveranno i problemi però cinque minuti di bellezza al giorno non cadono mai nel vuoto.

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com
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Fior di Sale

Finalmente il mio Fior di Sale è arrivato!

Grazie a conoscenze di conoscenze, ovvero io sono la ragazza di Giovanni, Giovanni è amico di Marruggio, Marruggio è il Signore della Salina Calcara (di cui vi avevo parlato anche QUA), che poi alla fine conosco pure io perché si esce insieme, sono riuscita ad aver gratis l’ultimo sacchetto di questo sale.
Voi direte “Eh capirai, quanto può costare un Kg di sale?“. Quello normale poco, quasi niente, il Fior di Sale assai assai.

Io fino all’estate scorsa non avevo idea di cosa fosse il Fior di Sale e conoscere il proprietario di una salina può anche avere dei risvolti romantici. Quando la sera non c’è nessun turista in salina e si organizzano mangiate tra amici (in estate, perché in inverno in mezzo alle campagne e con mille turbinii ventosi si gela) può capitare che lo zito ti inviti a fare una passeggiata romantica e silenziosa vicino alle vasche, al chiaro di luna.

Nelle notti senza luna le saline sono immerse nel buio, si vedono solo le luci della lontana città vicina, al di là del mare, perché a Trapani il porto e le saline si guardano a vicenda sopra un piccolo orizzonte d’acqua. Se non fosse per la nuvola di luce urbana potresti anche vedere le stelle e la Via Lattea e risolveresti il problema del camminare tra le vasche al buio rischiando di finirci dentro, perché quello della Via Lattea, non so se lo sapete, è uno spettacolo che ti inchioda.

Ma quando la luna piena c’è e vedi quello che hai intorno, una passeggiata senza stelle in una sera di fine Agosto val la pena farla, perché le stelle te le ritrovi tra le vasche. Tra Agosto e Settembre il sole picchia forte da queste parti e l’acqua delle vasche comincia ad asciugarsi. Il primo sale che affiora è un’isoletta pura ancora circondata da tanta acqua e abbastanza pulita perché le impurità sedimentano sul fondo. Prende la forma di tante piccole ninfee cristalline che brillano alla luce tenue della luna, il fior di sale appunto. In verità non so se si chiama così perché qualcuno ha pensato alle ninfee o perché è uno dei sali più pregiati in assoluto.

E’ un sale grezzo ma già abbastanza fine, pur non essendo lavorato. Viene raccolto a mano dai salinai, come si faceva anticamente, quando si cristallizza sulla superficie delle vasche per l’azione combinata del sole e del vento, per questo è un prodotto di Presidio Slow Food. Non ha additivi né conservanti e contiene un mix di sali minerali più variegato rispetto al sale normale oltre che una quantità di cloruro di sodio inferiore, per cui non copre troppo il sapore dei cibi. Questo che ho qui è bianco-argenteo, umido e abbastanza friabile al tatto.

Non usatelo per cuocerci la pasta, come sta facendo una signora di mia conoscenza perché non è andata al supermercato a comprare quello normale, ma centellinatelo per preparazioni più pregiate e anche un po’ insolite. Io per esempio me lo sono fatta dare per creare dei biscotti. Sì, dei biscotti al Fior di Sale, cercavo un’alternativa bio ma particolare ai soliti biscotti del panificio, per le colazioni ai B&B di Giovanni e ho fatto l’esperimento. Volevo qualcosa di tipico ma non banale (più tipico del sale a Trapani non c’è niente ma propinarlo così solo solo la mattina presto, insomma… 😛 ) quindi ho usato la ricetta di Sigrid Verbert presente sul suo bellissimo libro “Regali golosi” (il foodblog di Sigrid è Cavoletto di Bruxelles, una recente scoperta molto bella), eccola qui:

Biscotti Fior di Sale (Tempo Stimato: 2 ore tra impasto, riposo e cottura)

• 250 gr di farina 00
• 125 gr di burro
• 125 gr di zucchero
• 10 gr di zucchero vanigliato (io ho usato direttamente 2 gr di vanillina)
• 1 uovo
• 1/2 cucchiaino di Fior di Sale

Procedimento:
Setacciate la farina e mescolate insieme a zucchero, vanillina e sale. Aggiungere il burro freddo a cubetti e cominciate ad impastare sbriciolando gli ingredienti e facendo assorbire il più possibile in burro. Fate la fontanella su un ripiano, aggiungete l’uovo e impastate fino alla completa amalgama, formate una palla, coprite con la pellicola e fatela riposare in frigo per un’ora.
Dopo tirate fuori l’impasto, stendetelo su una superficie leggermente infarinata fino ad uno spessore di 4 mm circa e cominciate a tagliare le forme che preferite mentre il forno scalda a 160°C. Disponete su una teglia coperta con carta forno e cuocete per 13 minuti (10 se li volete chiari)

Vengono tra i 35 e i 40 biscotti e sono superbuoni, 3 euro per tutti gli ingredienti e sono stati già spazzati via. Si vedono i cristallini di sale sulla superficie, sono molto “vanillosi” ma con quel granello di sale ben distinto che non guasta. Particolari!

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Le stranezze dei siciliani a tavola

Questa foto è troppo bella e l'ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui "Se hai un problema aggiungi olio"  cucinamilitante.wordpress.com

Questa foto è troppo bella e l’ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui “Se hai un problema aggiungi olio” cucinamilitante.wordpress.com

“ENGLISH” VERSION PART ONE & PART TWO

Fonte ispiratrice di questo post è stata la Signora Mamma, che un bel giorno si mise a raddrizzare il pane messo sottosopra con un fremito di contrarietà maniacale degna del detective Monk quando vede i bottoni allacciati storti : ‘Questo non si mette rovesciato, il pane si mette dritto!
‘E perché?’
‘Perché sì!!!’
Che risposta è? Una risposta molto siciliana direi, non c’è una spiegazione, si fa così da tempo immemore e tu sciocco che chiedi, così fan tutti, è un mistero il perché ma chiedere non si fa.
A quella volta succedettero altre “raddrizzate” inspiegate e quando ne scoprii casualmente il motivo cominciai ad attenzionare tutte le stranezze sicule intorno a me, che quando mi metto a tavola mangio e siedo irradiata di beata ignoranza.

1. Il pane non si mette sottosopra. Perché è il corpo di Cristo. Non perché inspiegabilmente così non si fa, tutti lo sanno e anche tu devi saperlo anche se non sai perché. E nemmeno perché altrimenti cadono tutti i semini, come provò a glissare una volta la Signora Mamma (da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra).

2. Non si butta via niente. Visto che da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra e, o lo metti dritto o lo metti sottosopra, financo tu lo metta in bilico sul bordo del tavolo, ti ritrovi la tovaglia piena di semi e visto che i grissini sono sciccheria da ristorante, visto che un siciliano ha 23 ore su 24 in testa il cibo, visto che il tempo se lo deve passare mentre attende le portate, anche quando i grissini ci sono, visto che non si butta via niente, tutti, immancabilmente, come se avessero un tic, umettano la punta del dito indice e cominciano a puntarlo sui semini sparsi e a mangiarli, come degli uccellini smaniosi. Annuiscono, parlano a denti stretti e pic pic pic, si attaccano i semini al dito e se li portano tra i denti, sistema che consente anche la riumettatura automatica del polpastrello, come nei timbri autoinchiostranti.

3.Il pane a tavola c’è sempre. Con una portata o con dieci, perché come diceva mio padre ‘Ingrassate perché mangiate troppo e mangiate troppo perché mangiate senza pane. Il pane vi fa saziare, così mangiate meno e dimagrite’ (!!!!!!!!!!!). Se avete la panza sapete perché.

4. Ma non c’è mai l’acqua calda a tavola. Ci deve essere sempre l’acqua fredda in inverno, con i cubetti di ghiaccio in estate. L’espressione “temperatura ambiente” viene usata solo dai giardinieri.

5. Se non è fritto probabilmente fa male. La roba arrostita è ammessa solo nelle grandi mangiate in campagna o in terrazza o in balcone o nelle strade tra due isolati recintate dalle macchine. Una parmigiana con le melanzane arrostite non la servono manco in ospedale. Quella del fritto ovunque, dell’unto bisunto praticamente affogato è stata anche discussione con la dolce metà, che mi scansò dai fornelli con un “Tu non sai cucinare!” vedendomi mettere mezzo litro di olio in meno nelle zucchine per la pasta e aggiungere una goccina d’acqua per non farle attaccare. Da allora lui cucina e io vago per casa incomazzata dagli acidi grassi.

6. “Tanto ogghiu unni’ chiange”. Tanto non piange olio, quindi non serve. In Sicilia l’olio viene usato pure per cucinare le pietre, dunque è preziosissimo. Quando si rovescia sulla tavola si alzano tutti e trentacinque commensali. Qualcuno vi dirà perché porta sfortuna, in realtà perché lo compri dal vicino di casa in campagna e costa un occhio della testa, altro che quello in offerta al supermercato. Vedi punto sette.

7. L’olio non si compra al supermercato. Quando sei uno studente universitario fuori sede e fai il trasloco della dispensa, è immancabile la bottiglia di olio nuovo, quello comprato dal vicino, che ha il terreno confinante con il tuo e quattro ulivi contati e te lo ha passato in cambio di un rene, ma la genuinità si sa, ha un prezzo. Il paradosso dell’olio è che quando è appena fatto ha un color oliva torbido e sospetto e un sapore velenoso ma che divide il popolo siciliano biomaniaco, quelli che aspettano solo l’olio nuovo amarissimo per mangiarlo con il pane, rigorosamente da forno a legna fatto nei panifici di campagna, e quelli che usano solo l’olio vecchio, di colore e sapore compatibili con la vita umana (tra cui io). Unica cosa in comune: l’olio non si compra mai al supermercato, che chissà da dove viene, con quali olive l’hanno fatto, in quale secolo sono state raccolte, forse lo hanno tagliato con l’olio da motore!!! Il biokomplottismo in Sicilia è roba vecchia.

8. Rosticceria for breakfast. Avete presente la scena del film “Tre uomini e una gamba“? Quando alle otto Aldo si affaccia dalla finestra dicendo “Finisco la peperonata e scendo”? Quando qui si va a fare colazione al bar alle sette è normale trovare mezzo bancone pieno di dolci e uno e mezzo di rosticceria, sopratutto fritta, e credevo che fosse così in tutta Italia. I Musei Vaticani mi hanno fatto ricredere.
Una volta andai ai Musei Vaticani e poiché sono grandi mi consigliarono di comprare il pranzo e mangiarlo a metà visita. Dalle dieci in poi un siciliano già pensa al pranzo, quindi alle undici e un quarto anche in un bar di Roma chiedi la rosticceria a colpo sicuro.
Bar numero uno, solo insalata di riso.
Bar numero due, insalata di riso e panini.
Bar numero tre, insalata di riso, panini e pizzette.
IO: “Scusi, ma avete solo questo?” (tre banconi pieni)
Barista: “In che senso, signorina?”
IO: “La tavola calda non c’è? “
B:“Sì, sì, certo che c’è! L’insalata di riso!”
IO: (E me la metto in tasca l’insalata di riso?) “No, dico la rosticceria, non avete i calzoni, le arancine…” (già allora percepivo le iris con la carne una richiesta troppo avanzata)
B: “I calzoni? A quest’ora?” O_O
IO: “Eh ma sono già le undici passate!”
SILENZIO
B: “No signorina, c’avemo solo queRsto.”
Quante cose che si imparano andando al museo.

9. Le arancine fatte male. Parlare di Roma mi ha fatto venire in mente quella poesia di Trilussa, “Felicità”: “C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”
Quando ti alzi alle sette per andare a lezione con ben otto gradi fuori che ti tagliano la faccia, quando finalmente arriva la ricreazione oppure esci fuori da dieci ore di lezione all’università e rotoli sul treno che ti porta al paesello, quando arriva la pausa pranzo al lavoro, la felicità è a portata di mano. Piccola, economica, magica e fritta! E’ l’arancina, quella pallina cicciosa, oleosa e calda che t’arricria tutto già quando pensi di comprarla, fino a quando spazzoli l’ultimo boccone e ti penti di non averne comprate due, anche se qui sono così grandi che se ne mangi due finisci in coma. Pensata, bramata, agognata e poi finalmente conquistata e mangiata, dopo il mondo diventa a colori, rosa prosciutto, rosso sugo di carne e verde pisello. Deludere una simile aspettativa può causare un serio dissesto del bilancio di fine mese della rosticceria con picchi che potrebbero culminare in un 800A spray grande quanto tutta la vetrina.

10. Le arancine con il nome sbagliato. Le arancine sono femmine, come qui già detto qui, e basta. Purtroppo dalla parte orientale le chiamano con uno stridente nome maschile, molesto come un’unghiata sulla lavagna. La diatriba quando parte non si ferma più. Provate a leggere qualsiasi articolo sul cibo dove si scrive arancini o arancine, non importa che poi si parli delle balene nel Mediterraneo o degli ufo a Paparedda o delle balene di Paparedda che sorvolano il Mediterraneo a bordo di un disco volante, tutti i commenti sotto si catalizzeranno solo sul sesso delle arancine e sulle azzuffate con gli orientali. Io vi consiglio di crederci senza provare, rischiate di morirci di vecchiaia. Se li dovete ordinare indicateli con il dito e basta.

11. La pizza sfincione. Sempre parlando di incomprensioni culinarie lo sfincione non è una pizza e come per le arancine chiamate con la I a Palermo rischiate un serio linciaggio. E’ un materasso palermitano alto due dita e condito concentrato di pomodoro, cipolla e grascia, visto che quelli più buoni sono sempre quelli venduti dai carrettini costruiti dal nonno e mai puliti dalla nonna dell’ambulante che te lo porge. Decenni di batteri, olio e sputacchi hanno dato il loro contributo ad uno dei migliori street food del mondo, fatevene una ragione.

12. Il dizionario è sbagliato. Se chiedi la frutta di marzapane è sicuro che chiunque ti dirà che in Sicilia il marzapane non esiste, li puoi illuminare chiedendo della frutta martorana e ti porgeranno frutta mandorlosa a secchi. Idem per il pangrattato, il pangrattato non esiste, esiste solo la mollica, o meglio la muddìca.

13. Meglio un figlio satanista che vegano. Credo che caponata e frutta martorana a parte, in Sicilia non esista quasi nulla che non sia fatta con qualcosa che provenga da maiale, pecora o cavallo e sopratutto che non preveda un’innaffiata di pecorino o un’imbottitura di ricotta (solo di pecora). Essere vegano qui rende difficile la sopravvivenza e se non vuoi far morire di crepacuore tua nonna o tua madre è meglio che tu fugga di notte, in un esilio autoimposto, ma non so chi ti aiuterà quando sarai solo, senza amici né famiglia. Essere vegano condanna alla solitudine e all’esclusione da quasi tutte le occasioni mondane dei siciliani, prime fra tutte l’arrustuta di sasizza e pancetta di Pasquetta, del 25 aprile, del 1 maggio, del 2 giugno, di Ferragosto e di tutte le domeniche in cui non si sa cosa fare e qualcuno ha messo a disposizione la campagna, il garage o il balcone di casa.

14. Non mi piace la ricotta di pecora. E’ la variante del punto 13. E’ una rarità, ma esistono, quelli a cui non piace la ricotta di pecora. La pecora dovrebbe essere messa al posto della Medusa sulla bandiera della Trinacria e dichiarata sacra insieme al suo dono piu grande, il latte e la ricotta che ne deriva. Calda, fredda, dolce, salata o al forno è difficile scansarla ma di solito nessuno ha questa intenzione. Odiare la ricotta è come odiare la Nutella, chi dichiara una simile eresia viene visto con sospetto e diffidenza.

15. Mangiare con lentezza. Io e Giovanni siamo siciliani ma quando siamo a tavola la dolce Nespula sembra essere il figlio perduto di Flash Gordon cresciuto in Africa tra gli struzzi. Per fortuna gli opposti, anche quelli almeno un po’, si attraggono e quando mi siedo io la percezione del tempo collassa, sembra un quarto d’ora ma è un ora e un quarto. A tavola si parla e che ci sia una portata o cinque, si perde tempo, ci si rilassa e si fa decompressione, fino al caffé e all’ammazzacaffé. Con Giovanni che ha messo il giubbotto dal secondo secondo (non è l’eco). Pochi hanno capito che mangiare è un piacere quanto i Siciliani ma quando ce lo insegnavano Dolce Nespula era in bagno.

16. Mangiare con sveltezza una fattoria. La realtà a volte impone ritmi ben diversi e allora bisogna mangiare in un vero quarto d’ora (a volte ha ragione pure Dolce Nespula). Ma poiché sempre in Sicilia siamo e alla salute ci teniamo, non ci possiamo accontentare di un semplice piatto di pasta per tutto il pomeriggio, quindi in un quarto d’ora siamo capaci di spazzolarci tre portate più dolce e frutta. Giusto per non svenire al lavoro e reggere fino alla merenda.

17. Il pranzo della domenica non prima delle due. Invitare al pranzo della domenica per mezzogiorno o anche per l’una è maleducazione, che siamo in ospedale? E poi io devo fare un sacco di cose prima! La colazione alle nove, il break alle dieci e mezza, il secondo break alle dodici e mezza, tipo con il gelato, che prima è presto e ti ghiaccia la pancia e poooooi si fa il pranzo, cominciando ad un orario da cristiani, non prima delle due per finire non prima delle quattro. Eccheccaspita è domenica.

18. Bisogna sempre essere pronti per le emergenze. Per questo si fa tanta spesa e si cucina tanto. Potrebbe succedere di tutto e quel tutto succederà il giorno in cui non sarai pronta, come nella migliore versione della Legge di Murphy, quindi in realtà facciamo così per tenere lontana la sfortuna. Potrebbe venire la carestia oppure cadere un millimetro di neve a farci rimanere bloccati in casa perché se non vivi nell’entroterra dell’isola le uniche catene che hai al massimo sono sul cellulare. Mangiare tanto serve a tenere caldi o a dare qualcosa da consumare alle tue cellule nel tempo nelle vacche magre. Potremmo svenire mentre stiamo attraversando le strisce per il rotto della cuffia e morire, a Palermo gli automobilisti guardano il semaforo dei pedoni e partono quando diventa giallo, che tanto tra due minuti il loro diventa verde ed è lo stesso. Potrebbe arrivare un parente con tutti i suoi cinque figli con nuore e generi al seguito o un pullman pieno di turisti potrebbe fermarsi in panne davanti casa nostra e noi non si caccia mai nessuno e comunque stare insieme in allegria è sempre bello. Potresti incontrare degli amici in spiaggia ed invitarli a pranzo sotto l’ombrellone, per questo al mare ci si porta il tavolo con le seggiole e le teglie di anelletti al forno e anche se non incontri nessuno, il mare lo sanno tutti che fa venire una gran fame! 😀

19. Il piatto si lascia pulito. Per le emergenze, vedi punto 18 e per educazione. Se ti mettono mezzo chilo di pasta nel piatto te lo devi mangiare TUTTO perché è stato fatto apposta per te, perché nessuno vuole che tu abbia un calo di zuccheri davanti al semaforo e perché se parli con qualcuno devi sempre dire che c’era forse troppo ma mai troppo poco (mah). Ovviamente devi pure accettare il bis. Il tris puoi scansarlo solo dichiarando di voler lasciare spazio per una doppia porzione di dolce.

20. Però davanti all’ultimo cucchiaio… cominciano a scambiarsi complimenti da fidanzati del primo mese “Prendilo tu, no tu, io sono pieno, no prendilo tu” (in realtà lo vogliono tutti e due e quello che alla fine non si decide a prendere l’ultima mini porzione se ne pente. Io dico sempre sì.)

21. Il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Pure Montalbano se ne lamentava. Più di tutti gli arancini e le pizze sfincione ecco cosa fa partire l’embolo ad un siciliano, il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Se qualcuno vuol farvi lo scalpo con il cucchiaio non vi aiuterà NESSUNO. (e fanno bene)

22. La Terra gira intorno al Sole, la Sicilia intorno al Cibo. Qui in Sicilia si parla sempre di mangiare e si pensa al cibo di continuo. C’è chi arriva a lavoro alle nove e davanti alla macchinetta del caffé si sente chiedere “Che mangi a pranzo?”

Figlioli ricordatevi che si fa per ridere, è ovvio che non mangiamo la caponata ogni giorno a colazione e nemmeno i cannoli (anche se i turisti pensano di sì), ma se capita nessuno si sente sacrificato e di certo non è impensabile che possa capitare (io la caponata a colazione l’ho mangiata, però erano le undici U_U) 🙂

Se vuoi un consiglio su dove mangiare a Trapani a colpo sicuro ecco QUA
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La Festa dei Morti in Sicilia. Bambini coraggiosi a caccia dei doni dei morti si ingozzano di frutta nata dalle paranoie domestiche di un manipolo di suore.

La festa dei morti in Sicilia

‘In Sicilia i bambini non hanno paura dei morti. In Sicilia la morte ha la leggiadria di una pupa di zucchero, una ballerina di acqua e carie che non risparmia la sua man(molto) forte alla glassa sui taralli, il profumo delle mandorle e i colori della frutta martorana, ha la dolcezza rubino delle melagrane con il vino, fa il rumore dei giocattoli nuovi e ti emoziona con una caccia al tesoro. In casa sono venuti i morti.

Sparsi per il mondo vi sono bambini fortunati che ricevono doni il giorno di Natale. In Italia i bambini sono ancora più fortunati perché se fanno i buoni poi arriva pure la Befana a fare doni. Ma ai bimbi siciliani va ancora meglio, perché se dicono le preghiere e lasciano un po’ di cibo sul tavolo la notte tra l’1 e il 2 Novembre, nella loro casa verrà qualcuno mentre dormono, non Babbo Natale o la Befana, che quelli sono di tutti e a tutti pensano nello stesso modo, ma qualcuno venuto solo per loro, i nonni, una mamma o un papà che non ci sono più. Non passano la nottata in tante case piene di sconosciuti, ma visitano solo quella dei loro bambini cari, li vengono a trovare, gli danno baci e carezze, invisibili ai loro occhi chiusi. Poi prendono la cesta lasciata sotto il letto e la riempiono di regali, doni speciali, più amorevoli, pieni dell’affetto esclusivo di chi non c’è più ma ci sarebbe stato solo per loro. La morte non fa paura ai bambini siciliani, come possono farti paura il nonno o la nonna? Che poi da quella casa non se ne vogliono andare e prendono tempo per nascondere il cesto, immaginando divertiti la trepidante ricerca dei piccoli, è così che i nonni che non ci sono più giocano con i nipotini nel giorno in cui i due mondi si incontrano

Vorrei poter dire di essere stata una di quei bambini senza paura e aver vissuto così poeticamente questa ricorrenza. I bambini temono i cavalli alti, hanno paura del fuoco e non toccano i serpenti ma se i nonni vengono dall’Aldilà e portano dolci e regali va bene. Io la notte del due vivevo nel terrore. Da piccola salivo sui cavalli alti, ero piromane e quella sera immaginavo la casa piena di scheletrini, i nonni dai teschi sorridenti usciti dalla tomba con tanti regali venivano a casa nostra e facevano festa, si sedevano sul nostro letto ed erano contenti di vederci e starci vicino, erano buoni ma non riuscivo a dissociarli dalla loro materialità, anche da morti, e questo mi riempiva di terrore.

Il sonno però vinceva sulla paura perché io e mia sorella eravamo rimaste alzate a giocare fino a tardi, che tanto domani non c’era scuola, e senza accorgermene chiudevo gli occhi. Il giorno dopo lo sapevo che c’erano i regali e che ancora una volta i nonni me l’avevano fatta sotto il naso, erano stati lì, tutti e quattro, forse venuti tre minuti dopo l’ultima volta che avevo guardato la lucetta d’emergenza, quella che ti serve per trovare la strada in camera tua se ti scappa la pipì di notte, o se hai paura dei mostri che escono dai sogni e da sotto il letto, ma se li avessi visti che avrei fatto? avrei urlato, sarei stata immobile o avrei domandato? E chiedevo ‘Ma i nonni sono degli scheletri?’. Le ovvie risposte non convincevano ma tutte le perplessità scientifiche erano messe da parte con la caccia ai regali. Mi ricordo ancora un’enorme bambola bionda, con il vestito blu scuro pieno di fiori nascosta dietro al divano o la camicia da notte di pile rosa fragola dentro la casetta di Biancaneve, che ancora le stagioni di mezzo esistevano e si poteva provare subito. E la paura passava, tanto anche la notte era passata, gli scheletri erano ormai venuti e di sicuro i nonni erano buoni e anche se non li avevamo mai conosciuti loro a noi pensavano sempre. Quelli di Partinico portavano i taralli, biscottoni rotondi a treccia con la glassa bianca sopra e i “pupaccena“, le statuine cave di zucchero duro dipinto che duravano fino a Natale e cominciavi a rompere da dietro, per non rovinare il disegno, quelli di Locogrande portavano le melagrane da sgranare e mangiare con lo zucchero e il vino, e le castagne e le nocciole.

Dopo si usciva e si andava a ringraziare i nonni al cimitero, si portavano i fiori. Per strada allora si capiva che era novembre anche senza guardare il calendario, si calpestavano le foglie secche con le scarpe nuove, sempre e solo ballerine-nere-di vernice, e si raccoglievano quelle buone per fare i lavoretti a scuola e incollarle sul quaderno per scriverci sopra “E’arrivato l’Autunno“.

Appena rientravi a casa si giocava con i giochi nuovi e ci si ingozzava di frutta martorana, frutta finta dipinta, più bella di quella vera e più cicciosa dell’immaginabile. La frutta martorana non è altro che marzapane, una pasta di mandorle e zucchero inventata dagli Arabi, quelli di una volta, che amavano le cose belle, così buona e dolce da schiantarti il cuore, in tutti i sensi. Se cercate di comprarla qua però non chiedete il marzapane, nessuno sa cosa sia, chiedete la frutta martorana e vi porgeranno secchiate di fragole e lumache mandorlose. L’idea di farle a forma di frutta fu delle suore del convento benedettino fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana, vicino la Chiesa bizantina Santa Maria dell’Ammiraglio, detta pure lei la Martorana, a Palermo, perché doveva venire il papa e non c’è donna, con il velo e senza, che non vada in paranoia quando riceve ospiti in casa, figuriamoci se viene lui. La paranoia di quelle poverette fu il giardino senza frutti, “E come facciamo? come facciamo? Li facciamo finti ma che si possono mangiare e li appendiamo agli alberi!” Grande sorella, brava!

Se ci riuscite compratela dai privati, quella delle pasticcerie spesso è solo bellissima e carissima, fatevela fare da una nonna o da una parente che ancora vive in Sicilia, fatevela regalare da quel coinquilino siciliano emigrato nell’estero italiota per frequentare l’università, tanto lo so che sua madre e sua nonna gliela spediscono insieme ai barattoli di salsa fatta in casa, che quella comprata fa venire la gastrite.

Post in ritardo come al solito ma ero troppo impegnata a ritagliare figurine di carta velina per Halloween e mangiare frutta martorana portata dai nonni morti con mia nipote e insomma alla fine il post vale lo stesso su questo blog, sopratutto perché si parla di gozzoviglie e serate ciccione, tanto per cambiare.

Non so di dove siete voi che leggete ma questo è il periodo in cui Facebook ti si riempie di foto di gente in mostruosa maschera, progettata da due settimane, e links con tanto di giovane barbuto ‘Io dico sì a Gesù e no ad Halloween pagano‘. Peccato che venga tutto da lì, anche il nostro Giorno dei Morti, e che qui sia arrivata la versione cristianizzata, quindi lecita, ma con qualche modifica, i morti non sono spiriti dispettosi da tenere lontani con maschere e zucche mostruose ma sono buoni e tornano per dimostrarci affetto, non vai a “tuppuliare” casa casa per chiedere dolci ma li portano loro, sono visite attese, non scongiurate. Qui la Festa dei morti è davvero una festa, e tutti ma proprio tutti vanno a trovare i loro cari, almeno una volta l’anno, magari per alcuni è più un’occasione per mettersi la coscienza a posto e spettegolare e tutto è calmo e sereno oppure commovente ma non straziante.

Trovo molto poetico dedicare una giornata a chi non c’è più e viverlo con affetto, dedicarsi alla cucina, al gioco, alle visite e vivere tutto senza troppa tristezza ma come un momento di comunione, vicinanza e gratitudine e trasmetterlo ai bimbi come tale, anche se c’è chi lo trova scandaloso e di cattivo gusto. In realtà amo pure il nuovo Halloween, perché ogni occasione per mascherarsi è bella secondo me, ma anche questo desta scandalo e insomma fate come vi pare che ad ascoltare gli altri non si fa mai niente di bello.

Faccio come mia nipote che ha otto anni e ha capito tutto, festeggia l’evento orrorifico e quello tradizionale, come molti bambini qui in Sicilia, si veste da strega e non teme i morti e ora la casa non è invasa solo di mandorle ma pure di zucca, che mangiare solo dolci fa male!

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L’arancina è fimmina come le minne

Sicilian language arancini arancina

Ecco e così posso già chiudere il post, con una frase lapidaria, che tanto a questa diatriba isolana sull’arancinA/arancinO non c’è rimedio perciò io dico che è così e un messinese dirà e dice che così non è per niente.

Anni fa, nella smania di aumentare la mia collezione libresca senza piangere, mi andai a stampare la raccolta di racconti scritti da Andrea Camilleri ‘Gli arancini di Montalbano‘ scaricata aggratis da internet e stampata e spillettata decorosamente per non appizzarci gli occhi (e perché a me ‘sti libri che non esistono simpatia non ne fanno proprio). Due racconti tra tutti ricordo ancora, il piccolissimo ‘Montalbano si rifiuta’, di cui parlerò un’altra volta perché dice assai sul motivo per cui questi uomini, Vero e Inventato, sono amati e ‘Gli arancini di Montalbano’ appunto.

È ambientato sotto le feste, a Capodanno, e Salvo si rifiuta di raggiungere la fidanzata Livia in Francia per potersi mangiare gli arancini della sua cammarèra Adelina, una cammarera che lui non cambierebbe con nessuno, la mamma di due pregiudicati arrestati una volta no e due sì proprio da lui. Uno di questi giusto giusto viene arrestato per Capodanno e Salvo si butterà nelle indagini non tanto per aiutare lui ma per potersi mangiare gli arancini.

La questione però che volevo raccontarvi non è questa. La questione era che man mano che leggevo i racconti io pensavo al titolo e non potevo trovare pace per quegli arancini, con quella I che suonava come un’unghiata sulla lavagna. Ma com’è possibile che questo qua mi sparge vruoccoli e vastasi romanzi romanzi e poi mi italianizza le arancine??? Mizzica! Camilleri si è venduto così all’ignorante italiota? Io lo vedevo allora quasi come un tradimento perché ancora non sapevo nulla di questa grande guerra delle arancine.

Ma qualche tempo dopo ‘conobbi’ Fabbro. Lo metto tra virgolette perché io, in 5 anni che lo conosco, a Fabbro non ho mai stretto la mano ma parliamo parliamo parliamo e parliamo su Facebook, io da Trapani e lui da Messina, io gli conto i piagnistei miei e lui mi racconta le sfighe sue e ancora non ci siamo mai visti, metti che ci rendiamo finalmente conto di essere due rompiballe e non ci parliamo più. Con Fabbro, almeno una volta l’anno, il giorno di Santa Lucia (nella Sicilia occidentale, a Trapani e a Palermo, si usa mangiare le arancine di riso e la cuccìa di grano perché non si può mangiare la pasta e il pane in tale giorno ma in realtá è solo la scusa perfetta per sfondarsi di rosticceria.), si litiga per queste benedette arancine. Che lui chiama arancini. Ma che io chiamo arancine. Ma che lui insiste a chiamare con la I/O (come i somarelli mi verrebbe da dire 😀 ).

Sulla presente questione ci litiga tutta l’isola da sempre, Palermo, Trapani e la zona ovest di Agrigento le chiamano arancine, come piccole arance, la parte est dell’isola li chiama arancini, perché in dialetto siciliano arancia si dice ‘aranciu’…solo che le fanno a piramide, in onore del vulcano Etna (e perché mentre le mangi si aprono in un modo più gestibile e decoroso). Proprio qui potrebbe scattare la prima polemica dell’occidentale: ammesso che il nome giusto debba essere al maschile perché arancia in dialetto è aranciu, nel momento in cui la fai a cono l’arancia va a farsi benedire, no? Chiamalo Vulcanello!

Sull’argomento ci trovate blogs, articoli, migliaia di commenti e “sciarre”, quasi delle risse, perché se a Palermo lo declini al maschile si offendono (e pure io attacco con una conferenza femminista che non finisce più sul discorso dell’arancia e della forma e della panatura dorata e blabla) e la storica rivalità tra il capoluogo e la Sicilia orientale prende il volo e continua ben oltre la pallina di riso.

Purtroppo sulla paternità di questo ‘pezzo’ di rosticceria dalla ricetta antidiluviana c’è poco da capire, non risolve la questione del copyright e quindi c’è pure il problema dell’inventore che non è uno bensì un casino. La ricetta fu iniziata dagli arabi prima dell’anno 1000 o meglio c’era una volta l’emiro di Siracusa Ibn at Timnah che si fece creare il timballo di riso condito di zafferano e arricchito di erbe e carne per poterselo portare in giro durante le battute di caccia e poi arrivò Federico II, altro sovrano mangione la cui corte gli fece preparare il timballo con la geniale panatura fritta, che non faceva rompere la pallina (della grandezza giusta per giocarci a tennis o poco più, a meno che non andate al Bar Touring di Palermo che fa le arancine bomba) e ne permetteva una migliore conservazione durante i viaggi in giro per l’isola. Quando nella seconda metà dell’800 cominciò a diffondersi il pomodoro in cucina, i mangioni trinacrioti furono definitivamente rovinati e al riso e zafferano i monsù (da “Monsieur”), ovvero i cuochi francesi al servizio dei nobili siciliani, aggiunsero il sugo con la carne proprio al centro e fecero la palla di riso con sorpresa, ovvero l’arancina.

In Sicilia si fanno quelle classiche con il ragù e il burro a Trapani e a Palermo, con i pistacchi a Messina e poi in millemila varianti, a Trapani ho trovato quella ai frutti di mare e, gironzolando di città in città, con il cinghiale, con i broccoli e con il salmone. Esistono pure quelle alla Nutella coperte di zucchero e c’è chi pensa che una volta la versione dell’arancina di Santa Lucia fosse dolce, ma oggi sono considerate semplicemente un’eresia nonché immangiabili.

Forse sarebbe più giusto chiamarli al maschile visto che il nome è in dialetto ma io ho istruito tutti i miei amici del Continente sulla dicitura femminile perché è una piccola arancia e chissene se in dialetto l’arancia è un aranciu. Perché mangiare l’arancina è un’esperienza voluttuosa, è calda e tonda, quando l’addenti senti quello scricchiolio che ti da una piccola scossa ai sensi, con l’olfatto, con la lingua e col pensiero arrivi a quel riso profumato di zafferano, incollato d’amido ma con i chicchi ben distinti e poi finisci nel ripieno, in una soddisfazione quasi orgasmica che continua nei morsi successivi, dove ripieno, riso e panatura restano distinte ma nello stesso boccone e non sono tanti i piatti che ti danno un appagamento così complesso. Tu mi vuoi chiamare una cosa simile arancino?

Una volta il mio amico Lorenzo, grande appassionato di B-movie e della signora Fenech mi spiegò la sua devozione alla bellezza di questa donna ‘che ti guarderesti sempre per il semplice fatto che è fatta di carne vera, con quelle minne morbide e pesanti, che non c’entrano niente con quei seni al silicone alti e sempre sull’attenti, che appena li vedi ti sanno di ospedale e ti viene il mal di pancia‘. Non so perché mi sia venuto in mente lui mentre scrivevo ma parlare della voluttà di un piatto mi ha fatto ricordare la voluttà di certe parole e delle sensazioni che ci rimandano, a prescindere da quanto siano grammaticalmente corrette o educate, pronunciabili in pubblico, e alla fine a me l’arancina femmina piace di più, forse, probabilmente, è l’abitudine ma mi piace quel suono tondo e grande che finisce con la A, come le minne, che subito ti fanno pensare ad una consistenza umana e reale, di carne e morbidezza, ben più degli educati seni.

Non so come vi conviene chiamarla per non essere linciati sulla pubblica via, di certo se scenderete in campo a discuterne ci diventerete vecchi e non ne sarete venuti a capo nemmeno allora ma tanto l’importante è mangiarla e goderne, magari se avete tempo anche farla, nelle varianti che preferite, come faceva la famosa Adelina di cui sopra, che qui usa una ricetta diversa ancora, forse perché delle zone di Agrigento:

Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimi per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e di fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pì carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca con risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano”. AMEN.

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Ma almeno una volta là prima di risalire ci devo andare!“. Dove vanno a mangiare gli studenti universitari fuori sede quando tornano a Trapani.

La granita più buona che ci sia mandorle e gelsi da Liparoti a Trapani

Picciotti, se mi rispondete “dalla mamma!” o “dalla nonna!” non vale ovviamente perché quello è scontato. Nessuno, da nessuna parte, mai mai mai, cucina meglio di tua mamma o della nonna (a meno che tu non sia figlia di Rachel Flax). Tuttavia, ogni volta che gli studenti universitari fuori sede tornano a Trapani, hanno anche voglia di mangiare delle cose che la mamma non prepara e quindi devono per forza andare a procacciarsele fuori.

Ragazzi, attenzione! Questi sono posti che pure i trapanesi fuori casa si sognano la notte e che, tornino per due giorni o per due settimane, immancabilmente diranno “Ma almeno una volta là prima di risalire ci devo andare!” (gli universitari trapanesi fuori sede risalgono sempre e tutte le volte è difficile, è come lo sforzo che fanno i salmoni per risalire il fiume controcorrente, questione di sopravvivenza, si deve fare e basta, la vita là fuori è dura ma almeno il ricordo dell’ultimo soggiorno a casa aiuta il reietto universitario fuori sede a trascorrere i giorni nell’estero italiota senza accusare troppo il colpo).

I luoghi must dove mangiare di chi ritorna in patria trapanese sono:

1. La pizza da Calvino. Questo è il must più must che ci sia sul post, sfido qualunque trapanese a dirmi di no. Una ex casa di tolleranza in pieno centro storico, con stanze minuscole, sempre sempre sempre affollato, in estate, in autunno, in inverno, in primavera e poi ancora in estate… che tu sia uno squattrinato studente o un medico affermato, che tu sia un turista svedese o milanese oppure una nonna (!!!!! e ho detto tutto), ti fai un’ora di fila a guardare quelle api operaie dei pizzaioli di Calvino (la cucina è proprio dietro il bancone delle ordinazioni, si vede tutto e non si fermano mai!) e resisti, resisti e aspetti perché questa pizzeria, datata 1946, li vale tutti i minuti di vita che stai buttando nell’attesa.
Se decidi di mangiare “in sala” ti addentri in un corridoio disadorno su cui si affacciano le ex stanzette delle prostitute, grandi 4×2, dove ti accomoderai insieme a tutti quelli che riescono ad infilare lì dentro e aspetterai la tua pizza seduto al tuo bel tavolino spartano, posto a mezzo metro da un altro (pieno of course) e con una comitiva caciarona appoggiata alle spalle. Le stanze sono comunicanti, attraverso fessure strette ricavate nei muri, quindi se la comitiva è in un’altra stanzetta non conta, te la godrai comunque. Fai attenzione a non gesticolare troppo dentro le fessure per indicare, qualche sconosciuto potrebbe acchiapparti la mano per divertirsi e farti venire il cuore a nocciolina (provato). E’ un gran casino mangiare qui e non è il posto più elegante della città, lo so, ma se se l’accollano così tanti un motivo ci sarà, riflettete ragazzi.
Consigli: in estate sopratutto prenota. Prenota anche se la pizza vuoi mangiatela fuori per non rischiare una crisi di claustrofobia e portatela alle Mura di Tramontana che sono a pochi metri da lì e sono sul mare. Se stai a Trapani per poco puoi unire due belle esperienze in una, magari tre se prendi la pizza tipica trapanese, la rianata!

La pizza più buona di Trapani la rianata a sinistra

La pizza più buona di Trapani, la rianata! (a sinistra)

2. La gelateria Liparoti. Un bel giorno Giovanni mi dice “Ho mangiato un gelato alla mela verde buonissimo“.
Sì, ok.
A una che non mangia gelato da anni cosa può importare? A me il gelato non piace, i dolci danno più soddisfazione, lo mangiavo da piccola e ora non lo mangio più. Però io prima di dire no assaggio sempre per fortuna e mela verde non è usuale, se sperimento una cucchiaiata di certo non muoio.
Ecco. La curiosità ammazza il gatto e rovina le mangione, che adesso stanno recuperando tutti i gelati persi negli anni in un’unica estate.
Quasi ogni sera si va lì in pellegrinaggio, alle undici, alle dodici, all’una di notte, non importa, quelli poverini chiudono alle tre! Il colpo di fulmine è stato il gelato alla banana. Di che colore è il gelato alla banana? Eh? Eh? Bianco? Risposta sbagliata! Il vero gelato alla banana è GRIGIO!!! perché la banana si ossida. Il gelato alla mela verde è un po’ granuloso come le mele vere, quello ai fichi ha i semini, è denso e buono e basta per favore. Il tripudio vero sono quelli alla frutta, che a volte ci sono e a volte non ci sono perché se la frutta non è di stagione allora loro non la usano. Giovanni è a lutto perché non ci sono mele verdi buone ad agosto e quindi non lo fanno. Mi hanno convertito anche alle granite. Il passaparola turistico al riguardo vi indicherà un altro posto, in pieno centro storico a Trapani, famosissimo. Io in verità non capisco questa fama, forse tanti anni fa era bravo oppure non c’erano alternative, non so, ma davvero non reggono il confronto. Sarà che quella è più vecchia e questa è più recente, che per un trapanese spiegare in inglese ad un turista dove si trova il Viale delle Sirene è più difficile che dire dove si trova l’altro, non lo so davvero, ma io da qui non mi stacco più. Qua le granite sono degne di tale nome, così buone io le ho mangiate solo a Messina e poi niente più, crema non ghiaccio e pezzettoni di frutta ovunque. Il mix più buono è mandorla e gelsi. Ragazzi, goduria pura! Purtroppo ad ottobre chiuderanno i battenti per la pausa invernale ma Giovanni li atturra (gli frulla il cervello insomma) facendo opera di persuasione per poter mangiare mela verde anche in inverno. Avete tempo fino ad ottobre per ora, ne vale la pena, anche perché è al centro storico, vicino al mare e nel decimo mese dell’anno il tempo è ancora accettabile e loro sono gentilissimi e categorici sulla genuinità degli ingredienti, quindi se vostro figlio cerca il gusto “puffo” cascate male ma almeno può assaggiare un vero gusto fragola! 🙂 (Rileggendo quello che ho scritto sembra uno spot pubblicitario, però caspita, se una cosa è buona è buona, mica posso dire che è cattiva per dare soddisfazione agli scettici, provare per credere)

La granita più buona che ci sia mandorle e gelsi da Liparoti a Trapani

La granita più buona che ci sia, mandorle e gelsi *_*

3. La pasticceria di Maria Grammatico. Questo non è a Trapani bensì ad Erice, per cui se lo studente fuori sede torna ci va quando capita ma se finisce ad Erice ci va di sicuro. E’ piccolissima ma giusto ieri leggevo che nel 2013 ha festeggiato i 50 anni di attività. Anche qua meditate sempre sul possibile perché. D’estate Erice è brutta secondo me, troppa gente, tutti turisti e qua si riempie in un baleno, ci sono quattro tavoli contati e un balconcino minuscolo, con un solo tavolo, ideale per sfuggire alla calca davanti al bancone. Fanno sorridere i turisti che accarezzano i panetti di pasta di mandorle in vendita, questo la mamma (una mamma “pacinziusa” ovviamente, che perde tempo a farti una frutta martorana come si deve) te lo fa, il problema dell’abitudine è sempre quello, devi incontrare uno di fuori per comprendere la bellezza, la bontà e la particolarità di ciò che ti circonda. La pasticceria è famosa per questo, i dolci di mandorla. Fanno anche delle buone crostate. Forse sono buone anche le loro marmellate. Se ti va ti puoi prendere magari il caffè. Ma in verità il motivo per cui gli autoctoni, sopratutto loro, vanno lì sono le GENOVESI!!!! La pasticceria è ancora più famosa per queste. Dischi di frolla morbidissima ripiena di crema gialla calda e spolverate di zucchero a velo. C’è chi ti vende la versione finta con la ricotta, non male ma come quella alla crema nessuna mai e loro che sono seri non la fanno! Erice d’estate è brutta ma se capiti lì una genovese te la mangi, anche se devi sgomitare tra la folla, anche se è calda. Se però hai la bellissima idea di salire ad Erice in autunno o in inverno e farti un giro per il paesino fantasma, in mezzo alla nebbia e il freddo, quando arrivi alla pasticceria ti senti come la Piccola Fiammiferaia salvata, salvata dalle genovesi calde della signora Maria, in pasticceria non c’è un cane ma tu ormai sei qua e una venuta ad Erice senza mangiarle è una visita a metà.

4. Ristorante “Antichi Sapori”. ecco questa è una licenza sul post che mi prendo io, non ci vanno gli studenti in trasferta ma tanti trapanesi sì. Gli studenti non ci vanno perché è più facile trovare una mamma che perda cinque ore di tempo per farti il “cùscusu” e poi perché in verità il ristorante non è amico dello studente universitario come idea in generale, ma se vieni a Trapani e vuoi mangiare il pesce e sopratutto il cùscusu qui caschi benissimo. A Trapani ci sono tanti ristoranti, anche buoni, ma questo finora non ha mai avuto una pecca, né come cibo né come personale, sempre veloci, sempre gentili, sempre presenti, se qualche volta hanno una giornata storta non lo danno mai a vedere perché sono sempre perfetti. Anche qui è sempre pieno e dovete attendere parecchio, in estate e in inverno. Non azzardatevi a chiedere il menù turistico! (più per motivi di decenza culinaria che per il prezzo, i costi sono nella media). Anche questo è vicino al centro storico, l’unica pecca forse sono solo i dolci, nella norma direi, nulla di indimenticabile, ma qui non ci vai per questo e poi Liparoti è a due passi, quelli che devi fare in ogni caso per digerire la cena pantagruelica che fai qua.

Una pizzeria, un ristorante, una gelateria e una pasticceria. Sembra l’inizio di una barzelletta strana ma se decidi di venire a Trapani direi che questi sono posti dove non ti vai a svenare e resti soddisfatto. In più sono tutti in luoghi bellissimi, ad Erice e al centro storico di Trapani, ti ho preparato il menù per un terzo di un possibile week end qui in pratica. Ci sono anche altri posti validi ovviamente ma questi secondo me sono quelli che non deludono mai 🙂

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