La Festa dei Morti in Sicilia. Bambini coraggiosi a caccia dei doni dei morti si ingozzano di frutta nata dalle paranoie domestiche di un manipolo di suore.

La festa dei morti in Sicilia

‘In Sicilia i bambini non hanno paura dei morti. In Sicilia la morte ha la leggiadria di una pupa di zucchero, una ballerina di acqua e carie che non risparmia la sua man(molto) forte alla glassa sui taralli, il profumo delle mandorle e i colori della frutta martorana, ha la dolcezza rubino delle melagrane con il vino, fa il rumore dei giocattoli nuovi e ti emoziona con una caccia al tesoro. In casa sono venuti i morti.

Sparsi per il mondo vi sono bambini fortunati che ricevono doni il giorno di Natale. In Italia i bambini sono ancora più fortunati perché se fanno i buoni poi arriva pure la Befana a fare doni. Ma ai bimbi siciliani va ancora meglio, perché se dicono le preghiere e lasciano un po’ di cibo sul tavolo la notte tra l’1 e il 2 Novembre, nella loro casa verrà qualcuno mentre dormono, non Babbo Natale o la Befana, che quelli sono di tutti e a tutti pensano nello stesso modo, ma qualcuno venuto solo per loro, i nonni, una mamma o un papà che non ci sono più. Non passano la nottata in tante case piene di sconosciuti, ma visitano solo quella dei loro bambini cari, li vengono a trovare, gli danno baci e carezze, invisibili ai loro occhi chiusi. Poi prendono la cesta lasciata sotto il letto e la riempiono di regali, doni speciali, più amorevoli, pieni dell’affetto esclusivo di chi non c’è più ma ci sarebbe stato solo per loro. La morte non fa paura ai bambini siciliani, come possono farti paura il nonno o la nonna? Che poi da quella casa non se ne vogliono andare e prendono tempo per nascondere il cesto, immaginando divertiti la trepidante ricerca dei piccoli, è così che i nonni che non ci sono più giocano con i nipotini nel giorno in cui i due mondi si incontrano

Vorrei poter dire di essere stata una di quei bambini senza paura e aver vissuto così poeticamente questa ricorrenza. I bambini temono i cavalli alti, hanno paura del fuoco e non toccano i serpenti ma se i nonni vengono dall’Aldilà e portano dolci e regali va bene. Io la notte del due vivevo nel terrore. Da piccola salivo sui cavalli alti, ero piromane e quella sera immaginavo la casa piena di scheletrini, i nonni dai teschi sorridenti usciti dalla tomba con tanti regali venivano a casa nostra e facevano festa, si sedevano sul nostro letto ed erano contenti di vederci e starci vicino, erano buoni ma non riuscivo a dissociarli dalla loro materialità, anche da morti, e questo mi riempiva di terrore.

Il sonno però vinceva sulla paura perché io e mia sorella eravamo rimaste alzate a giocare fino a tardi, che tanto domani non c’era scuola, e senza accorgermene chiudevo gli occhi. Il giorno dopo lo sapevo che c’erano i regali e che ancora una volta i nonni me l’avevano fatta sotto il naso, erano stati lì, tutti e quattro, forse venuti tre minuti dopo l’ultima volta che avevo guardato la lucetta d’emergenza, quella che ti serve per trovare la strada in camera tua se ti scappa la pipì di notte, o se hai paura dei mostri che escono dai sogni e da sotto il letto, ma se li avessi visti che avrei fatto? avrei urlato, sarei stata immobile o avrei domandato? E chiedevo ‘Ma i nonni sono degli scheletri?’. Le ovvie risposte non convincevano ma tutte le perplessità scientifiche erano messe da parte con la caccia ai regali. Mi ricordo ancora un’enorme bambola bionda, con il vestito blu scuro pieno di fiori nascosta dietro al divano o la camicia da notte di pile rosa fragola dentro la casetta di Biancaneve, che ancora le stagioni di mezzo esistevano e si poteva provare subito. E la paura passava, tanto anche la notte era passata, gli scheletri erano ormai venuti e di sicuro i nonni erano buoni e anche se non li avevamo mai conosciuti loro a noi pensavano sempre. Quelli di Partinico portavano i taralli, biscottoni rotondi a treccia con la glassa bianca sopra e i “pupaccena“, le statuine cave di zucchero duro dipinto che duravano fino a Natale e cominciavi a rompere da dietro, per non rovinare il disegno, quelli di Locogrande portavano le melagrane da sgranare e mangiare con lo zucchero e il vino, e le castagne e le nocciole.

Dopo si usciva e si andava a ringraziare i nonni al cimitero, si portavano i fiori. Per strada allora si capiva che era novembre anche senza guardare il calendario, si calpestavano le foglie secche con le scarpe nuove, sempre e solo ballerine-nere-di vernice, e si raccoglievano quelle buone per fare i lavoretti a scuola e incollarle sul quaderno per scriverci sopra “E’arrivato l’Autunno“.

Appena rientravi a casa si giocava con i giochi nuovi e ci si ingozzava di frutta martorana, frutta finta dipinta, più bella di quella vera e più cicciosa dell’immaginabile. La frutta martorana non è altro che marzapane, una pasta di mandorle e zucchero inventata dagli Arabi, quelli di una volta, che amavano le cose belle, così buona e dolce da schiantarti il cuore, in tutti i sensi. Se cercate di comprarla qua però non chiedete il marzapane, nessuno sa cosa sia, chiedete la frutta martorana e vi porgeranno secchiate di fragole e lumache mandorlose. L’idea di farle a forma di frutta fu delle suore del convento benedettino fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana, vicino la Chiesa bizantina Santa Maria dell’Ammiraglio, detta pure lei la Martorana, a Palermo, perché doveva venire il papa e non c’è donna, con il velo e senza, che non vada in paranoia quando riceve ospiti in casa, figuriamoci se viene lui. La paranoia di quelle poverette fu il giardino senza frutti, “E come facciamo? come facciamo? Li facciamo finti ma che si possono mangiare e li appendiamo agli alberi!” Grande sorella, brava!

Se ci riuscite compratela dai privati, quella delle pasticcerie spesso è solo bellissima e carissima, fatevela fare da una nonna o da una parente che ancora vive in Sicilia, fatevela regalare da quel coinquilino siciliano emigrato nell’estero italiota per frequentare l’università, tanto lo so che sua madre e sua nonna gliela spediscono insieme ai barattoli di salsa fatta in casa, che quella comprata fa venire la gastrite.

Post in ritardo come al solito ma ero troppo impegnata a ritagliare figurine di carta velina per Halloween e mangiare frutta martorana portata dai nonni morti con mia nipote e insomma alla fine il post vale lo stesso su questo blog, sopratutto perché si parla di gozzoviglie e serate ciccione, tanto per cambiare.

Non so di dove siete voi che leggete ma questo è il periodo in cui Facebook ti si riempie di foto di gente in mostruosa maschera, progettata da due settimane, e links con tanto di giovane barbuto ‘Io dico sì a Gesù e no ad Halloween pagano‘. Peccato che venga tutto da lì, anche il nostro Giorno dei Morti, e che qui sia arrivata la versione cristianizzata, quindi lecita, ma con qualche modifica, i morti non sono spiriti dispettosi da tenere lontani con maschere e zucche mostruose ma sono buoni e tornano per dimostrarci affetto, non vai a “tuppuliare” casa casa per chiedere dolci ma li portano loro, sono visite attese, non scongiurate. Qui la Festa dei morti è davvero una festa, e tutti ma proprio tutti vanno a trovare i loro cari, almeno una volta l’anno, magari per alcuni è più un’occasione per mettersi la coscienza a posto e spettegolare e tutto è calmo e sereno oppure commovente ma non straziante.

Trovo molto poetico dedicare una giornata a chi non c’è più e viverlo con affetto, dedicarsi alla cucina, al gioco, alle visite e vivere tutto senza troppa tristezza ma come un momento di comunione, vicinanza e gratitudine e trasmetterlo ai bimbi come tale, anche se c’è chi lo trova scandaloso e di cattivo gusto. In realtà amo pure il nuovo Halloween, perché ogni occasione per mascherarsi è bella secondo me, ma anche questo desta scandalo e insomma fate come vi pare che ad ascoltare gli altri non si fa mai niente di bello.

Faccio come mia nipote che ha otto anni e ha capito tutto, festeggia l’evento orrorifico e quello tradizionale, come molti bambini qui in Sicilia, si veste da strega e non teme i morti e ora la casa non è invasa solo di mandorle ma pure di zucca, che mangiare solo dolci fa male!

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L’arancina è fimmina come le minne

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Ecco e così posso già chiudere il post, con una frase lapidaria, che tanto a questa diatriba isolana sull’arancinA/arancinO non c’è rimedio perciò io dico che è così e un messinese dirà e dice che così non è per niente.

Anni fa, nella smania di aumentare la mia collezione libresca senza piangere, mi andai a stampare la raccolta di racconti scritti da Andrea Camilleri ‘Gli arancini di Montalbano‘ scaricata aggratis da internet e stampata e spillettata decorosamente per non appizzarci gli occhi (e perché a me ‘sti libri che non esistono simpatia non ne fanno proprio). Due racconti tra tutti ricordo ancora, il piccolissimo ‘Montalbano si rifiuta’, di cui parlerò un’altra volta perché dice assai sul motivo per cui questi uomini, Vero e Inventato, sono amati e ‘Gli arancini di Montalbano’ appunto.

È ambientato sotto le feste, a Capodanno, e Salvo si rifiuta di raggiungere la fidanzata Livia in Francia per potersi mangiare gli arancini della sua cammarèra Adelina, una cammarera che lui non cambierebbe con nessuno, la mamma di due pregiudicati arrestati una volta no e due sì proprio da lui. Uno di questi giusto giusto viene arrestato per Capodanno e Salvo si butterà nelle indagini non tanto per aiutare lui ma per potersi mangiare gli arancini.

La questione però che volevo raccontarvi non è questa. La questione era che man mano che leggevo i racconti io pensavo al titolo e non potevo trovare pace per quegli arancini, con quella I che suonava come un’unghiata sulla lavagna. Ma com’è possibile che questo qua mi sparge vruoccoli e vastasi romanzi romanzi e poi mi italianizza le arancine??? Mizzica! Camilleri si è venduto così all’ignorante italiota? Io lo vedevo allora quasi come un tradimento perché ancora non sapevo nulla di questa grande guerra delle arancine.

Ma qualche tempo dopo ‘conobbi’ Fabbro. Lo metto tra virgolette perché io, in 5 anni che lo conosco, a Fabbro non ho mai stretto la mano ma parliamo parliamo parliamo e parliamo su Facebook, io da Trapani e lui da Messina, io gli conto i piagnistei miei e lui mi racconta le sfighe sue e ancora non ci siamo mai visti, metti che ci rendiamo finalmente conto di essere due rompiballe e non ci parliamo più. Con Fabbro, almeno una volta l’anno, il giorno di Santa Lucia (nella Sicilia occidentale, a Trapani e a Palermo, si usa mangiare le arancine di riso e la cuccìa di grano perché non si può mangiare la pasta e il pane in tale giorno ma in realtá è solo la scusa perfetta per sfondarsi di rosticceria.), si litiga per queste benedette arancine. Che lui chiama arancini. Ma che io chiamo arancine. Ma che lui insiste a chiamare con la I/O (come i somarelli mi verrebbe da dire 😀 ).

Sulla presente questione ci litiga tutta l’isola da sempre, Palermo, Trapani e la zona ovest di Agrigento le chiamano arancine, come piccole arance, la parte est dell’isola li chiama arancini, perché in dialetto siciliano arancia si dice ‘aranciu’…solo che le fanno a piramide, in onore del vulcano Etna (e perché mentre le mangi si aprono in un modo più gestibile e decoroso). Proprio qui potrebbe scattare la prima polemica dell’occidentale: ammesso che il nome giusto debba essere al maschile perché arancia in dialetto è aranciu, nel momento in cui la fai a cono l’arancia va a farsi benedire, no? Chiamalo Vulcanello!

Sull’argomento ci trovate blogs, articoli, migliaia di commenti e “sciarre”, quasi delle risse, perché se a Palermo lo declini al maschile si offendono (e pure io attacco con una conferenza femminista che non finisce più sul discorso dell’arancia e della forma e della panatura dorata e blabla) e la storica rivalità tra il capoluogo e la Sicilia orientale prende il volo e continua ben oltre la pallina di riso.

Purtroppo sulla paternità di questo ‘pezzo’ di rosticceria dalla ricetta antidiluviana c’è poco da capire, non risolve la questione del copyright e quindi c’è pure il problema dell’inventore che non è uno bensì un casino. La ricetta fu iniziata dagli arabi prima dell’anno 1000 o meglio c’era una volta l’emiro di Siracusa Ibn at Timnah che si fece creare il timballo di riso condito di zafferano e arricchito di erbe e carne per poterselo portare in giro durante le battute di caccia e poi arrivò Federico II, altro sovrano mangione la cui corte gli fece preparare il timballo con la geniale panatura fritta, che non faceva rompere la pallina (della grandezza giusta per giocarci a tennis o poco più, a meno che non andate al Bar Touring di Palermo che fa le arancine bomba) e ne permetteva una migliore conservazione durante i viaggi in giro per l’isola. Quando nella seconda metà dell’800 cominciò a diffondersi il pomodoro in cucina, i mangioni trinacrioti furono definitivamente rovinati e al riso e zafferano i monsù (da “Monsieur”), ovvero i cuochi francesi al servizio dei nobili siciliani, aggiunsero il sugo con la carne proprio al centro e fecero la palla di riso con sorpresa, ovvero l’arancina.

In Sicilia si fanno quelle classiche con il ragù e il burro a Trapani e a Palermo, con i pistacchi a Messina e poi in millemila varianti, a Trapani ho trovato quella ai frutti di mare e, gironzolando di città in città, con il cinghiale, con i broccoli e con il salmone. Esistono pure quelle alla Nutella coperte di zucchero e c’è chi pensa che una volta la versione dell’arancina di Santa Lucia fosse dolce, ma oggi sono considerate semplicemente un’eresia nonché immangiabili.

Forse sarebbe più giusto chiamarli al maschile visto che il nome è in dialetto ma io ho istruito tutti i miei amici del Continente sulla dicitura femminile perché è una piccola arancia e chissene se in dialetto l’arancia è un aranciu. Perché mangiare l’arancina è un’esperienza voluttuosa, è calda e tonda, quando l’addenti senti quello scricchiolio che ti da una piccola scossa ai sensi, con l’olfatto, con la lingua e col pensiero arrivi a quel riso profumato di zafferano, incollato d’amido ma con i chicchi ben distinti e poi finisci nel ripieno, in una soddisfazione quasi orgasmica che continua nei morsi successivi, dove ripieno, riso e panatura restano distinte ma nello stesso boccone e non sono tanti i piatti che ti danno un appagamento così complesso. Tu mi vuoi chiamare una cosa simile arancino?

Una volta il mio amico Lorenzo, grande appassionato di B-movie e della signora Fenech mi spiegò la sua devozione alla bellezza di questa donna ‘che ti guarderesti sempre per il semplice fatto che è fatta di carne vera, con quelle minne morbide e pesanti, che non c’entrano niente con quei seni al silicone alti e sempre sull’attenti, che appena li vedi ti sanno di ospedale e ti viene il mal di pancia‘. Non so perché mi sia venuto in mente lui mentre scrivevo ma parlare della voluttà di un piatto mi ha fatto ricordare la voluttà di certe parole e delle sensazioni che ci rimandano, a prescindere da quanto siano grammaticalmente corrette o educate, pronunciabili in pubblico, e alla fine a me l’arancina femmina piace di più, forse, probabilmente, è l’abitudine ma mi piace quel suono tondo e grande che finisce con la A, come le minne, che subito ti fanno pensare ad una consistenza umana e reale, di carne e morbidezza, ben più degli educati seni.

Non so come vi conviene chiamarla per non essere linciati sulla pubblica via, di certo se scenderete in campo a discuterne ci diventerete vecchi e non ne sarete venuti a capo nemmeno allora ma tanto l’importante è mangiarla e goderne, magari se avete tempo anche farla, nelle varianti che preferite, come faceva la famosa Adelina di cui sopra, che qui usa una ricetta diversa ancora, forse perché delle zone di Agrigento:

Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimi per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e di fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pì carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca con risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano”. AMEN.

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Metti un weekend con Federico III ed Eleonora d’Angiò ad Erice. Tra comparse e schermidori adesso è davvero Medioevo!

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Sì un weekend, non un paio d’ore come fanno tutti.

Primo tentativo sabato scorso di sera: viaggetto in funivia, cena in un ristorante ericino troppo buono, si fanno le 22, sentiamo in lontananza i tamburi e cerchiamo di dirigerci verso il tam tam.

Niente, sono passati e hanno finito.

Incrociamo una ragazza in tunica mentre a noi stanno cadendo le mani per il freddo e niente, il corteo con i mangiatori di fuoco passerà tra non meno di mezz’ora ma intanto possiamo provare al castello che ancora qualcosa la fanno, ci sono gli stands e uno spettacolo teatrale. Andiamo!

…e dopo una giornata a menarla mica aspettano noi, quelli stanno sbaraccando tutto. Mentre gli altri si tolgono i costumi noi riusciamo a raccattare un bicchiere di Inzolia, con libera offerta, versato da una brocca di maiolica, che fa tanto scena, e da un oste medievale, che fa ancora più scena.

Ehi un momento! ritorniamo in piazza! La ragazza ha detto che ci sono i mangiatori di fuoco. Si ritorna in piazza allora, vabbè secondo te non troviamo lo spettacolo già finito e la fiumana di gente che ha visto tutto e commenta?

Di questo “incontro” c’è rimasta solo la visione di drappi broccati svolazzanti per le strade principali 😦 ‘Amore, facciamo un giro tra stradine piccine picciò mentre tu guardi i cortili e io mi ammiro i batacchi’, e dopo un quarto d’ora, sconfitti dal freddo (in realtà Giovanni): “Tesoro, torniamo a casina”.

Fine Primo Round.

A proposito, è la FedEricina, una manifestazione medievale per ricordare la venuta ad Erice di Federico III e di sua moglie Eleonora d’Angiò durante i Vespri Siciliani. E’ il primo anno che la fanno e ha richiamato diversi gruppi di suonatori, figuranti e schermidori da tutta la Sicilia.

Sor Federico...

Sor Federico…

...e la Sora Eleonora

…e la Sora Eleonora

Secondo Round.

Due giorni dopo , Festa della Repubblica. Giovanni inaspettatamente libero, tempo che minaccia pioggia ‘Tesoro dove vuoi andare?‘… ma per una volta che fanno una cosa figa vuoi che non si ritorni? Tanto piove e alle saline non si apprezza bene con i nuvoloni, torniamo a Erice!

Evviva!!!! Il corteo c’è, c’è, c’è ancora! Ci arriviamo per il rotto della cuffia come al solito nostro, ma ci arriviamo.

E’ il raduno dei “cortei Storici di Sicilia” e li becchiamo durante la sfilata verso Porta di Trapani, sulla strada principale, direzione il Real Duomo. E’ una sfilata che dà soddisfazione perché è davvero lunga, ma non troppo e puoi godertela abbastanza senza annoiarti. Inoltre la strada, Corso Vittorio Emanuele, non è che sia grandissima, quindi potevamo ammirare l’imponente lavoro di sartoria e volendo avere pure la sfacciataggine di toccarlo, tanto eravamo vicini. Tra perle, ricami e cotte metalliche sembra di essere nella versione (molto) educanda del Trono di Spade.

Federico ed Eleonora nella mia versione (più carini)

Federico ed Eleonora nella mia versione (più carini)

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Sembrano le Tre Marie del panettone! :D

Sembrano le Tre Marie del panettone! 😀

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Cosa si ricorda? La venuta di Federico III e di Eleonora d’Angiò a Erice durante i Vespri Siciliani, nel XIII secolo. Ma come, Erice è così antica? Beh se pensate che qui si parla dei primi insediamenti nell’VIII secolo a.C. praticamente Federico è venuto ieri. Senza voler annoiare nessuno con una lezione di Storia (magari un’altra volta), i Vespri furono una rivolta dei siciliani che non volevano essere dominati dai francesi e chiesero aiuto agli Aragona. I siciliani chiesero a Federico III di diventare il loro re e fu ufficialmente eletto dal Parlamento siciliano, un Parlamento all’avanguardia, in anticipo anche su quello inglese, visto che vi faceva parte anche una rappresentanza cittadina che poteva partecipare all’elaborazione delle leggi (almeno sulla carta). Insomma Federico accettò e non si spostò più dalla Sicilia, ma se la girò in lungo e in largo e arrivò anche ad Erice, per poter continuare la guerra contro i francesi e contro Napoli.

Se aguzzate la vista vedrete la bandiera della Sicilia, nata proprio in occasione dei Vespri!

Se aguzzate la vista vedrete la bandiera della Sicilia, nata proprio in occasione dei Vespri!

La torre accanto al Duomo infatti era una torre di avvistamento, poi riciclata in campanile. Anche il Duomo fu fatto costruire da Federico, come ringraziamento per l’ospitalità, peccato che per farlo fece usare pezzi dell’antico Tempio di Venere e infatti dicono che si possono vedere delle croci egizie molto più antiche (“dicono” perché io ci sono entrata solo una volta e non me la ricordo molto bene, quindi con la scusa del blog mi segno una seconda visita e poi vi dirò 😉 ). Il Duomo in realtà serviva anche a mettere tante pietre sopra il culto di Venere non ancora scomparso del tutto.

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C'è pure il monaco, tiè :D

C’è pure il monaco, tiè 😀

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Dentro non è più come l’originale, e un giorno faccio una scappata e ve la mostro, è in stile neo-gotico ed è tutta bianca, sembra fatta di panna montata, poi capirete il perché!

Dicevo, Federico qui ci arrivò con la moglie, ‘a Signura Eleonora, di cui si sa poco e niente visto che, anche se regina, sempre donna era e quindi chisseneimporta. Mah. Però si sa che la fecero sposare a dieci anni con un coetaneo e annullarono il matrimonio per la giovane età degli sposi (eh!). In compenso non fu considerata troppo giovane a 12 anni per sposare Federico e mettere in cantiere due anni dopo il primo dei nove real pupi. Non so quanto potrebbe interessarvi questo ma il gossip è sempre meno fuffoso delle date dei Vespri direi.

In realtà della FedEricina ho poco da dirvi perché nonostante la scelta di una data a prova di solleone e di nubifragio, quel giorno ci siamo beccati pioggia assuppaviddani (letteralmente ‘inzuppa contadini’, pioggerella sottile sottile che non distoglieva i contadini dal lavoro, per cui alla lunga si bagnavano) e un vento che giusto a Cime Tempestose, quindi niente spettacoli di fuoco e tantomeno sbandieratori! In compenso ci siamo visti una bella danza e sopratutto un duello di scherma medievale, con spade da 8 kg l’una. Se non fosse stato per le antenne sui tetti, con tutti i figuranti intorno, sarebbe sembrato davvero il XIII secolo e noi ce lo siamo goduto dalle scale del Duomo, mentre la gente fuggiva per gli schiaffi del vento.

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Non ho resistito :)

Non ho resistito 🙂

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Peccato per i loro sforzi ma bello per noi perché se ci fosse stato bel tempo qui sarebbe stato strapieno e a me sinceramente non piace. Erice è bella girarsela quando c’è poca gente e cammini per le strade silenziose e puoi guardare dentro una chiesa sconsacrata dalle fessure del portone. Ve la sconsiglio decisamente in estate, dovreste sgomitare, letteralmente, e non vedreste nulla.
Ad un certo punto pure noi siamo fuggiti e ci siamo messi a passeggiare per le stradine terziarie e i cortili. Senza la mini (per fortuna) confusione durante la sfilata, paradossalmente si apprezzava di più l’atmosfera medievale, ma il tocco di colore delle ragazze in costume non stava male 🙂

Fioriiiiiiiiiiiii :)

Fioriiiiiiiiiiiii 🙂

Tempo brutto, ragazzo carino ;)

Tempo brutto, ragazzo carino 😉

Mentre infilavamo la testa nei cortili abbiamo perfino chiesto ad un vecchietto di farci ammirare il suo, uno dei più belli di Erice a detta sua, ma questo ve lo dico un’altra volta!

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