Come trovare marito in Sicilia

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ENGLISH” version!

La scorsa settimana in Italia era San Faustino, ma in buona parte del mondo era “Il giorno dopo quel disastro di San Valentino” la giornata autodedicatasi di tutti gli spaiati, oggi modernamente chiamati single.

Single imperterriti e convinti, single per scelta degli altri, single che non si ricordano più perché sono single, single che finalmente sono single e single che odiano tutti quelli che non sono single perché pensano di esser single solo loro.

E poi ci sono le zitelle.

Tutta una categoria a parte di signorine che vorrebbero trovare un bravo picciotto, sistemato, graziuso e travagghino (Maria di Trapani docet) con cui metter su famiglia ma che, ohibò, son sfortunate (brutte) e quando sei sfortunata l’unica cosa da fare è quella, andare in chiesa a pregare Sant’Onofrio.

Secondo la leggenda Sant’Onofrio era figlio del re persiano Teodoro ma alla sua nascita un demonio disse che era il frutto di una relazione adultera della regina. Poiché fu sottoposto alla prova del fuoco uscendone indenne, diedero ragione al demonio. Ben presto Onofrio decise di allontanarsi dall’umanità e fare l’eremita nel deserto egiziano vestito solo di un foliage a perizoma, in povertà e intensa religiosità.

A Palermo Sant’Onofrio ha il titolo di nientepopodimeno che patrono secondario e nel 1568 gli fu dedicata una chiesetta, in Via Panneria (la via dei panni, perché una volta era piena di fabbriche che producevano indovinate voi cosa). E’ una chiesa giustamente molto modesta con qualche stucco e qualche pittura dedicate tutte al santo su cui spiccano due opere, un quadro dipinto da Giuseppe Salerno detto “Lo zoppo di Gangi” e una scultura di legno bruttarella opera del “Cieco di Palermo“, tutte raffiguranti Sant’Onofrio detto “Pilusu“, Peloso, per via della lunga barba.

Questa chiesa pare una barzelletta, lo so, eppure Sant’Onofrio tutt’ora viene pregato perché ha il potere di far trovare marito alle zitelle! Una volta ( e forse pure ora ma magari non ve lo dicono) si eseguiva un preciso rito sciamanico per fare arrivare questa benedetta anima gemella. Ogni sera, per nove giorni di seguito, si doveva recitare tra una preghiera e l’altra una filastrocca fatta apposta per chiedere la grazia a Sant’Onofrio , che probabilmente si rovinò quando la prima di queste matte trovò effettivamente qualcuno a cui mettere il cappio. Mentre si recitava la filastrocca si doveva mettere una monetina da due centesimi nella serratura di una porta qualsiasi. Se fosse caduta la richiesta era esaudita!

Sant’Onofrio a quanto pare è miracoloso pure per quelli che hanno perso qualcosa e per gli studenti che devono dare esami, perché con un’altra filastrocca il santo ti fa tornare la memoria! 😀

Seriamente, anche se in Sicilia esistono Facebook e Whatsapp, il computer e la Play Station, per certe cose rimane un luogo ancora arcaico perduto in questo Occidente disincantato dove trovi qualcuno che ha ancora fiducia nella magia.

Anche questo è il suo fascino e se non fa niente di male a nessuno non può diventare la sua condanna. Io non credo a queste cose e nemmeno a tante altre. Quando sento i discorsi di gente laureata e “normale” parlare con tenerezza di certi riti e dire che funzionano, senza nessun fanatismo ma con la fiducia cieca in cose imperscrutabili alla ragione, io con la ragione non riesco a capire come possano convivere in modo così fluido due modus vivendi tanto distanti. Eppure, con il cuore, non riesco nemmeno a disprezzarli, lo accetto e basta e trovo confortante vedere che gli umani non perdono sempre la loro umanità e come riescano a trovare i loro riti rassicuranti, un po’ infantili, talvolta primitivi, a volte personalissimi e altre, come in questo caso, di una tradizione di cui non si conosce più il tempo.

Decidete un po’ voi, io intanto il rito per pregare Sant’Onofrio ve l’ho detto ma vi lascio anche le parole del poeta Kahlil Gibran:

“Non crediate di guidare il corso dell’amore, poiché l’amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso”

Buona fortuna 🙂

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Le stranezze dei siciliani a tavola

Questa foto è troppo bella e l'ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui "Se hai un problema aggiungi olio"  cucinamilitante.wordpress.com

Questa foto è troppo bella e l’ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui “Se hai un problema aggiungi olio” cucinamilitante.wordpress.com

“ENGLISH” VERSION PART ONE & PART TWO

Fonte ispiratrice di questo post è stata la Signora Mamma, che un bel giorno si mise a raddrizzare il pane messo sottosopra con un fremito di contrarietà maniacale degna del detective Monk quando vede i bottoni allacciati storti : ‘Questo non si mette rovesciato, il pane si mette dritto!
‘E perché?’
‘Perché sì!!!’
Che risposta è? Una risposta molto siciliana direi, non c’è una spiegazione, si fa così da tempo immemore e tu sciocco che chiedi, così fan tutti, è un mistero il perché ma chiedere non si fa.
A quella volta succedettero altre “raddrizzate” inspiegate e quando ne scoprii casualmente il motivo cominciai ad attenzionare tutte le stranezze sicule intorno a me, che quando mi metto a tavola mangio e siedo irradiata di beata ignoranza.

1. Il pane non si mette sottosopra. Perché è il corpo di Cristo. Non perché inspiegabilmente così non si fa, tutti lo sanno e anche tu devi saperlo anche se non sai perché. E nemmeno perché altrimenti cadono tutti i semini, come provò a glissare una volta la Signora Mamma (da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra).

2. Non si butta via niente. Visto che da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra e, o lo metti dritto o lo metti sottosopra, financo tu lo metta in bilico sul bordo del tavolo, ti ritrovi la tovaglia piena di semi e visto che i grissini sono sciccheria da ristorante, visto che un siciliano ha 23 ore su 24 in testa il cibo, visto che il tempo se lo deve passare mentre attende le portate, anche quando i grissini ci sono, visto che non si butta via niente, tutti, immancabilmente, come se avessero un tic, umettano la punta del dito indice e cominciano a puntarlo sui semini sparsi e a mangiarli, come degli uccellini smaniosi. Annuiscono, parlano a denti stretti e pic pic pic, si attaccano i semini al dito e se li portano tra i denti, sistema che consente anche la riumettatura automatica del polpastrello, come nei timbri autoinchiostranti.

3.Il pane a tavola c’è sempre. Con una portata o con dieci, perché come diceva mio padre ‘Ingrassate perché mangiate troppo e mangiate troppo perché mangiate senza pane. Il pane vi fa saziare, così mangiate meno e dimagrite’ (!!!!!!!!!!!). Se avete la panza sapete perché.

4. Ma non c’è mai l’acqua calda a tavola. Ci deve essere sempre l’acqua fredda in inverno, con i cubetti di ghiaccio in estate. L’espressione “temperatura ambiente” viene usata solo dai giardinieri.

5. Se non è fritto probabilmente fa male. La roba arrostita è ammessa solo nelle grandi mangiate in campagna o in terrazza o in balcone o nelle strade tra due isolati recintate dalle macchine. Una parmigiana con le melanzane arrostite non la servono manco in ospedale. Quella del fritto ovunque, dell’unto bisunto praticamente affogato è stata anche discussione con la dolce metà, che mi scansò dai fornelli con un “Tu non sai cucinare!” vedendomi mettere mezzo litro di olio in meno nelle zucchine per la pasta e aggiungere una goccina d’acqua per non farle attaccare. Da allora lui cucina e io vago per casa incomazzata dagli acidi grassi.

6. “Tanto ogghiu unni’ chiange”. Tanto non piange olio, quindi non serve. In Sicilia l’olio viene usato pure per cucinare le pietre, dunque è preziosissimo. Quando si rovescia sulla tavola si alzano tutti e trentacinque commensali. Qualcuno vi dirà perché porta sfortuna, in realtà perché lo compri dal vicino di casa in campagna e costa un occhio della testa, altro che quello in offerta al supermercato. Vedi punto sette.

7. L’olio non si compra al supermercato. Quando sei uno studente universitario fuori sede e fai il trasloco della dispensa, è immancabile la bottiglia di olio nuovo, quello comprato dal vicino, che ha il terreno confinante con il tuo e quattro ulivi contati e te lo ha passato in cambio di un rene, ma la genuinità si sa, ha un prezzo. Il paradosso dell’olio è che quando è appena fatto ha un color oliva torbido e sospetto e un sapore velenoso ma che divide il popolo siciliano biomaniaco, quelli che aspettano solo l’olio nuovo amarissimo per mangiarlo con il pane, rigorosamente da forno a legna fatto nei panifici di campagna, e quelli che usano solo l’olio vecchio, di colore e sapore compatibili con la vita umana (tra cui io). Unica cosa in comune: l’olio non si compra mai al supermercato, che chissà da dove viene, con quali olive l’hanno fatto, in quale secolo sono state raccolte, forse lo hanno tagliato con l’olio da motore!!! Il biokomplottismo in Sicilia è roba vecchia.

8. Rosticceria for breakfast. Avete presente la scena del film “Tre uomini e una gamba“? Quando alle otto Aldo si affaccia dalla finestra dicendo “Finisco la peperonata e scendo”? Quando qui si va a fare colazione al bar alle sette è normale trovare mezzo bancone pieno di dolci e uno e mezzo di rosticceria, sopratutto fritta, e credevo che fosse così in tutta Italia. I Musei Vaticani mi hanno fatto ricredere.
Una volta andai ai Musei Vaticani e poiché sono grandi mi consigliarono di comprare il pranzo e mangiarlo a metà visita. Dalle dieci in poi un siciliano già pensa al pranzo, quindi alle undici e un quarto anche in un bar di Roma chiedi la rosticceria a colpo sicuro.
Bar numero uno, solo insalata di riso.
Bar numero due, insalata di riso e panini.
Bar numero tre, insalata di riso, panini e pizzette.
IO: “Scusi, ma avete solo questo?” (tre banconi pieni)
Barista: “In che senso, signorina?”
IO: “La tavola calda non c’è? “
B:“Sì, sì, certo che c’è! L’insalata di riso!”
IO: (E me la metto in tasca l’insalata di riso?) “No, dico la rosticceria, non avete i calzoni, le arancine…” (già allora percepivo le iris con la carne una richiesta troppo avanzata)
B: “I calzoni? A quest’ora?” O_O
IO: “Eh ma sono già le undici passate!”
SILENZIO
B: “No signorina, c’avemo solo queRsto.”
Quante cose che si imparano andando al museo.

9. Le arancine fatte male. Parlare di Roma mi ha fatto venire in mente quella poesia di Trilussa, “Felicità”: “C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”
Quando ti alzi alle sette per andare a lezione con ben otto gradi fuori che ti tagliano la faccia, quando finalmente arriva la ricreazione oppure esci fuori da dieci ore di lezione all’università e rotoli sul treno che ti porta al paesello, quando arriva la pausa pranzo al lavoro, la felicità è a portata di mano. Piccola, economica, magica e fritta! E’ l’arancina, quella pallina cicciosa, oleosa e calda che t’arricria tutto già quando pensi di comprarla, fino a quando spazzoli l’ultimo boccone e ti penti di non averne comprate due, anche se qui sono così grandi che se ne mangi due finisci in coma. Pensata, bramata, agognata e poi finalmente conquistata e mangiata, dopo il mondo diventa a colori, rosa prosciutto, rosso sugo di carne e verde pisello. Deludere una simile aspettativa può causare un serio dissesto del bilancio di fine mese della rosticceria con picchi che potrebbero culminare in un 800A spray grande quanto tutta la vetrina.

10. Le arancine con il nome sbagliato. Le arancine sono femmine, come qui già detto qui, e basta. Purtroppo dalla parte orientale le chiamano con uno stridente nome maschile, molesto come un’unghiata sulla lavagna. La diatriba quando parte non si ferma più. Provate a leggere qualsiasi articolo sul cibo dove si scrive arancini o arancine, non importa che poi si parli delle balene nel Mediterraneo o degli ufo a Paparedda o delle balene di Paparedda che sorvolano il Mediterraneo a bordo di un disco volante, tutti i commenti sotto si catalizzeranno solo sul sesso delle arancine e sulle azzuffate con gli orientali. Io vi consiglio di crederci senza provare, rischiate di morirci di vecchiaia. Se li dovete ordinare indicateli con il dito e basta.

11. La pizza sfincione. Sempre parlando di incomprensioni culinarie lo sfincione non è una pizza e come per le arancine chiamate con la I a Palermo rischiate un serio linciaggio. E’ un materasso palermitano alto due dita e condito concentrato di pomodoro, cipolla e grascia, visto che quelli più buoni sono sempre quelli venduti dai carrettini costruiti dal nonno e mai puliti dalla nonna dell’ambulante che te lo porge. Decenni di batteri, olio e sputacchi hanno dato il loro contributo ad uno dei migliori street food del mondo, fatevene una ragione.

12. Il dizionario è sbagliato. Se chiedi la frutta di marzapane è sicuro che chiunque ti dirà che in Sicilia il marzapane non esiste, li puoi illuminare chiedendo della frutta martorana e ti porgeranno frutta mandorlosa a secchi. Idem per il pangrattato, il pangrattato non esiste, esiste solo la mollica, o meglio la muddìca.

13. Meglio un figlio satanista che vegano. Credo che caponata e frutta martorana a parte, in Sicilia non esista quasi nulla che non sia fatta con qualcosa che provenga da maiale, pecora o cavallo e sopratutto che non preveda un’innaffiata di pecorino o un’imbottitura di ricotta (solo di pecora). Essere vegano qui rende difficile la sopravvivenza e se non vuoi far morire di crepacuore tua nonna o tua madre è meglio che tu fugga di notte, in un esilio autoimposto, ma non so chi ti aiuterà quando sarai solo, senza amici né famiglia. Essere vegano condanna alla solitudine e all’esclusione da quasi tutte le occasioni mondane dei siciliani, prime fra tutte l’arrustuta di sasizza e pancetta di Pasquetta, del 25 aprile, del 1 maggio, del 2 giugno, di Ferragosto e di tutte le domeniche in cui non si sa cosa fare e qualcuno ha messo a disposizione la campagna, il garage o il balcone di casa.

14. Non mi piace la ricotta di pecora. E’ la variante del punto 13. E’ una rarità, ma esistono, quelli a cui non piace la ricotta di pecora. La pecora dovrebbe essere messa al posto della Medusa sulla bandiera della Trinacria e dichiarata sacra insieme al suo dono piu grande, il latte e la ricotta che ne deriva. Calda, fredda, dolce, salata o al forno è difficile scansarla ma di solito nessuno ha questa intenzione. Odiare la ricotta è come odiare la Nutella, chi dichiara una simile eresia viene visto con sospetto e diffidenza.

15. Mangiare con lentezza. Io e Giovanni siamo siciliani ma quando siamo a tavola la dolce Nespula sembra essere il figlio perduto di Flash Gordon cresciuto in Africa tra gli struzzi. Per fortuna gli opposti, anche quelli almeno un po’, si attraggono e quando mi siedo io la percezione del tempo collassa, sembra un quarto d’ora ma è un ora e un quarto. A tavola si parla e che ci sia una portata o cinque, si perde tempo, ci si rilassa e si fa decompressione, fino al caffé e all’ammazzacaffé. Con Giovanni che ha messo il giubbotto dal secondo secondo (non è l’eco). Pochi hanno capito che mangiare è un piacere quanto i Siciliani ma quando ce lo insegnavano Dolce Nespula era in bagno.

16. Mangiare con sveltezza una fattoria. La realtà a volte impone ritmi ben diversi e allora bisogna mangiare in un vero quarto d’ora (a volte ha ragione pure Dolce Nespula). Ma poiché sempre in Sicilia siamo e alla salute ci teniamo, non ci possiamo accontentare di un semplice piatto di pasta per tutto il pomeriggio, quindi in un quarto d’ora siamo capaci di spazzolarci tre portate più dolce e frutta. Giusto per non svenire al lavoro e reggere fino alla merenda.

17. Il pranzo della domenica non prima delle due. Invitare al pranzo della domenica per mezzogiorno o anche per l’una è maleducazione, che siamo in ospedale? E poi io devo fare un sacco di cose prima! La colazione alle nove, il break alle dieci e mezza, il secondo break alle dodici e mezza, tipo con il gelato, che prima è presto e ti ghiaccia la pancia e poooooi si fa il pranzo, cominciando ad un orario da cristiani, non prima delle due per finire non prima delle quattro. Eccheccaspita è domenica.

18. Bisogna sempre essere pronti per le emergenze. Per questo si fa tanta spesa e si cucina tanto. Potrebbe succedere di tutto e quel tutto succederà il giorno in cui non sarai pronta, come nella migliore versione della Legge di Murphy, quindi in realtà facciamo così per tenere lontana la sfortuna. Potrebbe venire la carestia oppure cadere un millimetro di neve a farci rimanere bloccati in casa perché se non vivi nell’entroterra dell’isola le uniche catene che hai al massimo sono sul cellulare. Mangiare tanto serve a tenere caldi o a dare qualcosa da consumare alle tue cellule nel tempo nelle vacche magre. Potremmo svenire mentre stiamo attraversando le strisce per il rotto della cuffia e morire, a Palermo gli automobilisti guardano il semaforo dei pedoni e partono quando diventa giallo, che tanto tra due minuti il loro diventa verde ed è lo stesso. Potrebbe arrivare un parente con tutti i suoi cinque figli con nuore e generi al seguito o un pullman pieno di turisti potrebbe fermarsi in panne davanti casa nostra e noi non si caccia mai nessuno e comunque stare insieme in allegria è sempre bello. Potresti incontrare degli amici in spiaggia ed invitarli a pranzo sotto l’ombrellone, per questo al mare ci si porta il tavolo con le seggiole e le teglie di anelletti al forno e anche se non incontri nessuno, il mare lo sanno tutti che fa venire una gran fame! 😀

19. Il piatto si lascia pulito. Per le emergenze, vedi punto 18 e per educazione. Se ti mettono mezzo chilo di pasta nel piatto te lo devi mangiare TUTTO perché è stato fatto apposta per te, perché nessuno vuole che tu abbia un calo di zuccheri davanti al semaforo e perché se parli con qualcuno devi sempre dire che c’era forse troppo ma mai troppo poco (mah). Ovviamente devi pure accettare il bis. Il tris puoi scansarlo solo dichiarando di voler lasciare spazio per una doppia porzione di dolce.

20. Però davanti all’ultimo cucchiaio… cominciano a scambiarsi complimenti da fidanzati del primo mese “Prendilo tu, no tu, io sono pieno, no prendilo tu” (in realtà lo vogliono tutti e due e quello che alla fine non si decide a prendere l’ultima mini porzione se ne pente. Io dico sempre sì.)

21. Il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Pure Montalbano se ne lamentava. Più di tutti gli arancini e le pizze sfincione ecco cosa fa partire l’embolo ad un siciliano, il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Se qualcuno vuol farvi lo scalpo con il cucchiaio non vi aiuterà NESSUNO. (e fanno bene)

22. La Terra gira intorno al Sole, la Sicilia intorno al Cibo. Qui in Sicilia si parla sempre di mangiare e si pensa al cibo di continuo. C’è chi arriva a lavoro alle nove e davanti alla macchinetta del caffé si sente chiedere “Che mangi a pranzo?”

Figlioli ricordatevi che si fa per ridere, è ovvio che non mangiamo la caponata ogni giorno a colazione e nemmeno i cannoli (anche se i turisti pensano di sì), ma se capita nessuno si sente sacrificato e di certo non è impensabile che possa capitare (io la caponata a colazione l’ho mangiata, però erano le undici U_U) 🙂

Se vuoi un consiglio su dove mangiare a Trapani a colpo sicuro ecco QUA
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La Festa dei Morti in Sicilia. Bambini coraggiosi a caccia dei doni dei morti si ingozzano di frutta nata dalle paranoie domestiche di un manipolo di suore.

La festa dei morti in Sicilia

‘In Sicilia i bambini non hanno paura dei morti. In Sicilia la morte ha la leggiadria di una pupa di zucchero, una ballerina di acqua e carie che non risparmia la sua man(molto) forte alla glassa sui taralli, il profumo delle mandorle e i colori della frutta martorana, ha la dolcezza rubino delle melagrane con il vino, fa il rumore dei giocattoli nuovi e ti emoziona con una caccia al tesoro. In casa sono venuti i morti.

Sparsi per il mondo vi sono bambini fortunati che ricevono doni il giorno di Natale. In Italia i bambini sono ancora più fortunati perché se fanno i buoni poi arriva pure la Befana a fare doni. Ma ai bimbi siciliani va ancora meglio, perché se dicono le preghiere e lasciano un po’ di cibo sul tavolo la notte tra l’1 e il 2 Novembre, nella loro casa verrà qualcuno mentre dormono, non Babbo Natale o la Befana, che quelli sono di tutti e a tutti pensano nello stesso modo, ma qualcuno venuto solo per loro, i nonni, una mamma o un papà che non ci sono più. Non passano la nottata in tante case piene di sconosciuti, ma visitano solo quella dei loro bambini cari, li vengono a trovare, gli danno baci e carezze, invisibili ai loro occhi chiusi. Poi prendono la cesta lasciata sotto il letto e la riempiono di regali, doni speciali, più amorevoli, pieni dell’affetto esclusivo di chi non c’è più ma ci sarebbe stato solo per loro. La morte non fa paura ai bambini siciliani, come possono farti paura il nonno o la nonna? Che poi da quella casa non se ne vogliono andare e prendono tempo per nascondere il cesto, immaginando divertiti la trepidante ricerca dei piccoli, è così che i nonni che non ci sono più giocano con i nipotini nel giorno in cui i due mondi si incontrano

Vorrei poter dire di essere stata una di quei bambini senza paura e aver vissuto così poeticamente questa ricorrenza. I bambini temono i cavalli alti, hanno paura del fuoco e non toccano i serpenti ma se i nonni vengono dall’Aldilà e portano dolci e regali va bene. Io la notte del due vivevo nel terrore. Da piccola salivo sui cavalli alti, ero piromane e quella sera immaginavo la casa piena di scheletrini, i nonni dai teschi sorridenti usciti dalla tomba con tanti regali venivano a casa nostra e facevano festa, si sedevano sul nostro letto ed erano contenti di vederci e starci vicino, erano buoni ma non riuscivo a dissociarli dalla loro materialità, anche da morti, e questo mi riempiva di terrore.

Il sonno però vinceva sulla paura perché io e mia sorella eravamo rimaste alzate a giocare fino a tardi, che tanto domani non c’era scuola, e senza accorgermene chiudevo gli occhi. Il giorno dopo lo sapevo che c’erano i regali e che ancora una volta i nonni me l’avevano fatta sotto il naso, erano stati lì, tutti e quattro, forse venuti tre minuti dopo l’ultima volta che avevo guardato la lucetta d’emergenza, quella che ti serve per trovare la strada in camera tua se ti scappa la pipì di notte, o se hai paura dei mostri che escono dai sogni e da sotto il letto, ma se li avessi visti che avrei fatto? avrei urlato, sarei stata immobile o avrei domandato? E chiedevo ‘Ma i nonni sono degli scheletri?’. Le ovvie risposte non convincevano ma tutte le perplessità scientifiche erano messe da parte con la caccia ai regali. Mi ricordo ancora un’enorme bambola bionda, con il vestito blu scuro pieno di fiori nascosta dietro al divano o la camicia da notte di pile rosa fragola dentro la casetta di Biancaneve, che ancora le stagioni di mezzo esistevano e si poteva provare subito. E la paura passava, tanto anche la notte era passata, gli scheletri erano ormai venuti e di sicuro i nonni erano buoni e anche se non li avevamo mai conosciuti loro a noi pensavano sempre. Quelli di Partinico portavano i taralli, biscottoni rotondi a treccia con la glassa bianca sopra e i “pupaccena“, le statuine cave di zucchero duro dipinto che duravano fino a Natale e cominciavi a rompere da dietro, per non rovinare il disegno, quelli di Locogrande portavano le melagrane da sgranare e mangiare con lo zucchero e il vino, e le castagne e le nocciole.

Dopo si usciva e si andava a ringraziare i nonni al cimitero, si portavano i fiori. Per strada allora si capiva che era novembre anche senza guardare il calendario, si calpestavano le foglie secche con le scarpe nuove, sempre e solo ballerine-nere-di vernice, e si raccoglievano quelle buone per fare i lavoretti a scuola e incollarle sul quaderno per scriverci sopra “E’arrivato l’Autunno“.

Appena rientravi a casa si giocava con i giochi nuovi e ci si ingozzava di frutta martorana, frutta finta dipinta, più bella di quella vera e più cicciosa dell’immaginabile. La frutta martorana non è altro che marzapane, una pasta di mandorle e zucchero inventata dagli Arabi, quelli di una volta, che amavano le cose belle, così buona e dolce da schiantarti il cuore, in tutti i sensi. Se cercate di comprarla qua però non chiedete il marzapane, nessuno sa cosa sia, chiedete la frutta martorana e vi porgeranno secchiate di fragole e lumache mandorlose. L’idea di farle a forma di frutta fu delle suore del convento benedettino fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana, vicino la Chiesa bizantina Santa Maria dell’Ammiraglio, detta pure lei la Martorana, a Palermo, perché doveva venire il papa e non c’è donna, con il velo e senza, che non vada in paranoia quando riceve ospiti in casa, figuriamoci se viene lui. La paranoia di quelle poverette fu il giardino senza frutti, “E come facciamo? come facciamo? Li facciamo finti ma che si possono mangiare e li appendiamo agli alberi!” Grande sorella, brava!

Se ci riuscite compratela dai privati, quella delle pasticcerie spesso è solo bellissima e carissima, fatevela fare da una nonna o da una parente che ancora vive in Sicilia, fatevela regalare da quel coinquilino siciliano emigrato nell’estero italiota per frequentare l’università, tanto lo so che sua madre e sua nonna gliela spediscono insieme ai barattoli di salsa fatta in casa, che quella comprata fa venire la gastrite.

Post in ritardo come al solito ma ero troppo impegnata a ritagliare figurine di carta velina per Halloween e mangiare frutta martorana portata dai nonni morti con mia nipote e insomma alla fine il post vale lo stesso su questo blog, sopratutto perché si parla di gozzoviglie e serate ciccione, tanto per cambiare.

Non so di dove siete voi che leggete ma questo è il periodo in cui Facebook ti si riempie di foto di gente in mostruosa maschera, progettata da due settimane, e links con tanto di giovane barbuto ‘Io dico sì a Gesù e no ad Halloween pagano‘. Peccato che venga tutto da lì, anche il nostro Giorno dei Morti, e che qui sia arrivata la versione cristianizzata, quindi lecita, ma con qualche modifica, i morti non sono spiriti dispettosi da tenere lontani con maschere e zucche mostruose ma sono buoni e tornano per dimostrarci affetto, non vai a “tuppuliare” casa casa per chiedere dolci ma li portano loro, sono visite attese, non scongiurate. Qui la Festa dei morti è davvero una festa, e tutti ma proprio tutti vanno a trovare i loro cari, almeno una volta l’anno, magari per alcuni è più un’occasione per mettersi la coscienza a posto e spettegolare e tutto è calmo e sereno oppure commovente ma non straziante.

Trovo molto poetico dedicare una giornata a chi non c’è più e viverlo con affetto, dedicarsi alla cucina, al gioco, alle visite e vivere tutto senza troppa tristezza ma come un momento di comunione, vicinanza e gratitudine e trasmetterlo ai bimbi come tale, anche se c’è chi lo trova scandaloso e di cattivo gusto. In realtà amo pure il nuovo Halloween, perché ogni occasione per mascherarsi è bella secondo me, ma anche questo desta scandalo e insomma fate come vi pare che ad ascoltare gli altri non si fa mai niente di bello.

Faccio come mia nipote che ha otto anni e ha capito tutto, festeggia l’evento orrorifico e quello tradizionale, come molti bambini qui in Sicilia, si veste da strega e non teme i morti e ora la casa non è invasa solo di mandorle ma pure di zucca, che mangiare solo dolci fa male!

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L’arancina è fimmina come le minne

Sicilian language arancini arancina

Ecco e così posso già chiudere il post, con una frase lapidaria, che tanto a questa diatriba isolana sull’arancinA/arancinO non c’è rimedio perciò io dico che è così e un messinese dirà e dice che così non è per niente.

Anni fa, nella smania di aumentare la mia collezione libresca senza piangere, mi andai a stampare la raccolta di racconti scritti da Andrea Camilleri ‘Gli arancini di Montalbano‘ scaricata aggratis da internet e stampata e spillettata decorosamente per non appizzarci gli occhi (e perché a me ‘sti libri che non esistono simpatia non ne fanno proprio). Due racconti tra tutti ricordo ancora, il piccolissimo ‘Montalbano si rifiuta’, di cui parlerò un’altra volta perché dice assai sul motivo per cui questi uomini, Vero e Inventato, sono amati e ‘Gli arancini di Montalbano’ appunto.

È ambientato sotto le feste, a Capodanno, e Salvo si rifiuta di raggiungere la fidanzata Livia in Francia per potersi mangiare gli arancini della sua cammarèra Adelina, una cammarera che lui non cambierebbe con nessuno, la mamma di due pregiudicati arrestati una volta no e due sì proprio da lui. Uno di questi giusto giusto viene arrestato per Capodanno e Salvo si butterà nelle indagini non tanto per aiutare lui ma per potersi mangiare gli arancini.

La questione però che volevo raccontarvi non è questa. La questione era che man mano che leggevo i racconti io pensavo al titolo e non potevo trovare pace per quegli arancini, con quella I che suonava come un’unghiata sulla lavagna. Ma com’è possibile che questo qua mi sparge vruoccoli e vastasi romanzi romanzi e poi mi italianizza le arancine??? Mizzica! Camilleri si è venduto così all’ignorante italiota? Io lo vedevo allora quasi come un tradimento perché ancora non sapevo nulla di questa grande guerra delle arancine.

Ma qualche tempo dopo ‘conobbi’ Fabbro. Lo metto tra virgolette perché io, in 5 anni che lo conosco, a Fabbro non ho mai stretto la mano ma parliamo parliamo parliamo e parliamo su Facebook, io da Trapani e lui da Messina, io gli conto i piagnistei miei e lui mi racconta le sfighe sue e ancora non ci siamo mai visti, metti che ci rendiamo finalmente conto di essere due rompiballe e non ci parliamo più. Con Fabbro, almeno una volta l’anno, il giorno di Santa Lucia (nella Sicilia occidentale, a Trapani e a Palermo, si usa mangiare le arancine di riso e la cuccìa di grano perché non si può mangiare la pasta e il pane in tale giorno ma in realtá è solo la scusa perfetta per sfondarsi di rosticceria.), si litiga per queste benedette arancine. Che lui chiama arancini. Ma che io chiamo arancine. Ma che lui insiste a chiamare con la I/O (come i somarelli mi verrebbe da dire 😀 ).

Sulla presente questione ci litiga tutta l’isola da sempre, Palermo, Trapani e la zona ovest di Agrigento le chiamano arancine, come piccole arance, la parte est dell’isola li chiama arancini, perché in dialetto siciliano arancia si dice ‘aranciu’…solo che le fanno a piramide, in onore del vulcano Etna (e perché mentre le mangi si aprono in un modo più gestibile e decoroso). Proprio qui potrebbe scattare la prima polemica dell’occidentale: ammesso che il nome giusto debba essere al maschile perché arancia in dialetto è aranciu, nel momento in cui la fai a cono l’arancia va a farsi benedire, no? Chiamalo Vulcanello!

Sull’argomento ci trovate blogs, articoli, migliaia di commenti e “sciarre”, quasi delle risse, perché se a Palermo lo declini al maschile si offendono (e pure io attacco con una conferenza femminista che non finisce più sul discorso dell’arancia e della forma e della panatura dorata e blabla) e la storica rivalità tra il capoluogo e la Sicilia orientale prende il volo e continua ben oltre la pallina di riso.

Purtroppo sulla paternità di questo ‘pezzo’ di rosticceria dalla ricetta antidiluviana c’è poco da capire, non risolve la questione del copyright e quindi c’è pure il problema dell’inventore che non è uno bensì un casino. La ricetta fu iniziata dagli arabi prima dell’anno 1000 o meglio c’era una volta l’emiro di Siracusa Ibn at Timnah che si fece creare il timballo di riso condito di zafferano e arricchito di erbe e carne per poterselo portare in giro durante le battute di caccia e poi arrivò Federico II, altro sovrano mangione la cui corte gli fece preparare il timballo con la geniale panatura fritta, che non faceva rompere la pallina (della grandezza giusta per giocarci a tennis o poco più, a meno che non andate al Bar Touring di Palermo che fa le arancine bomba) e ne permetteva una migliore conservazione durante i viaggi in giro per l’isola. Quando nella seconda metà dell’800 cominciò a diffondersi il pomodoro in cucina, i mangioni trinacrioti furono definitivamente rovinati e al riso e zafferano i monsù (da “Monsieur”), ovvero i cuochi francesi al servizio dei nobili siciliani, aggiunsero il sugo con la carne proprio al centro e fecero la palla di riso con sorpresa, ovvero l’arancina.

In Sicilia si fanno quelle classiche con il ragù e il burro a Trapani e a Palermo, con i pistacchi a Messina e poi in millemila varianti, a Trapani ho trovato quella ai frutti di mare e, gironzolando di città in città, con il cinghiale, con i broccoli e con il salmone. Esistono pure quelle alla Nutella coperte di zucchero e c’è chi pensa che una volta la versione dell’arancina di Santa Lucia fosse dolce, ma oggi sono considerate semplicemente un’eresia nonché immangiabili.

Forse sarebbe più giusto chiamarli al maschile visto che il nome è in dialetto ma io ho istruito tutti i miei amici del Continente sulla dicitura femminile perché è una piccola arancia e chissene se in dialetto l’arancia è un aranciu. Perché mangiare l’arancina è un’esperienza voluttuosa, è calda e tonda, quando l’addenti senti quello scricchiolio che ti da una piccola scossa ai sensi, con l’olfatto, con la lingua e col pensiero arrivi a quel riso profumato di zafferano, incollato d’amido ma con i chicchi ben distinti e poi finisci nel ripieno, in una soddisfazione quasi orgasmica che continua nei morsi successivi, dove ripieno, riso e panatura restano distinte ma nello stesso boccone e non sono tanti i piatti che ti danno un appagamento così complesso. Tu mi vuoi chiamare una cosa simile arancino?

Una volta il mio amico Lorenzo, grande appassionato di B-movie e della signora Fenech mi spiegò la sua devozione alla bellezza di questa donna ‘che ti guarderesti sempre per il semplice fatto che è fatta di carne vera, con quelle minne morbide e pesanti, che non c’entrano niente con quei seni al silicone alti e sempre sull’attenti, che appena li vedi ti sanno di ospedale e ti viene il mal di pancia‘. Non so perché mi sia venuto in mente lui mentre scrivevo ma parlare della voluttà di un piatto mi ha fatto ricordare la voluttà di certe parole e delle sensazioni che ci rimandano, a prescindere da quanto siano grammaticalmente corrette o educate, pronunciabili in pubblico, e alla fine a me l’arancina femmina piace di più, forse, probabilmente, è l’abitudine ma mi piace quel suono tondo e grande che finisce con la A, come le minne, che subito ti fanno pensare ad una consistenza umana e reale, di carne e morbidezza, ben più degli educati seni.

Non so come vi conviene chiamarla per non essere linciati sulla pubblica via, di certo se scenderete in campo a discuterne ci diventerete vecchi e non ne sarete venuti a capo nemmeno allora ma tanto l’importante è mangiarla e goderne, magari se avete tempo anche farla, nelle varianti che preferite, come faceva la famosa Adelina di cui sopra, che qui usa una ricetta diversa ancora, forse perché delle zone di Agrigento:

Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimi per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e di fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pì carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca con risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano”. AMEN.

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Melaccollo. Primo post di Enciclopedia Trinacriota sullo spirito d’avventura dei siciliani.

sicilian way of saying

ENGLISH” version!

Giusto qualche sera fa eravamo a cena con Monsieur Gaspard, un rivolese (si chiamano così gli abitanti di Rivoli?) trapiantato a Marsala, melanina sicula e accento polentonissimo… dicevo eravamo a cena con Monsieur Gaspard e ad un certo punto mi fa “Ma che vuol dire me l’accollo?”

Ah?

Ma come, non è italiano? 😀

A quanto pare NO! Almeno non con il significato che gli appioppiamo noi siciliani. Come recita il dizionario della Treccani, alla voce del verbo accollare: “Addossare un peso, un incarico, un obbligo e sim.: m’hanno accollato un lavoro faticosissimo; vogliono a. a me tutta la spesa. Quindi, accollarsi, assumersi un incarico, un obbligo: accollarsi un debito, una responsabilità.”

Seeeeee, vabbè

Cioè sì, un po’ ci ha azzeccato, ma se sapeste con quali sorrisi complici e con quanto spirito d’impresa un siculo ti dice ‘Compa’ me l’accollo’, capireste che non si sta facendo carico di nessuna grave responsabilità, tantomeno un debito! Non sarebbe nello spirito di un siciliano.

Accollarsela vuol dire che quando i tuoi amici ti propongono un’impresa rischiosa e che in teoria non si dovrebbe fare e che ha alte probabilità di essere scoperta, tu accetti e ti prendi la responsabilità del rischio, pregando perché vada bene. Ovviamente quando va male seguono rinfacciamenti sulla responsabilità delle conseguenze. La mole di parolacce/rimproveri/eventuali scioglimenti di amicizie pluriannali è direttamente proporzionale al danno.

Io conosco degli individui, di cui non farò nome e nemmeno la descrizione perché rischierebbero di essere denunciati e arrestati, che fanno lo SpazzaTour.

Non so da voi ma qui da noi c’è una pessima abitudine, sopratutto in certe zone, quella di non buttare l’immondizia nel cassonetto ma di poggiarla fuori dalla porta o peggio appenderla con dei ganci alla finestra, a volte alla giusta altezza per dondolarti dritta davanti al viso, perché così non solo non devi farti 200 metri per raggiungere il cassonetto (un giorno vi parlerò anche del concetto di lagnusìa e dintorni perché servono millemila post) ma non oltrepassi nemmeno la balàta sulla soglia di casa, quindi puoi tenerti addosso il pigiama, la canottiera e le pantofole senza dover fare la fatica di metterti addosso qualcosa di più decente per esporti al pubblico delle vecchie/giovani schiffarate che ti seguono con lo sguardo, sfacciatamente quando sono al balcone o vigliaccamente quando sono nascoste dietro le imposte delle finestre degli appartamenti al piano terra (ci sono, ci sono).

Comunque dicevo…qui si usa così da alcune, molte, parti e gli inventori dello SpazzaTour, sopraffatti dalla loro coscienza civica, con tanto zelo, quando capiscono chi è stato il lagnùso che ha messo fuori dalla porta la munnizza così abbandonata, che tanto domani se la portano via lo stesso, se vive ai piani alti (vabbè, al primo piano 😀 ), gliela ributtano sul balcone di notte!!!!

Immagine che racchiude l'essenza dello SpazzaTour (Quel che lasci trovi

Immagine che racchiude l’essenza dello SpazzaTour (Quel che lasci trovi)

Quando sono tristi e passano per una via piena di sacchetti appesi, che manco a Natale vedi così riccamente addobbate, l’indignazione prende il sopravvento e inizia il programma di Educazione Civica.
La lezione di Educazione Civica riesce anche a deviare in una lezione di Educazione Fisica dando luogo ad una esperienza altamente formativa per tutti coloro che, in modo attivo o passivo, ne entrano a far parte. Il lancio della munnizza prevede una preparazione fisica non indifferente oltre che un certo acume nella scelta del sacchetto, non troppo leggero, niente vetro e niente incudini, una buona mira, bicipiti mediamente allenati e una accorta calibrazione del lancio. La difficoltà aumenta con i balconi delle vecchie case, che hanno i soffitti più alti ergo una distanza di dieci metri tra un piano e un altro, praticamente in cielo, se sei poco allenato ti serve lo Sputnik.

Questi delinquenti che si spacciano per atleti e si vantano di essere dei bravi cittadini, eroi trinacrioti fautori della pulizia di tante strade e (forse) coscienze, ormai vanno per i trent’anni e presi da vari impegni hanno ridotto il numero di SpazzaTours, quindi non hanno più l’occhio allenato e manco il bicipite, ovvero beccano sacchetti con il vetro o da tre tonnellate concentrate in un sacchettino da farmacia e non sono più tanto veloci a salire in macchina, quindi il rischio di farsi pestare da un intero vicinato o comunque farsi sputare da un balcone/farsi rilanciare il sacchetto pieno di vetro quando riesce ad arrivare sul balcone/farselo finire dritto sulla testa quando non ci arriva/farsi incocciare dalla polizia o da una macchina qualsiasi o peggio ancora dal proprietario che rientra a casa tardi oppure avere il Fato dalla parte del lagnùso incivile che ti fa ingolfare la macchina, è altamente probabile e la malafiùra (“la figuraccia”) garantita.

Compà, te l’accolli uno Spazzatour?“. Ecco.

Chi vuole intendere intenda!

Chi vuole intendere intenda!

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