Come trovare marito in Sicilia

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La scorsa settimana in Italia era San Faustino, ma in buona parte del mondo era “Il giorno dopo quel disastro di San Valentino” la giornata autodedicatasi di tutti gli spaiati, oggi modernamente chiamati single.

Single imperterriti e convinti, single per scelta degli altri, single che non si ricordano più perché sono single, single che finalmente sono single e single che odiano tutti quelli che non sono single perché pensano di esser single solo loro.

E poi ci sono le zitelle.

Tutta una categoria a parte di signorine che vorrebbero trovare un bravo picciotto, sistemato, graziuso e travagghino (Maria di Trapani docet) con cui metter su famiglia ma che, ohibò, son sfortunate (brutte) e quando sei sfortunata l’unica cosa da fare è quella, andare in chiesa a pregare Sant’Onofrio.

Secondo la leggenda Sant’Onofrio era figlio del re persiano Teodoro ma alla sua nascita un demonio disse che era il frutto di una relazione adultera della regina. Poiché fu sottoposto alla prova del fuoco uscendone indenne, diedero ragione al demonio. Ben presto Onofrio decise di allontanarsi dall’umanità e fare l’eremita nel deserto egiziano vestito solo di un foliage a perizoma, in povertà e intensa religiosità.

A Palermo Sant’Onofrio ha il titolo di nientepopodimeno che patrono secondario e nel 1568 gli fu dedicata una chiesetta, in Via Panneria (la via dei panni, perché una volta era piena di fabbriche che producevano indovinate voi cosa). E’ una chiesa giustamente molto modesta con qualche stucco e qualche pittura dedicate tutte al santo su cui spiccano due opere, un quadro dipinto da Giuseppe Salerno detto “Lo zoppo di Gangi” e una scultura di legno bruttarella opera del “Cieco di Palermo“, tutte raffiguranti Sant’Onofrio detto “Pilusu“, Peloso, per via della lunga barba.

Questa chiesa pare una barzelletta, lo so, eppure Sant’Onofrio tutt’ora viene pregato perché ha il potere di far trovare marito alle zitelle! Una volta ( e forse pure ora ma magari non ve lo dicono) si eseguiva un preciso rito sciamanico per fare arrivare questa benedetta anima gemella. Ogni sera, per nove giorni di seguito, si doveva recitare tra una preghiera e l’altra una filastrocca fatta apposta per chiedere la grazia a Sant’Onofrio , che probabilmente si rovinò quando la prima di queste matte trovò effettivamente qualcuno a cui mettere il cappio. Mentre si recitava la filastrocca si doveva mettere una monetina da due centesimi nella serratura di una porta qualsiasi. Se fosse caduta la richiesta era esaudita!

Sant’Onofrio a quanto pare è miracoloso pure per quelli che hanno perso qualcosa e per gli studenti che devono dare esami, perché con un’altra filastrocca il santo ti fa tornare la memoria! 😀

Seriamente, anche se in Sicilia esistono Facebook e Whatsapp, il computer e la Play Station, per certe cose rimane un luogo ancora arcaico perduto in questo Occidente disincantato dove trovi qualcuno che ha ancora fiducia nella magia.

Anche questo è il suo fascino e se non fa niente di male a nessuno non può diventare la sua condanna. Io non credo a queste cose e nemmeno a tante altre. Quando sento i discorsi di gente laureata e “normale” parlare con tenerezza di certi riti e dire che funzionano, senza nessun fanatismo ma con la fiducia cieca in cose imperscrutabili alla ragione, io con la ragione non riesco a capire come possano convivere in modo così fluido due modus vivendi tanto distanti. Eppure, con il cuore, non riesco nemmeno a disprezzarli, lo accetto e basta e trovo confortante vedere che gli umani non perdono sempre la loro umanità e come riescano a trovare i loro riti rassicuranti, un po’ infantili, talvolta primitivi, a volte personalissimi e altre, come in questo caso, di una tradizione di cui non si conosce più il tempo.

Decidete un po’ voi, io intanto il rito per pregare Sant’Onofrio ve l’ho detto ma vi lascio anche le parole del poeta Kahlil Gibran:

“Non crediate di guidare il corso dell’amore, poiché l’amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso”

Buona fortuna 🙂

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com

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I mercatini di Trapani

Ok, la scrittina “Sono passati 3 mesi dalla pubblicazione di Solstizio d’estate” mi sta perseguitando e comincia a darmi l’angoscia. E’ tempo di essere produttivi, ecco quindi un post che rimando da uno due tre mesi sui mercatini che si fanno a Trapani e che alla fine non sono male da vedere se stai passando da queste parti e c’è troppo vento per andare alle isole. Forse è un post inutile ma a me piace scrivere qua, anche se poi lo leggono quattro gatti.
Vi voglio bene gattuzzi miei.
Mi piace anche andare per i mercatini (ma a chi non piace?) quando posso, con Giovanni davanti al pc che mi dice “Devi prendere qualcosa?” “No…” “E allora perché ci vai?…”.
Tsk, tsk, stakanovista ottimizzatore di tempo (solo quello altrui. Sapeste quanto me ne fa perdere per cercare queste cose)

…dicevo, mi piace andare per mercatini perché non è mai un’uscita inutile, sono luoghi vivi e fantasiosi e una passeggiata là rigenera. Tutta colpa dei venditori che per attirarti alla loro bancarella urlano a una qualunque “Signorinella?!?! Lei è davvero troppo bella!” abbastanza vanitosa o ingenua da sentirsi chiamae. E’ buffo scoprire le nuove rime o sentire per l’ennesima volta quelle vecchie.

Trapani è una città piccola quindi non ci sono chissà quali mercatini imperdibili da elencare (per vostra fortuna sarà un post breve :D), sono giusto due quelli più carini dove starei a perdere le ore: il mercato del pesce e il mercato del giovedì.

Prima di dirvi dove si trovano vorrei ricordarvi una cosa: contrattate! Sopratutto se prendete tanta roba. Per i prodotti freschi come i fiori e il cibo ricordatevi che la mattina c’è più scelta ma a fine mattinata potete benissimo tirare sul prezzo, vincerete facilmente (se non fate troppo i vastasi, ovviamente).

Il mercato del pesce attualmente si tiene in uno dei luoghi meno poetici del centro storico ma vuoi o non vuoi qualche foto bella la tira sempre e poi si trova vicino al porto peschereccio, alla Torre di Ligny e al mare, quindi una combo foto belle + spesa + visita alla Torre + bagnetto non è malvagia. Vicino al mercato ci sono tante bancarelle di frutta e verdura e negozi con prodotti tipici di tonnara e non, dove vi svuoteranno le tasche con prezzi un po’ cari rispetto a quelli del supermercato (ma è anche vero che qualche volta hanno prodotti più particolari non facili da reperire)
Nota per i più arditi: se avete preso un appartamento e avete la possibilità e la volontà di cucinare pesce ricordatevi che 1) Le bancarelle più lontane e grandi, in fondo al tendone, sono dei rivenditori, quelle più modeste che si trovano più avanti da metà tendone in poi sono dei pescatori, in teoria acquistare dai secondi dovrebbe dare più garanzie. 2) Contratta.
Non so perché scrivo questa stupidaggine ma se l’avessi letto da qualche parte l’avrei trovato utile 😀

Il mercato si svolge tutti i giorni della settimana dalle 8.00 alle 13.00 in Via Cristoforo Colombo
Vi lascio qua sotto la mappa per trovarlo partendo dal Granveliero (3 minuti a piedi)

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Il secondo mercato è quello del giovedì, detto anche “Il mercato più conosciuto dai maltesi“.
Oh, ma ce ne fosse uno che non viene già informato sull’esistenza di questo posto.
E’ un grande mercato simile ad un suk arabo, ci puoi trovare abiti, artigianato, tappeti, stoffe, piante, olive e caramelle. Ci ho comprato coperte, ciotole, scampoli di stoffa che a quelle ikea non hanno nulla da invidiare. In realtà è così vivo, strillone e colorato da essere bello da vedere anche se hai un paio d’ore libere e non devi prendere nulla e se non temi di incontrare qualche tua conoscenza (almeno due , tre volte ci si ferma a salutare qualcuno). Non c’è pioggia che faccia desistere gli espositori, se non viene un’Apocalisse d’acqua il mercato “s’ha da fare”. Non viene fatto solo se il giovedì coincide con una festività, allora viene anticipato alla domenica (capito signore maltesi?). Ora inizia il periodo delle feste e quindi al mercato si comincerà a sgomitare (letteralmente), il momento migliore è la mattina presto, prima delle dieci e mezza. Contrattate e tornerete a casa con il sorriso più alto. Valutate voi quando è il caso farlo, per mezzo kg di olive direi di no. Non deve sembrarvi una cosa sconveniente, la Tunisia non è così lontana e non si stupiranno se chiederete di fare cifra tonda.

Anche questo mercato viene allestito vicino al centro storico e si svolge il giovedì dalle 8.30 alle 13.00 al Piazzale Ilio salvo festività e bombe d’acqua. Dal Granveliero potete arrivarci percorrendo la strada di Corso Vittorio Emanuele per godervi l’ombra del centro storico oppure prendere la strada sbrilluccicosa del porto.

From Granveliero to Thursday Market Trapani Sicily

From Granveliero to Thursday Market – Trapani, Sicily

Ok, compiti fatti. Non ce la facevo a partire per due settimane senza scrivere nulla, è una cosa che rimando da troppo tempo e mi intristiva troppo.

Al solito, se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com
Se vuoi dormire al Belveliero (che è proprio sul porto, così vi accorciate il tempo per andare al mercatino del giovedì 😀 ) puoi scrivere a : bebilveliero@gmail.com .
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Solstizio d’estate

Siamo arrivati di nuovo a quel periodo in cui è difficile vivere i giorni (per noi). Ti alzi e ti corichi e dentro la giornata sei riuscita a infilare così tanta roba che tra la mattina e la sera sembra sia passata una settimana.
La famigerata Estate è tornata O_O
Sempre uguale, almeno lei. Gente al mare, città torrida, turisti ustionati, tanti bambini in libertà, Giovanni schizzato con il lavoro 😀 . Eppure non è come quando scrissi “Storia di due amanti in fuga“, quando per me era davvero una fuga e la ricerca della natura, del mare, del trekking che sfinisce, degli spazi aperti, era per far raffreddare il cervello pressato da un’iperattività pensatoria e pipponi esistenziali. Il mio era l’esatto opposto del problema di Alice, che non rifletteva prima di agire, ma lo sconforto e la paralisi erano gli stessi. Capitano anche questi periodi.

Ho scattato queste foto a San Vito Lo Capo, di domenica, il giorno del solstizio d’estate. San Vito è la meta estiva per eccellenza nel lato ovest dell’isola, perché c’è un bel mare azzurro e la sabbia borotalco e il paesino è carino anche se a misura di turista. Da metà maggio tutti cominciano ad andare al mare a San Vito. Intendiamoci, qua non dobbiamo cercare il mare bello con il lanternino ma per alcuni San Vito fa figo. Non so dirvi se sia davvero la spiaggia più bella. Dipende da quello che cerchi. E’ pieno di negozietti tourist chic e ti sa proprio di un luogo da vacanza estiva, gremito di gente rilassata, in ciabatte e copricostume, è davvero pieno così, decisamente non un posto per misantropi. A me a volte piace, di solito no, dipende dall’umore ma sopratutto dal periodo. Vi siete mai domandati perché tutte le foto scattate sulla spiaggia di San Vito sono belle? Perché non c’è un solo essere umano e vedi solo una lunga spiaggia caraibica vuota. Non andateci a Luglio e Agosto, è perlopiù una brodaglia umana.

Quest’anno è un’estate diversa perché qualche mese fa ho scelto. Non ho definito tutto e non so come sarà ma ho cominciato a svuotare il cervello dai pensieri perché quando devi fare ordine in una stanza e riempirla di cose utili e belle, è meglio svuotarla del tutto. Lì per lì ti sembra di aver aumentato il caos e ti viene il panico perché ora che hai uscito tutto devi mettere ordine per forza, la stanza vuota non può stare e qualcosa di buono da conservare ci sarà pure tra quelle che hai messo sottosopra. Ma almeno scegliere ti toglie la paura peggiore, quella di “rassegnarsi a una vita di quieta disperazione” per dirla alla Thoreau, e sbracciarsi non da il tempo di pentirsene.

L’estate quest’anno ha un’anima più leggera anche se è faticosa e qualche volta mi sento un po’ sfigata a guardare le turiste abbronzate con lo chignon scomposto, perfetto come sulle riviste. Ma solo io sembro scappata da casa? Per fortuna dopo tre minuti rientro in modalità formica laboriosa in mezzo alle cicale, a fine stagione da qualche parte si arriverà.

Anche la meta di questo solstizio è un po’ fuori dal coro perché siamo andati a San Vito, ma fuori dal paese, tra le brulle terre che lo circondano. Non c’è nulla, solo una luuuunga spiaggia circondata da sterpaglie bruciate, qualche zabbara qua e là e il Monte Monaco sopra ogni cosa e le nuvole sopra il Monte Monaco. Quando ci vai alle sei del pomeriggio l’aria è ancora calda e sonnolenta e qualcuno torna dal mare in bicicletta. In realtà non tutto il paesaggio è incontaminato e selvatico perché mentre cercavamo di raggiungere la tonnara del Secco ci siamo ritrovati con il bel panorama di una, boh, segheria? dietro ma almeno non c’era nessuno, giusto una specie di faro con la porta smeraldo piantato su uno sperone roccioso e qualche pianta di cappero tormentata dal vento. La segheria non è bella ma il silenzio e la salsedine in faccia sì.

Alla fine l’abbiamo trovata la tonnara vicino San Vito. E’ una costruzione che non finisce mai, con un molo dove si erano radunati bagnanti alternativi e flora ammucchiata a caso. Era l’ultimo giorno del Ciuffi Ciuffi Fest, che ho capito essere un couchsurfing festival, con tanto trekking, arrampicate, snorkeling e biondazzi anglofoni. La tonnara non se la fila nessuno. Una volta si poteva entrare, ora sta crollando e quindi hanno vietato l’accesso. Giovanni quando vede costruzioni abbandonate sente odore di cose vecchie e belle e comincia a sbirciare e io dietro di lui sfidando quelle str…eghe delle zanzare tigri. Non c’è nulla, solo quattro enormi reti abbandonate tra le alghe secche che riescono comunque a mandare in estasi Dolce Metà 😀
Reti grosse e fitte di canapa, abbastanza robuste per tenere la furia di centinaia di tonni accompagnati nella camera della morte. Neanche Ercole, da solo, sarebbe riuscito a tirarle fuori dal mare una volta piene d’acqua eppure si faceva, fino a cinquant’anni fa. Mentre facevo strage di zanzare e Giovanni studiava un piano per prendersi le reti di nessuno, un pescatore incantava due romani con racconti di mattanza. Forse qualche volta ritornano nei luoghi familiari oppure c’è un buon punto, nei dintorni, per pescare qualche pesciolino. Se passando di lì vedete un vecchietto con la canottiera azzurra e la pelle cotta, fermatelo, magari è stato tonnaroto e vi fa passare un’ora diversa.

Alla fine ce ne andiamo, senza reti, inseguendo lo zzzz dell’elettricità che corre nei cavi, perché qua non si sente nient’altro per strada. Si va in paese, nell’ora del tramonto, quando tutti si fanno la doccia dopo essere tornati dal mare e in giro ci sono solo camerieri davanti ai locali, in attesa dell’apertura delle danze, e famiglie sedute fuori, davanti la porta di casa, perché a quest’ora che c’è da fare? Dentro fa caldo, cucinare dà noia e il tempo si deve passare. Qui paesani e turisti convivono come due fiumi paralleli, ci sono i negozi di gioielli in corallo e parei e ristoranti, a volte costosi, e poi ci sono le nonne, che comprano la frutta nelle botteghe e indossano le tappine Inblu, sedute sulle sedie di plastica davanti alla porta.

Bentornata Estate!

San Vito primo giorno d'estate 1 F
San vito 1 giorno d'estate
San vito 2015 21 giugno F
san vito 21 giugno
san vito 2
san vito F
21 giugno 2015 san vito
dentro la tonnara di san vito  F




San vito tonnara 2015
Tonnara di San Vito solstizio d'estate 2015 F
San Vito lo capo primo giorno d'estate F
san vito tonnara 21 giugno 2015 F


Phone cards curtain in San Vito Lo Capo - Sicily

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Fiori di primavera in Sicilia | Aprile

Wild fennel flowers in Sicily

Qualche giorno fa un signore ci fece notare che la gente crede che la Sicilia sia secca e gialla ma che questo accade perché vengono in vacanza qui a luglio o agosto e quando vengono in Aprile si stupiscono dei colori delle nostre campagne. La Sicilia non è affatto brulla! e ora che la bella stagione sembra aver definitivamente e repentinamente ingranato (da 15°C a 27°C in una settimana, che scherziamo? Fortuna che non ho mai completato l’ultimo cambio di stagione, quindi ho ancora roba a maniche corte in giro. Non è essere disordinati, è essere istintivamente pronti a tutte le evenienze) ci possiamo fare qualche passeggiata e presentare le prove.

Sulla flowers in Sicily

Sulla flowers in Sicily
I campi per adesso sono pieni di Sulla, ovvero Fiori fucsia per mucche contente.
E’ una pianta spontanea qui in Sicilia ma a volte viene appositamente seminata nelle terre destinate al pascolo e in questo mese d’Aprile ci sono interi tappeti rosa. È una pianta apprezzata da mucche e api. Si può anche mangiare nelle insalate e nelle frittate, sia le foglie che i fiori, ma non saprei dirvi che sapore abbia, l’ho letto mentre cercavo il nome esatto. Se non siete per le insalate new age potete sempre metterle in un vasetto con l’acqua, durano tanto.

Acetosella gialla, che prima conoscevo semplicemente come il fiore dallo stelo al sapor di limone. Sempre facendo ricerche su internet l’ho trovata sotto la dicitura ‘infestante’, perché sull’isola ce n’è davvero tanta, ma è così carina con i suoi fiori giallo limone che mi sembra poco gentile definirla così. Anche questa viene usata nelle insalate ma potete anche prenderne uno e spremerne lo stelo tra i denti, ha un leggero sapore aspro. Fatelo solo con quelli che raccogliete in aperta campagna, sarà meno probabile che un cane ci abbia fatto la pipì sopra. Mangiatene poco perché gli ossalati che contiene fanno male ai reni quando in eccesso. Credo sia l’erbaccia più tipica e carina della Sicilia.

Gladiolo selvatico in Sicilia
Gladiolo selvatico, io e la Poetessa lo scorso anno ne abbiamo raccolto una caterva passeggiando per i campi mentre le Nespule ci cercavano soli, tristi e sconsolati. Hanno fiori fucsia-violetto e abbiamo provato a piantarle, sono semplici ma eleganti. Non lasciateli sotto il sole dopo raccolti, muoiono subito (abbiamo perso metà del raccolto così). E ovviamente non sono riuscita a farli attecchire in vaso.

Sicilian broom Ginestra in Sicilia

La ginestra, quel fiore tanto amato da tua madre, ragion per cui tuo padre non esitava a fermarsi nelle piazzole di sosta sulla A29 (Palermo-Mazara del Vallo-Trapani) per tagliarne fascioni interi. Ecco che ricordo (molto vecchio) ho di questi arbusti dai fiori gialli.
– Ricordo numero 2: hanno un fusto terribilmente tenace quindi devi avere un coltello dietro per poterli tagliare, non per niente la loro fibra veniva usata per fare cordami.
– Ricordo numero 3: profumano e piacciono alle api (cosa scoperta mentre papà imperturbabile le raccoglieva).
– Ricordo numero 4: Sono molto resistenti e poco esigenti ma possono beccarsi gli afidi (cosa scoperta dopo aver abbracciato con entusiasmo il fascione per portarlo alla mamma).
– Ricordo numero 5: alla mamma erano piaciuti proprio tanto.
– Ricordo numero 6: Quella sera davano in tv l’orrida versione hollywoodiana de ‘La casa degli spiriti‘.


Le margherite puzzolenti e quelle (forse) da camomilla. Mi sono sempre piaciute le margherite di campo ma mi sono sempre rifiutata di metterle a tavola e averle a venti cm dal naso, visto che, insieme ai gigli, sono i fiori più puzzolenti con cui abbia mai avuto a che fare. Quelle piccoline bianche, che ricoprono i prati rimanendo basse basse sono molto più simpatiche, quando le vedo mi ricordano i fiorellini stampati sulla carta igienica profumata Camomilla 😀 che mi compravano quand’ero piccola.

Poppies in Sicily

I papaveri. Ormai ne vedo solo qualche esemplare isolato in campagna, ma quando io e i miei fratelli eravamo piccoli, mia madre ci portava a vedere intere macchie rosse nei quadrati di terra incolti, tra i palazzi della periferia di Trapani. Ora come allora mi dispiace la loro delicatezza e fragilità, ragion per cui non si possono raccogliere per metterli in un vasetto a casa per rallegrare il tavolo.

Wild fennel flowers in Sicily
Finocchio selvatico per trovare il nome di questa pianta ho faticato ma le campagne ne sono zeppe, queste qua le ho fotografate a Segesta, vicino al tempio. E’ una pianta selvatica simpatica, che fa parte delle Ombrellifere per via delle cupole floreali gialle. A quanto pare il finocchio serve a tutto, ma io direi che l’uso più importante del finocchio selvatico sia nella pasta con le sarde (non questi ad alberello ipertrofico, i rametti piccoli e tenerelli) e vabbè poi serve pure per il mal di pancia, per il vomito, per il fegato, i semi servono per condire l’impasto della salsiccia che si fa solo qui in Sicilia e a quanto pare possono avere effetti allucinogeni O_O


Cardo versione giallo oro e versione viola, verso la fine di Aprile, quando comincia a fare davvero caldo, li trovate ovunque. Qui sono praticamente infestanti ma le distese di spine e fiori viola sono carine se non ci devi passare vicino (o con un gregge) e non so perché tutte le volte mi fanno pensare a Lady Gaga. E’ anche il fiore che ricorda il pastore siciliano Dafni, figlio del dio Hermes e di una ninfa, bellissimo come tutti i pastori della mitologia greca di cui si sono persi i geni nei pastori odierni; alla sua morte (fu vittima di un delitto passionale per mano di una ninfa tradita) la Terra, per il gran dolore, fece nascere il cardo.

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Iris selvatico è uno dei fiori spontanei più eleganti e nascosti nei campi, sono piccoli piccoli. Ho scoperto che il suo nome in greco vuol dire arcobaleno e a me basta 🙂 (se per caso vi trovate una zappetta in tasca potete provare a tirar fuori il bulbo e ripiantarlo in casa, altrimenti lasciatelo dove sta, è un peccato perderlo così)

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Il fiore del Mistero nel senso che non so che fiore sia ma mi piaceva l’idea di fargli una foto così dall’alto, come tanti piccoli soli

Questi sono i fiori che ho visto in queste scampagnate di Aprile, io ho una fissa per le foto floreali e quindi DOVEVO scriverci un post. Durante le passeggiate sono quella che resta sempre indietro e mi prendono puntualmente in giro per questo ma mi piace raccogliere testimonianze della loro effimera bellezza. Quando rivedo queste foto è come quando piccoli momenti gioiosi ti vengono in mente per un attimo, non ti faranno felice né ti risolveranno i problemi però cinque minuti di bellezza al giorno non cadono mai nel vuoto.

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Di arrustuta e giardini segreti

Easter Monday at Valderice

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Qua ormai ogni post ha la premessa standard: non ho tempo e sono in ritardo pure sul ritardo. Le foto ogni giorno diventano sempre di più e non finirò mai di smistarle fin quando avrò questi ritmi da bradipo anche perché tendo a rimandare, vista la crescita vertiginosa delle cartellette sul desktop che mi terrorizza. Ma perché faccio così tante foto? Perché? Comunque, presa dalla smania delle pulizie di primavera ho messo mano a queste benedette cartelle, ne ho smistate un centesimo e ho trovato le foto che troverete in fondo al post. Stranamente non sono di sette mesi fa ma solo di otto giorni, ovvero le ho scattate il giorno di Pasquetta.
Il giorno di Pasquetta in Sicilia non è il Giorno dell’Angelo, e nemmeno quello in cui vai ai musei aperti in via eccezionale. E’ il primo giorno di una serie di “arrustute” ovvero compri tanta salsiccia, tanta pancetta, da alcune parti anche agnello, i carciofi e la carbonella (e anche la diavolina per accendere la carbonella, mi raccomando), ti incontri alle 10 di mattina con un gruppo di amici e si va a fare una mangiata in campagna da qualcuno che generosamente ha dato la disponibilità. Tutto il cibo viene rigorosamente arrostito. In merito a questa occasione mondana sicula ho già scritto un post a parte e ve lo pubblicherò appena troverò la cartellina con le foto 😛
Insomma è successo che quest’anno, complice una pre-Pasqua turbolenta, Giovanni impegnato con i corsi di cucina, altri impegnati a portare i Misteri nel Venerdì Santo, le fidanzate a dare supporto ai portatori dei Misteri (oh durano 24 ore e pesano quintali, qualcuno che ti mette la pezzetta fresca sulla fronte e testimoni la grande fatica per i posteri serve sempre) nessuno aveva organizzato nulla, niente spesa, niente raccolta soldi, niente campagna…niente mangiata??? NUUOOOOOOOOOOOOOOO, IMPOSSIBILE!!!

Giammai intenzionati a rinunciare ad una arrustuta di carne, ci siamo spinti a fare quello che, almeno io, non facevo dai tempi del liceo. Ci siamo imbucati in un’altra mangiata! Però giuro che non volevamo. La sorella di un nostro amico ci aveva invitato ad una arrustuta a cui era a sua volta invitata…dall’amica di uno dei tizi legittimamente presente alla festa. Insomma noi là non conoscevamo nessuno, ma che importava? Ci serviva giusto una fornacella dove arrostire la carne, un tavolo e un bagno. Abbiamo raccolto i soldi, due bravi salvatori sono andati a fare la spesa e poi via, a cercare questo posto, che si trova a Valderice!
Valderice è a soli 8 km da Trapani. E’ un paese che una volta si chiamava, non so perché, Paparedda (Paperella, giuro) 😀 . Si trova immerso tra le colline, ma in realtà il comune comprende anche una buona fascia costiera e già dalla fine della primavera comincia ad accogliere tanti trapanesi in fuga dalla “caotica città” (manco vivessero a Roma).

Arrivati a Paparedda abbiamo cominciato a cercare la casa, che si trova al di là di un cancello nascosto alla fine di una straduzza minuscola. Ecco che cosa abbiamo trovato

Old villa at Valderice , Trapani - Sicily

O_O ma esattamente gli amici di Marzia che genere di amici hanno???” si chiesero gli Imbucati…per fortuna non i proprietari di questa “villetta” ma di una accanto.
Occhio che parte il secondo spiegone: Valderice è famosa per i bagli (chiamasi baglio un’antica abitazione che si sviluppava intorno ad un cortile e che comprendeva le stanze, le stalle e anche le cantine, perché erano abitate da famiglie gigantesche di contadini benestanti ed erano circondate dalle terre coltivate del padrone). E’ famosa pure per le ville nobiliari. Noi eravamo finiti davanti (solo davanti) ad una di queste, in cima ad una collina, da cui si vede la baia di Cornino e Monte Cofano. Solo davanti dicevo, in una villetta accanto, perché mantenere una villa del genere, con il giardino che vedete nelle foto qua sotto, costa e a poco a poco il terreno deve essere stato venduto a pezzettini, per questo intorno alla villa sorgono case e palazzi ( lo avete visto il palazzo grigio là dietro?) che non c’entrano niente. Qualcosa per fortuna è rimasto, vuoi che io e Poetessa non andassimo a farci una passeggiata con tanto di foto sul Monte Cofano, il gelsomino giallo e una svenevole fanciulla di pietra tra i glicini??? 🙂
A proposito, purtroppo nessuna delle ville di Valderice è aperta al pubblico ma alcuni bagli sì, quindi se vi dovesse capitare l’occasione andateci. A Valderice però , nella zona collinare, c’è una bella pineta dove passeggiare e raccogliere ciclamini selvatici e il teatro San Barnaba (che poi funge anche da cinema) , aperto solo in estate perché è un teatro all’aperto ricavato in una ex cava di tufo, sai che bello sotto le stelle? Per fare qualcosa di diverso nelle sere afose d’agosto 🙂


Garden of old villa at Valderice
Monte Cofano view from an old villa at Valderice

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Musica siciliana per una passeggiata di domenica

Oggi post en passant della domenica (e terminato lunedì), ancora più frivolo del solito ma che ci sta tutto. Le ultime settimane sono state di fuoco e di sclero perché i progetti e le priorità cambiano e fare reset e infilarsi in altri schemi non è semplice, di sicuro non hai tempo di farti venire l’abbiocco. Bando alle ciance oggi ho deciso di cavarmela con poco e vi ho fatto una playlist della domenica, rigorosamente made in Sicily e senza infilarci Carmen Consoli (lo so che avevate già pensato a lei ma me la cavo con poco, mica cu’ nnente…tiè)

Sono canzoni per un primo giorno della settimana, perché è quello in cui rinasci, quando ti alzi tardi e con calma, fai colazione in mezz’ora e alle dieci lo zito ti guarda in faccia e ti chiede “Dove andiamo?” e partite tardissimo e non arrivate a fare tutto ma per fortuna non c’è un tutto da fare entro domenica.

Questa è una playlist per gli stati d’animo nelle diverse ore della domenica, almeno quelli miei, sono quasi tutte canzoni di ragazzi siciliani poco conosciuti o non conosciuti tanto quanto. Ci sono anche piccole perline di produzione indipendente con video “fatti in casa”, girati in siciliani luoghi segreti (agli altri).

1. Passi lenti appassionati – Akkura

Perché i passi di domenica sono proprio così, lenti e appassionati, a suon di tromba, trombone e percussioni, la mattina appena svegliati senza traumi.

“Il sole non muore, seguimi a passi lenti e poi… se vuole il sole, ho scarpe nere appassionate a te.
Oggi non ho fretta e spero di incontrarti ancora, ho parlato a mio fratello, il capitano, per andare in barca a vela sul Kilimangiaro se non piove”

2. Piove di Domenica – Iodasola

Voi non lo sapete ma quest’anno ha piovuto tanto, tanto, tantissimo e anche quando non pioveva si riservava di farlo… di domenica, giusto giusto quando io posso uscire e ricaricarmi. Ho trovato questa canzone in un’ennesima domenica di pioggia e anche se non sono uscita (perché qua non si esce se piove, per principio e abbassamento critico della melatonina in gente non abituata) non ero triste, sarà stata la musichetta sotto…

3. Let me be – WAINES

Perché ok le cose con calma, ma bisogna riattivare il metabolismo, pensare a dove andare e cominciare a vestirsi. Dei WAINES è troppo buffa la storia del loro nome. Dopo i concerti andavano a prendersi la pizzetta da Benny, che definiva tutti i suoi prodotti Namber Waine 😀 Hanno deciso di chiamarsi così in suo onore, al plurale e tutto maiuscolo perché la loro musica deve essere sentita a volume alto! La Pizzetteria di Benny Namber Waine (che forse oggi si chiama Pizzeria Goethe) si trova dietro il tribunale, in via S. Lo Forte (a Palermo) e dicono che le sue pizzette siano veramente buone (mi riservo di testare prima o poi, una domenica qualsiasi).

4. A Erice – Jaka

Poi arriva il momento della scelta, oggi si va là (o lì o ululì) e non si prende l’autostrada, prendiamo una panoramica statale!!! Perché è romantico, pure se ha piovuto a dirotto e hanno chiuso la strada inserendoti in un circuito delirante di straduzze dove il cellulare muore e cartelli arruginiti in mezzo alle campagne dell’entroterra. Devi fare per forza una ricarica di reggae trapanese D.O.C. Fidatevi quello di questa canzone è un reggae anche per non addicted e in un dialetto quasi comprensibile. Il video è un’ondata di tenerezza e allegria, girato tra il quartiere Trentapiedi a Trapani, dove c’era la mia scuola elementare e le viuzze (assolate, per fortuna) di Erice 🙂

5. FolkRockaBoom – Pan del Diavolo

Scoperti da poco, sono un duo folk (sì, folk) palermitano. Questa canzone è per quando ormai vaghi da un paio d’ore per le stradine deserte tra campi e paesini che ancora portano le profonde ferite di terremoti di 50 anni fa e ti viene una malinconia silenziosa. Non essere circondati da traffico e vedere tutti i mutamenti nuvolini del cielo invita alla riflessione e porta un torpore languido e straniante. A proposito di paesini terremotati, il video è stato girato a Poggioreale, un paese completamente distrutto nel ’68 e abbandonato. Per una gita diversa.

“Vivi ogni giorno di passioni, sulle tue spalle tutto il peso del mondo. Io mi difendo da solo e aspetto che passi il mio nemico a galla e con lo sguardo spento. Se ci credi a volte capita”

6. Involontariamente – Roberta Prestigiacomo

“Quest’apparente cosa che non va, ti osserva mentre ridi dei tuoi pregi. Indossa la tua stessa vanità e con o senza te si regge in piedi. Stavolta hai deciso di prenderla così, vuoi riscoprire le piccole cose. Cosa c’è di meglio di così? Tutto il resto potrai farlo aspettare…e involontariamente speri che oggi sia meglio di ieri”

Perché dopo un giro di pensieri la situazione magari è ancora malinconica ma tende all’ottimismo. Le passeggiate senza meta sortiscono l’effetto di metterti in pace con te e i tuoi buoni propositi. Lei è Roberta Prestigiacomo ed è un talento trapanese che ho avuto il piacere di sentire più volte senza bisogno di sgomitare (nel senso che ci conosciamo non che abbia due fans, può avere mai due fans una che canta canzoni così belle? Continuare ad ascoltare per credere :D). Questa è la canzoncina entrata in testa in modalità ad libitum

7. Non sostare (senza di te) – La rappresentante di lista

Ho conosciuto questo gruppo per caso, credo facessero parte del collettivo che teneva in vita, letteralmente, il Teatro Garibaldi, vicino Piazza Magione, a Palermo. Un teatro completamente ristrutturato ma non più aperto al pubblico che un bel giorno fu occupato, anzi oKKupato, da artisti per fargli fare quello che doveva fare, il Teatro, aperto a tutti e con spettacoli veri, corsi di ballo, musica e recitazione. Iniziativa bellissima andata in fumo perché qua alla gente (alcuni tipi, spesso chi può dare certi permessi, chi vuol capire capisca) le cose belle non piacciono. I testi di questi ragazzi a volte sono surreali e confesso di non capirli sempre ma il sound attecchisce e loro sono teneri. Questa canzone ha un testo striminzito e umano ma il “Lo farò! Lo Farò! Lo FARO’!” dà molta carica e convinzione (per le riflessioni di cui sopra)

8. Aquilarco #8 (Aria) – Giovanni Sollima

Presa dalla colonna sonora dei “Cento Passi”, il film su Peppino Impastato, che prima non conosceva nessuno e ora conoscono tutti (purtroppo molti lo “conoscono” solo per sentirsi “avanti”). Questo pezzo mi piace perché il violoncello sembra allucinogeno e onirico. Mi fa venire in mente le passeggiate lunghissime che facevo da piccola al mare, a Marausa, in agosto alle due del pomeriggio. E’ una spiaggia lunghissima che si spopola per il caldo torrido e allucinante e diventa un deserto con l’orizzonte sormontato dalle ondine di aria rovente a cui si sopravvive solo passeggiando con i piedi in acqua.

9. Alone and Alive – Fabrizio Cammarata & The Second Grace

Anche qua una canzone un po’ malinconica ma ormai si è arrivati a dopo pranzo e la domenica sa sempre meno di domenica e sempre più di sta iniziando la settimana nuova. Il video nasconde perle palermitane, compaiono ben due palazzi nobiliari in cui, se vi capita di passeggiare da quelle parti, dovete entrare, anche per farvi un’idea di come vanno le cose a Palermo. Sono messi male, retti da ponteggi, hanno coorti bellissime piene di macchine e motorini bruttissimi. Sono nel centro storico e da fuori non gli daresti un centesimo, ammesso di accorgetene. Uno è il Palazzo Cattolica, classe ‘700, in via Alessandro Paternostro, la stessa dell’Antica Focacceria San Francesco, sono vicinissimi. Se c’è il portiere trovate il portone aperto, infilatevi e salite le scale, senza la paura dei ponteggi. Trovato per caso, un giorno ci farò un post a parte già in cantiere. Le avete viste le scale a onde, nel video? Anche quelle trovate per caso, sono nel Palazzo dei Principi Filangieri di Cutò, coetaneo del primo, si trova in Via Maqueda al numero 26. Buona passeggiata 🙂

10. Il principe azzurro – Iotatola

La signorina della Traccia 2. prima faceva parte di questo duo. Anche questa è una canzoncina che ti entra nella testa. Il video è pure particolare, un’infografica sul pupo tarlato di Orlando, qui preso come emblema del Principe Azzurro.

“Il padre dei miei figli, l’ennesimo, una femmina e un maschio il matrimonio perfetto. A Natale dai miei a Capodanno dai tuoi, una favola antica che sognavo da una vita. Piango, mi tormento, sono disperata, mi arrabbio. Piango con sgomento, sono disperata, mi strazio, ma poi penso… che non me ne frega”

11. Flowers Blossom – Thony

Volevo scrivere un post di questo tipo da tanto tempo anche solo per condividere con voi la scoperta di questa cantante palermitana bravissima e diventata famosa (beh famosa…famosina diciamo) per aver recitato e composto la colonna sonora del film “Tutti i Santi Giorni”. Questa è la canzone per la fine del pomeriggio, mentre si torna in macchina insieme stanchi ma contenti, al tramonto, e il tragitto sembra diverso da quello di prima e sei contento in fondo di ritornare a casa, girovagare senza meta sempre alla fine stanca. Sia il film che l’album Birds sono delicati e teneri e valgono la pena, lo giuro 🙂

“So follow my light, my dear. My love against your sorrow will heal all of your scares, I swear.”

12. Satellite – Colapesce

Lei la conoscete sicuro perché è Meg (una volta militava nei 99 Posse), lui non so se lo conoscete. Satellite mi piace perché sa proprio di ritorno dal mare prima della sera, del languore e della stanchezza quando si torna verso le sette. Ancora c’è una luce calda che entra dagli scuri semiaperti e in casa si vede che non c’è stato nessuno tutto il giorno e ti accoglie silenziosa come di mattina presto ma con dolcezza come nelle sere d’estate.

13. S’iddu moru – Laura Lala Sade Mangiaracina

Il testo è un mix di un verso di un’aria di Cavalleria Rusticana, in dialetto e la canzone popolare siciliana “Abballati, abballati” (Ballate). Mi ricorda di quando una volta davo lezioni di siciliano al mio amico romano Fabio e lo misi alla prova con questa canzone “Ok allora, io ho capito questo : Ballate, ballate, che se non ballate bene, non vi canto e non vi suono…ma io non capisco, ma questo Moro chi è? che c’entra?” e niente Fabiù, che c’entra? “E s’iddu moru” vuol dire “E se io muoio”… XD

“E s’iddu moru e vaiu in ‘mparadisu, ci rici ‘ca s’un ti cci trovo, mi votu e m’innivaiu”

14. Nowhere – Omosumo

A Palermo i componenti dei gruppi si rimescolano, sperimentano e creano sounds nuovi. Fu così che uno dei WAINES (sì, traccia 3.) finì a fare l’Omosumo e a dedicarsi alla musica electro-pop. Per quando la città si riaccende di luci, domani si torna al lavoro ma ci si spara le ultime cartucce di energia in un locale e dallo scintillio dei tramonti si passa a quello dei neon palermitani. Oppure per un’alba del lunedì.

15. Soltanto Noi – Roberta Prestigiacomo

Il testo è scritto da una Poetessa . L’ho messa perché mi piace finire così la giornata con Giovanni.

Ok, ho finito la domenica sicula, vi do un bacetto sulla fronte, un abbraccio, che dopo il riposo mi prende bene e un immaginario cd con la playlist e l’elenco scritto con il pennarello nero sopra, passate tante buone domeniche dal sapor siculo 🙂

Ecco qui tutti i siti dei miei collaboratori di post: Akkura, WAINES, Jaka, Pan del Diavolo, Roberta Prestigiacomo, La Rappresentante di lista, Giovanni Sollima, Fabrizio Cammarata & The Second Grace, Thony, Laura Lala Sade Mangiaracina, Omosumo.

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com
Se vuoi dormire al Belveliero puoi scrivere a : bebilveliero@gmail.com .
Se preferisci il Granveliero per fare i corsi di cucina scrivete a granveliero@gmail.com (aggiungi la parola d’ordine FIORE (avrai uno sconto) nella email! 😉 )

Fior di Sale

Finalmente il mio Fior di Sale è arrivato!

Grazie a conoscenze di conoscenze, ovvero io sono la ragazza di Giovanni, Giovanni è amico di Marruggio, Marruggio è il Signore della Salina Calcara (di cui vi avevo parlato anche QUA), che poi alla fine conosco pure io perché si esce insieme, sono riuscita ad aver gratis l’ultimo sacchetto di questo sale.
Voi direte “Eh capirai, quanto può costare un Kg di sale?“. Quello normale poco, quasi niente, il Fior di Sale assai assai.

Io fino all’estate scorsa non avevo idea di cosa fosse il Fior di Sale e conoscere il proprietario di una salina può anche avere dei risvolti romantici. Quando la sera non c’è nessun turista in salina e si organizzano mangiate tra amici (in estate, perché in inverno in mezzo alle campagne e con mille turbinii ventosi si gela) può capitare che lo zito ti inviti a fare una passeggiata romantica e silenziosa vicino alle vasche, al chiaro di luna.

Nelle notti senza luna le saline sono immerse nel buio, si vedono solo le luci della lontana città vicina, al di là del mare, perché a Trapani il porto e le saline si guardano a vicenda sopra un piccolo orizzonte d’acqua. Se non fosse per la nuvola di luce urbana potresti anche vedere le stelle e la Via Lattea e risolveresti il problema del camminare tra le vasche al buio rischiando di finirci dentro, perché quello della Via Lattea, non so se lo sapete, è uno spettacolo che ti inchioda.

Ma quando la luna piena c’è e vedi quello che hai intorno, una passeggiata senza stelle in una sera di fine Agosto val la pena farla, perché le stelle te le ritrovi tra le vasche. Tra Agosto e Settembre il sole picchia forte da queste parti e l’acqua delle vasche comincia ad asciugarsi. Il primo sale che affiora è un’isoletta pura ancora circondata da tanta acqua e abbastanza pulita perché le impurità sedimentano sul fondo. Prende la forma di tante piccole ninfee cristalline che brillano alla luce tenue della luna, il fior di sale appunto. In verità non so se si chiama così perché qualcuno ha pensato alle ninfee o perché è uno dei sali più pregiati in assoluto.

E’ un sale grezzo ma già abbastanza fine, pur non essendo lavorato. Viene raccolto a mano dai salinai, come si faceva anticamente, quando si cristallizza sulla superficie delle vasche per l’azione combinata del sole e del vento, per questo è un prodotto di Presidio Slow Food. Non ha additivi né conservanti e contiene un mix di sali minerali più variegato rispetto al sale normale oltre che una quantità di cloruro di sodio inferiore, per cui non copre troppo il sapore dei cibi. Questo che ho qui è bianco-argenteo, umido e abbastanza friabile al tatto.

Non usatelo per cuocerci la pasta, come sta facendo una signora di mia conoscenza perché non è andata al supermercato a comprare quello normale, ma centellinatelo per preparazioni più pregiate e anche un po’ insolite. Io per esempio me lo sono fatta dare per creare dei biscotti. Sì, dei biscotti al Fior di Sale, cercavo un’alternativa bio ma particolare ai soliti biscotti del panificio, per le colazioni ai B&B di Giovanni e ho fatto l’esperimento. Volevo qualcosa di tipico ma non banale (più tipico del sale a Trapani non c’è niente ma propinarlo così solo solo la mattina presto, insomma… 😛 ) quindi ho usato la ricetta di Sigrid Verbert presente sul suo bellissimo libro “Regali golosi” (il foodblog di Sigrid è Cavoletto di Bruxelles, una recente scoperta molto bella), eccola qui:

Biscotti Fior di Sale (Tempo Stimato: 2 ore tra impasto, riposo e cottura)

• 250 gr di farina 00
• 125 gr di burro
• 125 gr di zucchero
• 10 gr di zucchero vanigliato (io ho usato direttamente 2 gr di vanillina)
• 1 uovo
• 1/2 cucchiaino di Fior di Sale

Procedimento:
Setacciate la farina e mescolate insieme a zucchero, vanillina e sale. Aggiungere il burro freddo a cubetti e cominciate ad impastare sbriciolando gli ingredienti e facendo assorbire il più possibile in burro. Fate la fontanella su un ripiano, aggiungete l’uovo e impastate fino alla completa amalgama, formate una palla, coprite con la pellicola e fatela riposare in frigo per un’ora.
Dopo tirate fuori l’impasto, stendetelo su una superficie leggermente infarinata fino ad uno spessore di 4 mm circa e cominciate a tagliare le forme che preferite mentre il forno scalda a 160°C. Disponete su una teglia coperta con carta forno e cuocete per 13 minuti (10 se li volete chiari)

Vengono tra i 35 e i 40 biscotti e sono superbuoni, 3 euro per tutti gli ingredienti e sono stati già spazzati via. Si vedono i cristallini di sale sulla superficie, sono molto “vanillosi” ma con quel granello di sale ben distinto che non guasta. Particolari!

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Fumetto-post: ‘Quando la neve arriva in Sicilia’, sulla follia natalizia, la neve feticcio e il concetto siciliano di abbigliamento tecnico

Oggi esordisce un tipo di post un po’ diverso, piccolo e fumettoso, se non posso dare sfogo alla mia usuale logorrea almeno vi mollo questa chicchina grafica piccina picciò, così il post diventa ancora più veloce da leggere e, spero, più carino. Non l’ho disegnato io ma è una produzione veloce di Palzaz.

Questo mini post è frutto di una Annunciazione di due giorni fa che voglio condividere velocemente con voi, anche perché devo ancora smaltire le tonnellate di burro e uova mandate giù in questi 5 giorni e che mi ammorbano il neurone, quindi di più non riesco a produrre.

E’ stato un Natale caldo, letteralmente, 18°C (vi faccio presente che Natale arriva verso la fine di Dicembre e che la Sicilia è sull’emisfero boreale, un bel po’ sopra l’Equatore), io spignattavo a maniche corte e riuscivo a ricordarmi del Natale grazie agli effetti postumi sul mio buon gusto dell’infanzia a base di Mamma ho perso l’aereo, che ogni anno rimbalza indietro e viene rigurgitata sotto forma di: albero + tre tonnellate di decorazioni in perfetto Macy’s style, presepe + pietre vere + rami di cipresso + tutti gli insetti che stavano sotto le pietre e tra i rami di cipresso, alberi e mini presepi supplementari sparsi ovunque, luci, presine + grembiule a tema, candele…e poi, per non tediarvi oltre, passo ai miei preferiti, i fiocchi di neve di carta, quelli ritagliati a mano e che mia nipote fa vedere ai compagni quando passa con lo scuolabus per recarsi in palestra (da noi a Trapani buona parte delle scuole non ha la palestra e i bambini/ragazzi vengono dislocati in palestre comunali fatiscenti. Una sola a dire il vero, ma vabbé…).
Comunque come stavo dicendo Trapani è una località di mare, anche qui fa freddo due mesi l’anno ma mentre noi moriamo con dodici gradi e vento fridduso che ti taglia la faccia a 40 nodi, i turisti ci sghignazzano dietro e sfottono, perché da loro sì che fa freddo e magari arriva pure la neve.

Ecco, la neve, il vero feticcio dei trapanesi e di tutti i siciliani che vivono sulla costa. Ma chi l’ha mai vista la neve? Qui piove, spesso c’è vento e fa freddo e non piace a nessuno un inverno così, insomma almeno facesse freddo e venisse la neve! Per poterci giocare. Perché è molto romantica, come nei film americani. Perché le scuole chiuderebbero e questo sarebbe ancora più romantico. Ecco perché ieri, mentre si passava la classica serata mondana natalizia dei siciliani e si giocava all’asso che corre in 20, quando la Poetessa mi disse ‘Sul meteo è scritto che nei prossimi giorni nevicherà ad Erice!‘ il mio cuore rispose con un EVVIVAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Erice è la montagna che sovrasta Trapani. Alta 751 metri, per poco riesce ad essere elevata al rango di monte e su di essa i trapanesi scaricano tutte le aspettative scaricabili su una montagna, neve compresa, che però non c’è mai quasi mai.
Ricordo però di una nevicata, tanti anni fa, nel vecchio millennio, e ricordo che tutti quella volta salirono ad Erice, fin dove si poteva senza le catene, perché qui non le ha nessuno. Ricordo di un fazzoletto di neve 4 metri x 4 metri preso d’assalto da una sessantina di persone, tutte a contendersi il fango e quella magica acquetta cristallina per fare cento pupazzi sbilenchi di colore incerto (in realtà abbozzi pseudoantropomorfi ma ci manca l’allenamento). Sono passati 16 anni, o forse 15 o 13, qua mi stanno facendo venire i dubbi, e ancora se ne parla, i bambini si erano messi due paia di pantaloni per affrontare il Grande Freddo e dopo allora solo pochi piccoli episodi nevischiosi ben lontani da quella storica gloria nevosa durata ben due giorni! Forse voi sfottete ma per noi la neve è una cosa bellissima e romanticissima quindi godetevi il primo fumetto del blog, “Quando la neve arriva in Sicilia“.

Quando la neve arriva in Sicilia

Quando la neve arriva in Sicilia

Poiché la rivelazione “Neve a Erice” è stata fatta dalla Poetessa ecco qui il suo blog: gabriellafigliomeni.blogspot.it
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Se vuoi dormire al Belveliero e beccare la neve a sorpresa puoi scrivere a : bebilveliero@gmail.com (aggiungi la parola d’ordine FIORE nella email! 😉

Le stranezze dei siciliani a tavola

Questa foto è troppo bella e l'ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui "Se hai un problema aggiungi olio"  cucinamilitante.wordpress.com

Questa foto è troppo bella e l’ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui “Se hai un problema aggiungi olio” cucinamilitante.wordpress.com

“ENGLISH” VERSION PART ONE & PART TWO

Fonte ispiratrice di questo post è stata la Signora Mamma, che un bel giorno si mise a raddrizzare il pane messo sottosopra con un fremito di contrarietà maniacale degna del detective Monk quando vede i bottoni allacciati storti : ‘Questo non si mette rovesciato, il pane si mette dritto!
‘E perché?’
‘Perché sì!!!’
Che risposta è? Una risposta molto siciliana direi, non c’è una spiegazione, si fa così da tempo immemore e tu sciocco che chiedi, così fan tutti, è un mistero il perché ma chiedere non si fa.
A quella volta succedettero altre “raddrizzate” inspiegate e quando ne scoprii casualmente il motivo cominciai ad attenzionare tutte le stranezze sicule intorno a me, che quando mi metto a tavola mangio e siedo irradiata di beata ignoranza.

1. Il pane non si mette sottosopra. Perché è il corpo di Cristo. Non perché inspiegabilmente così non si fa, tutti lo sanno e anche tu devi saperlo anche se non sai perché. E nemmeno perché altrimenti cadono tutti i semini, come provò a glissare una volta la Signora Mamma (da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra).

2. Non si butta via niente. Visto che da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra e, o lo metti dritto o lo metti sottosopra, financo tu lo metta in bilico sul bordo del tavolo, ti ritrovi la tovaglia piena di semi e visto che i grissini sono sciccheria da ristorante, visto che un siciliano ha 23 ore su 24 in testa il cibo, visto che il tempo se lo deve passare mentre attende le portate, anche quando i grissini ci sono, visto che non si butta via niente, tutti, immancabilmente, come se avessero un tic, umettano la punta del dito indice e cominciano a puntarlo sui semini sparsi e a mangiarli, come degli uccellini smaniosi. Annuiscono, parlano a denti stretti e pic pic pic, si attaccano i semini al dito e se li portano tra i denti, sistema che consente anche la riumettatura automatica del polpastrello, come nei timbri autoinchiostranti.

3.Il pane a tavola c’è sempre. Con una portata o con dieci, perché come diceva mio padre ‘Ingrassate perché mangiate troppo e mangiate troppo perché mangiate senza pane. Il pane vi fa saziare, così mangiate meno e dimagrite’ (!!!!!!!!!!!). Se avete la panza sapete perché.

4. Ma non c’è mai l’acqua calda a tavola. Ci deve essere sempre l’acqua fredda in inverno, con i cubetti di ghiaccio in estate. L’espressione “temperatura ambiente” viene usata solo dai giardinieri.

5. Se non è fritto probabilmente fa male. La roba arrostita è ammessa solo nelle grandi mangiate in campagna o in terrazza o in balcone o nelle strade tra due isolati recintate dalle macchine. Una parmigiana con le melanzane arrostite non la servono manco in ospedale. Quella del fritto ovunque, dell’unto bisunto praticamente affogato è stata anche discussione con la dolce metà, che mi scansò dai fornelli con un “Tu non sai cucinare!” vedendomi mettere mezzo litro di olio in meno nelle zucchine per la pasta e aggiungere una goccina d’acqua per non farle attaccare. Da allora lui cucina e io vago per casa incomazzata dagli acidi grassi.

6. “Tanto ogghiu unni’ chiange”. Tanto non piange olio, quindi non serve. In Sicilia l’olio viene usato pure per cucinare le pietre, dunque è preziosissimo. Quando si rovescia sulla tavola si alzano tutti e trentacinque commensali. Qualcuno vi dirà perché porta sfortuna, in realtà perché lo compri dal vicino di casa in campagna e costa un occhio della testa, altro che quello in offerta al supermercato. Vedi punto sette.

7. L’olio non si compra al supermercato. Quando sei uno studente universitario fuori sede e fai il trasloco della dispensa, è immancabile la bottiglia di olio nuovo, quello comprato dal vicino, che ha il terreno confinante con il tuo e quattro ulivi contati e te lo ha passato in cambio di un rene, ma la genuinità si sa, ha un prezzo. Il paradosso dell’olio è che quando è appena fatto ha un color oliva torbido e sospetto e un sapore velenoso ma che divide il popolo siciliano biomaniaco, quelli che aspettano solo l’olio nuovo amarissimo per mangiarlo con il pane, rigorosamente da forno a legna fatto nei panifici di campagna, e quelli che usano solo l’olio vecchio, di colore e sapore compatibili con la vita umana (tra cui io). Unica cosa in comune: l’olio non si compra mai al supermercato, che chissà da dove viene, con quali olive l’hanno fatto, in quale secolo sono state raccolte, forse lo hanno tagliato con l’olio da motore!!! Il biokomplottismo in Sicilia è roba vecchia.

8. Rosticceria for breakfast. Avete presente la scena del film “Tre uomini e una gamba“? Quando alle otto Aldo si affaccia dalla finestra dicendo “Finisco la peperonata e scendo”? Quando qui si va a fare colazione al bar alle sette è normale trovare mezzo bancone pieno di dolci e uno e mezzo di rosticceria, sopratutto fritta, e credevo che fosse così in tutta Italia. I Musei Vaticani mi hanno fatto ricredere.
Una volta andai ai Musei Vaticani e poiché sono grandi mi consigliarono di comprare il pranzo e mangiarlo a metà visita. Dalle dieci in poi un siciliano già pensa al pranzo, quindi alle undici e un quarto anche in un bar di Roma chiedi la rosticceria a colpo sicuro.
Bar numero uno, solo insalata di riso.
Bar numero due, insalata di riso e panini.
Bar numero tre, insalata di riso, panini e pizzette.
IO: “Scusi, ma avete solo questo?” (tre banconi pieni)
Barista: “In che senso, signorina?”
IO: “La tavola calda non c’è? “
B:“Sì, sì, certo che c’è! L’insalata di riso!”
IO: (E me la metto in tasca l’insalata di riso?) “No, dico la rosticceria, non avete i calzoni, le arancine…” (già allora percepivo le iris con la carne una richiesta troppo avanzata)
B: “I calzoni? A quest’ora?” O_O
IO: “Eh ma sono già le undici passate!”
SILENZIO
B: “No signorina, c’avemo solo queRsto.”
Quante cose che si imparano andando al museo.

9. Le arancine fatte male. Parlare di Roma mi ha fatto venire in mente quella poesia di Trilussa, “Felicità”: “C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”
Quando ti alzi alle sette per andare a lezione con ben otto gradi fuori che ti tagliano la faccia, quando finalmente arriva la ricreazione oppure esci fuori da dieci ore di lezione all’università e rotoli sul treno che ti porta al paesello, quando arriva la pausa pranzo al lavoro, la felicità è a portata di mano. Piccola, economica, magica e fritta! E’ l’arancina, quella pallina cicciosa, oleosa e calda che t’arricria tutto già quando pensi di comprarla, fino a quando spazzoli l’ultimo boccone e ti penti di non averne comprate due, anche se qui sono così grandi che se ne mangi due finisci in coma. Pensata, bramata, agognata e poi finalmente conquistata e mangiata, dopo il mondo diventa a colori, rosa prosciutto, rosso sugo di carne e verde pisello. Deludere una simile aspettativa può causare un serio dissesto del bilancio di fine mese della rosticceria con picchi che potrebbero culminare in un 800A spray grande quanto tutta la vetrina.

10. Le arancine con il nome sbagliato. Le arancine sono femmine, come qui già detto qui, e basta. Purtroppo dalla parte orientale le chiamano con uno stridente nome maschile, molesto come un’unghiata sulla lavagna. La diatriba quando parte non si ferma più. Provate a leggere qualsiasi articolo sul cibo dove si scrive arancini o arancine, non importa che poi si parli delle balene nel Mediterraneo o degli ufo a Paparedda o delle balene di Paparedda che sorvolano il Mediterraneo a bordo di un disco volante, tutti i commenti sotto si catalizzeranno solo sul sesso delle arancine e sulle azzuffate con gli orientali. Io vi consiglio di crederci senza provare, rischiate di morirci di vecchiaia. Se li dovete ordinare indicateli con il dito e basta.

11. La pizza sfincione. Sempre parlando di incomprensioni culinarie lo sfincione non è una pizza e come per le arancine chiamate con la I a Palermo rischiate un serio linciaggio. E’ un materasso palermitano alto due dita e condito concentrato di pomodoro, cipolla e grascia, visto che quelli più buoni sono sempre quelli venduti dai carrettini costruiti dal nonno e mai puliti dalla nonna dell’ambulante che te lo porge. Decenni di batteri, olio e sputacchi hanno dato il loro contributo ad uno dei migliori street food del mondo, fatevene una ragione.

12. Il dizionario è sbagliato. Se chiedi la frutta di marzapane è sicuro che chiunque ti dirà che in Sicilia il marzapane non esiste, li puoi illuminare chiedendo della frutta martorana e ti porgeranno frutta mandorlosa a secchi. Idem per il pangrattato, il pangrattato non esiste, esiste solo la mollica, o meglio la muddìca.

13. Meglio un figlio satanista che vegano. Credo che caponata e frutta martorana a parte, in Sicilia non esista quasi nulla che non sia fatta con qualcosa che provenga da maiale, pecora o cavallo e sopratutto che non preveda un’innaffiata di pecorino o un’imbottitura di ricotta (solo di pecora). Essere vegano qui rende difficile la sopravvivenza e se non vuoi far morire di crepacuore tua nonna o tua madre è meglio che tu fugga di notte, in un esilio autoimposto, ma non so chi ti aiuterà quando sarai solo, senza amici né famiglia. Essere vegano condanna alla solitudine e all’esclusione da quasi tutte le occasioni mondane dei siciliani, prime fra tutte l’arrustuta di sasizza e pancetta di Pasquetta, del 25 aprile, del 1 maggio, del 2 giugno, di Ferragosto e di tutte le domeniche in cui non si sa cosa fare e qualcuno ha messo a disposizione la campagna, il garage o il balcone di casa.

14. Non mi piace la ricotta di pecora. E’ la variante del punto 13. E’ una rarità, ma esistono, quelli a cui non piace la ricotta di pecora. La pecora dovrebbe essere messa al posto della Medusa sulla bandiera della Trinacria e dichiarata sacra insieme al suo dono piu grande, il latte e la ricotta che ne deriva. Calda, fredda, dolce, salata o al forno è difficile scansarla ma di solito nessuno ha questa intenzione. Odiare la ricotta è come odiare la Nutella, chi dichiara una simile eresia viene visto con sospetto e diffidenza.

15. Mangiare con lentezza. Io e Giovanni siamo siciliani ma quando siamo a tavola la dolce Nespula sembra essere il figlio perduto di Flash Gordon cresciuto in Africa tra gli struzzi. Per fortuna gli opposti, anche quelli almeno un po’, si attraggono e quando mi siedo io la percezione del tempo collassa, sembra un quarto d’ora ma è un ora e un quarto. A tavola si parla e che ci sia una portata o cinque, si perde tempo, ci si rilassa e si fa decompressione, fino al caffé e all’ammazzacaffé. Con Giovanni che ha messo il giubbotto dal secondo secondo (non è l’eco). Pochi hanno capito che mangiare è un piacere quanto i Siciliani ma quando ce lo insegnavano Dolce Nespula era in bagno.

16. Mangiare con sveltezza una fattoria. La realtà a volte impone ritmi ben diversi e allora bisogna mangiare in un vero quarto d’ora (a volte ha ragione pure Dolce Nespula). Ma poiché sempre in Sicilia siamo e alla salute ci teniamo, non ci possiamo accontentare di un semplice piatto di pasta per tutto il pomeriggio, quindi in un quarto d’ora siamo capaci di spazzolarci tre portate più dolce e frutta. Giusto per non svenire al lavoro e reggere fino alla merenda.

17. Il pranzo della domenica non prima delle due. Invitare al pranzo della domenica per mezzogiorno o anche per l’una è maleducazione, che siamo in ospedale? E poi io devo fare un sacco di cose prima! La colazione alle nove, il break alle dieci e mezza, il secondo break alle dodici e mezza, tipo con il gelato, che prima è presto e ti ghiaccia la pancia e poooooi si fa il pranzo, cominciando ad un orario da cristiani, non prima delle due per finire non prima delle quattro. Eccheccaspita è domenica.

18. Bisogna sempre essere pronti per le emergenze. Per questo si fa tanta spesa e si cucina tanto. Potrebbe succedere di tutto e quel tutto succederà il giorno in cui non sarai pronta, come nella migliore versione della Legge di Murphy, quindi in realtà facciamo così per tenere lontana la sfortuna. Potrebbe venire la carestia oppure cadere un millimetro di neve a farci rimanere bloccati in casa perché se non vivi nell’entroterra dell’isola le uniche catene che hai al massimo sono sul cellulare. Mangiare tanto serve a tenere caldi o a dare qualcosa da consumare alle tue cellule nel tempo nelle vacche magre. Potremmo svenire mentre stiamo attraversando le strisce per il rotto della cuffia e morire, a Palermo gli automobilisti guardano il semaforo dei pedoni e partono quando diventa giallo, che tanto tra due minuti il loro diventa verde ed è lo stesso. Potrebbe arrivare un parente con tutti i suoi cinque figli con nuore e generi al seguito o un pullman pieno di turisti potrebbe fermarsi in panne davanti casa nostra e noi non si caccia mai nessuno e comunque stare insieme in allegria è sempre bello. Potresti incontrare degli amici in spiaggia ed invitarli a pranzo sotto l’ombrellone, per questo al mare ci si porta il tavolo con le seggiole e le teglie di anelletti al forno e anche se non incontri nessuno, il mare lo sanno tutti che fa venire una gran fame! 😀

19. Il piatto si lascia pulito. Per le emergenze, vedi punto 18 e per educazione. Se ti mettono mezzo chilo di pasta nel piatto te lo devi mangiare TUTTO perché è stato fatto apposta per te, perché nessuno vuole che tu abbia un calo di zuccheri davanti al semaforo e perché se parli con qualcuno devi sempre dire che c’era forse troppo ma mai troppo poco (mah). Ovviamente devi pure accettare il bis. Il tris puoi scansarlo solo dichiarando di voler lasciare spazio per una doppia porzione di dolce.

20. Però davanti all’ultimo cucchiaio… cominciano a scambiarsi complimenti da fidanzati del primo mese “Prendilo tu, no tu, io sono pieno, no prendilo tu” (in realtà lo vogliono tutti e due e quello che alla fine non si decide a prendere l’ultima mini porzione se ne pente. Io dico sempre sì.)

21. Il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Pure Montalbano se ne lamentava. Più di tutti gli arancini e le pizze sfincione ecco cosa fa partire l’embolo ad un siciliano, il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Se qualcuno vuol farvi lo scalpo con il cucchiaio non vi aiuterà NESSUNO. (e fanno bene)

22. La Terra gira intorno al Sole, la Sicilia intorno al Cibo. Qui in Sicilia si parla sempre di mangiare e si pensa al cibo di continuo. C’è chi arriva a lavoro alle nove e davanti alla macchinetta del caffé si sente chiedere “Che mangi a pranzo?”

Figlioli ricordatevi che si fa per ridere, è ovvio che non mangiamo la caponata ogni giorno a colazione e nemmeno i cannoli (anche se i turisti pensano di sì), ma se capita nessuno si sente sacrificato e di certo non è impensabile che possa capitare (io la caponata a colazione l’ho mangiata, però erano le undici U_U) 🙂

Se vuoi un consiglio su dove mangiare a Trapani a colpo sicuro ecco QUA
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La Festa dei Morti in Sicilia. Bambini coraggiosi a caccia dei doni dei morti si ingozzano di frutta nata dalle paranoie domestiche di un manipolo di suore.

La festa dei morti in Sicilia

‘In Sicilia i bambini non hanno paura dei morti. In Sicilia la morte ha la leggiadria di una pupa di zucchero, una ballerina di acqua e carie che non risparmia la sua man(molto) forte alla glassa sui taralli, il profumo delle mandorle e i colori della frutta martorana, ha la dolcezza rubino delle melagrane con il vino, fa il rumore dei giocattoli nuovi e ti emoziona con una caccia al tesoro. In casa sono venuti i morti.

Sparsi per il mondo vi sono bambini fortunati che ricevono doni il giorno di Natale. In Italia i bambini sono ancora più fortunati perché se fanno i buoni poi arriva pure la Befana a fare doni. Ma ai bimbi siciliani va ancora meglio, perché se dicono le preghiere e lasciano un po’ di cibo sul tavolo la notte tra l’1 e il 2 Novembre, nella loro casa verrà qualcuno mentre dormono, non Babbo Natale o la Befana, che quelli sono di tutti e a tutti pensano nello stesso modo, ma qualcuno venuto solo per loro, i nonni, una mamma o un papà che non ci sono più. Non passano la nottata in tante case piene di sconosciuti, ma visitano solo quella dei loro bambini cari, li vengono a trovare, gli danno baci e carezze, invisibili ai loro occhi chiusi. Poi prendono la cesta lasciata sotto il letto e la riempiono di regali, doni speciali, più amorevoli, pieni dell’affetto esclusivo di chi non c’è più ma ci sarebbe stato solo per loro. La morte non fa paura ai bambini siciliani, come possono farti paura il nonno o la nonna? Che poi da quella casa non se ne vogliono andare e prendono tempo per nascondere il cesto, immaginando divertiti la trepidante ricerca dei piccoli, è così che i nonni che non ci sono più giocano con i nipotini nel giorno in cui i due mondi si incontrano

Vorrei poter dire di essere stata una di quei bambini senza paura e aver vissuto così poeticamente questa ricorrenza. I bambini temono i cavalli alti, hanno paura del fuoco e non toccano i serpenti ma se i nonni vengono dall’Aldilà e portano dolci e regali va bene. Io la notte del due vivevo nel terrore. Da piccola salivo sui cavalli alti, ero piromane e quella sera immaginavo la casa piena di scheletrini, i nonni dai teschi sorridenti usciti dalla tomba con tanti regali venivano a casa nostra e facevano festa, si sedevano sul nostro letto ed erano contenti di vederci e starci vicino, erano buoni ma non riuscivo a dissociarli dalla loro materialità, anche da morti, e questo mi riempiva di terrore.

Il sonno però vinceva sulla paura perché io e mia sorella eravamo rimaste alzate a giocare fino a tardi, che tanto domani non c’era scuola, e senza accorgermene chiudevo gli occhi. Il giorno dopo lo sapevo che c’erano i regali e che ancora una volta i nonni me l’avevano fatta sotto il naso, erano stati lì, tutti e quattro, forse venuti tre minuti dopo l’ultima volta che avevo guardato la lucetta d’emergenza, quella che ti serve per trovare la strada in camera tua se ti scappa la pipì di notte, o se hai paura dei mostri che escono dai sogni e da sotto il letto, ma se li avessi visti che avrei fatto? avrei urlato, sarei stata immobile o avrei domandato? E chiedevo ‘Ma i nonni sono degli scheletri?’. Le ovvie risposte non convincevano ma tutte le perplessità scientifiche erano messe da parte con la caccia ai regali. Mi ricordo ancora un’enorme bambola bionda, con il vestito blu scuro pieno di fiori nascosta dietro al divano o la camicia da notte di pile rosa fragola dentro la casetta di Biancaneve, che ancora le stagioni di mezzo esistevano e si poteva provare subito. E la paura passava, tanto anche la notte era passata, gli scheletri erano ormai venuti e di sicuro i nonni erano buoni e anche se non li avevamo mai conosciuti loro a noi pensavano sempre. Quelli di Partinico portavano i taralli, biscottoni rotondi a treccia con la glassa bianca sopra e i “pupaccena“, le statuine cave di zucchero duro dipinto che duravano fino a Natale e cominciavi a rompere da dietro, per non rovinare il disegno, quelli di Locogrande portavano le melagrane da sgranare e mangiare con lo zucchero e il vino, e le castagne e le nocciole.

Dopo si usciva e si andava a ringraziare i nonni al cimitero, si portavano i fiori. Per strada allora si capiva che era novembre anche senza guardare il calendario, si calpestavano le foglie secche con le scarpe nuove, sempre e solo ballerine-nere-di vernice, e si raccoglievano quelle buone per fare i lavoretti a scuola e incollarle sul quaderno per scriverci sopra “E’arrivato l’Autunno“.

Appena rientravi a casa si giocava con i giochi nuovi e ci si ingozzava di frutta martorana, frutta finta dipinta, più bella di quella vera e più cicciosa dell’immaginabile. La frutta martorana non è altro che marzapane, una pasta di mandorle e zucchero inventata dagli Arabi, quelli di una volta, che amavano le cose belle, così buona e dolce da schiantarti il cuore, in tutti i sensi. Se cercate di comprarla qua però non chiedete il marzapane, nessuno sa cosa sia, chiedete la frutta martorana e vi porgeranno secchiate di fragole e lumache mandorlose. L’idea di farle a forma di frutta fu delle suore del convento benedettino fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana, vicino la Chiesa bizantina Santa Maria dell’Ammiraglio, detta pure lei la Martorana, a Palermo, perché doveva venire il papa e non c’è donna, con il velo e senza, che non vada in paranoia quando riceve ospiti in casa, figuriamoci se viene lui. La paranoia di quelle poverette fu il giardino senza frutti, “E come facciamo? come facciamo? Li facciamo finti ma che si possono mangiare e li appendiamo agli alberi!” Grande sorella, brava!

Se ci riuscite compratela dai privati, quella delle pasticcerie spesso è solo bellissima e carissima, fatevela fare da una nonna o da una parente che ancora vive in Sicilia, fatevela regalare da quel coinquilino siciliano emigrato nell’estero italiota per frequentare l’università, tanto lo so che sua madre e sua nonna gliela spediscono insieme ai barattoli di salsa fatta in casa, che quella comprata fa venire la gastrite.

Post in ritardo come al solito ma ero troppo impegnata a ritagliare figurine di carta velina per Halloween e mangiare frutta martorana portata dai nonni morti con mia nipote e insomma alla fine il post vale lo stesso su questo blog, sopratutto perché si parla di gozzoviglie e serate ciccione, tanto per cambiare.

Non so di dove siete voi che leggete ma questo è il periodo in cui Facebook ti si riempie di foto di gente in mostruosa maschera, progettata da due settimane, e links con tanto di giovane barbuto ‘Io dico sì a Gesù e no ad Halloween pagano‘. Peccato che venga tutto da lì, anche il nostro Giorno dei Morti, e che qui sia arrivata la versione cristianizzata, quindi lecita, ma con qualche modifica, i morti non sono spiriti dispettosi da tenere lontani con maschere e zucche mostruose ma sono buoni e tornano per dimostrarci affetto, non vai a “tuppuliare” casa casa per chiedere dolci ma li portano loro, sono visite attese, non scongiurate. Qui la Festa dei morti è davvero una festa, e tutti ma proprio tutti vanno a trovare i loro cari, almeno una volta l’anno, magari per alcuni è più un’occasione per mettersi la coscienza a posto e spettegolare e tutto è calmo e sereno oppure commovente ma non straziante.

Trovo molto poetico dedicare una giornata a chi non c’è più e viverlo con affetto, dedicarsi alla cucina, al gioco, alle visite e vivere tutto senza troppa tristezza ma come un momento di comunione, vicinanza e gratitudine e trasmetterlo ai bimbi come tale, anche se c’è chi lo trova scandaloso e di cattivo gusto. In realtà amo pure il nuovo Halloween, perché ogni occasione per mascherarsi è bella secondo me, ma anche questo desta scandalo e insomma fate come vi pare che ad ascoltare gli altri non si fa mai niente di bello.

Faccio come mia nipote che ha otto anni e ha capito tutto, festeggia l’evento orrorifico e quello tradizionale, come molti bambini qui in Sicilia, si veste da strega e non teme i morti e ora la casa non è invasa solo di mandorle ma pure di zucca, che mangiare solo dolci fa male!

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