Le stranezze dei siciliani a tavola

Questa foto è troppo bella e l'ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui "Se hai un problema aggiungi olio"  cucinamilitante.wordpress.com

Questa foto è troppo bella e l’ho presa dalla pagina bellissima di Donpasta, il gastrofilosofo per cui “Se hai un problema aggiungi olio” cucinamilitante.wordpress.com

“ENGLISH” VERSION PART ONE & PART TWO

Fonte ispiratrice di questo post è stata la Signora Mamma, che un bel giorno si mise a raddrizzare il pane messo sottosopra con un fremito di contrarietà maniacale degna del detective Monk quando vede i bottoni allacciati storti : ‘Questo non si mette rovesciato, il pane si mette dritto!
‘E perché?’
‘Perché sì!!!’
Che risposta è? Una risposta molto siciliana direi, non c’è una spiegazione, si fa così da tempo immemore e tu sciocco che chiedi, così fan tutti, è un mistero il perché ma chiedere non si fa.
A quella volta succedettero altre “raddrizzate” inspiegate e quando ne scoprii casualmente il motivo cominciai ad attenzionare tutte le stranezze sicule intorno a me, che quando mi metto a tavola mangio e siedo irradiata di beata ignoranza.

1. Il pane non si mette sottosopra. Perché è il corpo di Cristo. Non perché inspiegabilmente così non si fa, tutti lo sanno e anche tu devi saperlo anche se non sai perché. E nemmeno perché altrimenti cadono tutti i semini, come provò a glissare una volta la Signora Mamma (da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra).

2. Non si butta via niente. Visto che da noi il pane più gettonato ha il sesamo sopra e, o lo metti dritto o lo metti sottosopra, financo tu lo metta in bilico sul bordo del tavolo, ti ritrovi la tovaglia piena di semi e visto che i grissini sono sciccheria da ristorante, visto che un siciliano ha 23 ore su 24 in testa il cibo, visto che il tempo se lo deve passare mentre attende le portate, anche quando i grissini ci sono, visto che non si butta via niente, tutti, immancabilmente, come se avessero un tic, umettano la punta del dito indice e cominciano a puntarlo sui semini sparsi e a mangiarli, come degli uccellini smaniosi. Annuiscono, parlano a denti stretti e pic pic pic, si attaccano i semini al dito e se li portano tra i denti, sistema che consente anche la riumettatura automatica del polpastrello, come nei timbri autoinchiostranti.

3.Il pane a tavola c’è sempre. Con una portata o con dieci, perché come diceva mio padre ‘Ingrassate perché mangiate troppo e mangiate troppo perché mangiate senza pane. Il pane vi fa saziare, così mangiate meno e dimagrite’ (!!!!!!!!!!!). Se avete la panza sapete perché.

4. Ma non c’è mai l’acqua calda a tavola. Ci deve essere sempre l’acqua fredda in inverno, con i cubetti di ghiaccio in estate. L’espressione “temperatura ambiente” viene usata solo dai giardinieri.

5. Se non è fritto probabilmente fa male. La roba arrostita è ammessa solo nelle grandi mangiate in campagna o in terrazza o in balcone o nelle strade tra due isolati recintate dalle macchine. Una parmigiana con le melanzane arrostite non la servono manco in ospedale. Quella del fritto ovunque, dell’unto bisunto praticamente affogato è stata anche discussione con la dolce metà, che mi scansò dai fornelli con un “Tu non sai cucinare!” vedendomi mettere mezzo litro di olio in meno nelle zucchine per la pasta e aggiungere una goccina d’acqua per non farle attaccare. Da allora lui cucina e io vago per casa incomazzata dagli acidi grassi.

6. “Tanto ogghiu unni’ chiange”. Tanto non piange olio, quindi non serve. In Sicilia l’olio viene usato pure per cucinare le pietre, dunque è preziosissimo. Quando si rovescia sulla tavola si alzano tutti e trentacinque commensali. Qualcuno vi dirà perché porta sfortuna, in realtà perché lo compri dal vicino di casa in campagna e costa un occhio della testa, altro che quello in offerta al supermercato. Vedi punto sette.

7. L’olio non si compra al supermercato. Quando sei uno studente universitario fuori sede e fai il trasloco della dispensa, è immancabile la bottiglia di olio nuovo, quello comprato dal vicino, che ha il terreno confinante con il tuo e quattro ulivi contati e te lo ha passato in cambio di un rene, ma la genuinità si sa, ha un prezzo. Il paradosso dell’olio è che quando è appena fatto ha un color oliva torbido e sospetto e un sapore velenoso ma che divide il popolo siciliano biomaniaco, quelli che aspettano solo l’olio nuovo amarissimo per mangiarlo con il pane, rigorosamente da forno a legna fatto nei panifici di campagna, e quelli che usano solo l’olio vecchio, di colore e sapore compatibili con la vita umana (tra cui io). Unica cosa in comune: l’olio non si compra mai al supermercato, che chissà da dove viene, con quali olive l’hanno fatto, in quale secolo sono state raccolte, forse lo hanno tagliato con l’olio da motore!!! Il biokomplottismo in Sicilia è roba vecchia.

8. Rosticceria for breakfast. Avete presente la scena del film “Tre uomini e una gamba“? Quando alle otto Aldo si affaccia dalla finestra dicendo “Finisco la peperonata e scendo”? Quando qui si va a fare colazione al bar alle sette è normale trovare mezzo bancone pieno di dolci e uno e mezzo di rosticceria, sopratutto fritta, e credevo che fosse così in tutta Italia. I Musei Vaticani mi hanno fatto ricredere.
Una volta andai ai Musei Vaticani e poiché sono grandi mi consigliarono di comprare il pranzo e mangiarlo a metà visita. Dalle dieci in poi un siciliano già pensa al pranzo, quindi alle undici e un quarto anche in un bar di Roma chiedi la rosticceria a colpo sicuro.
Bar numero uno, solo insalata di riso.
Bar numero due, insalata di riso e panini.
Bar numero tre, insalata di riso, panini e pizzette.
IO: “Scusi, ma avete solo questo?” (tre banconi pieni)
Barista: “In che senso, signorina?”
IO: “La tavola calda non c’è? “
B:“Sì, sì, certo che c’è! L’insalata di riso!”
IO: (E me la metto in tasca l’insalata di riso?) “No, dico la rosticceria, non avete i calzoni, le arancine…” (già allora percepivo le iris con la carne una richiesta troppo avanzata)
B: “I calzoni? A quest’ora?” O_O
IO: “Eh ma sono già le undici passate!”
SILENZIO
B: “No signorina, c’avemo solo queRsto.”
Quante cose che si imparano andando al museo.

9. Le arancine fatte male. Parlare di Roma mi ha fatto venire in mente quella poesia di Trilussa, “Felicità”: “C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”
Quando ti alzi alle sette per andare a lezione con ben otto gradi fuori che ti tagliano la faccia, quando finalmente arriva la ricreazione oppure esci fuori da dieci ore di lezione all’università e rotoli sul treno che ti porta al paesello, quando arriva la pausa pranzo al lavoro, la felicità è a portata di mano. Piccola, economica, magica e fritta! E’ l’arancina, quella pallina cicciosa, oleosa e calda che t’arricria tutto già quando pensi di comprarla, fino a quando spazzoli l’ultimo boccone e ti penti di non averne comprate due, anche se qui sono così grandi che se ne mangi due finisci in coma. Pensata, bramata, agognata e poi finalmente conquistata e mangiata, dopo il mondo diventa a colori, rosa prosciutto, rosso sugo di carne e verde pisello. Deludere una simile aspettativa può causare un serio dissesto del bilancio di fine mese della rosticceria con picchi che potrebbero culminare in un 800A spray grande quanto tutta la vetrina.

10. Le arancine con il nome sbagliato. Le arancine sono femmine, come qui già detto qui, e basta. Purtroppo dalla parte orientale le chiamano con uno stridente nome maschile, molesto come un’unghiata sulla lavagna. La diatriba quando parte non si ferma più. Provate a leggere qualsiasi articolo sul cibo dove si scrive arancini o arancine, non importa che poi si parli delle balene nel Mediterraneo o degli ufo a Paparedda o delle balene di Paparedda che sorvolano il Mediterraneo a bordo di un disco volante, tutti i commenti sotto si catalizzeranno solo sul sesso delle arancine e sulle azzuffate con gli orientali. Io vi consiglio di crederci senza provare, rischiate di morirci di vecchiaia. Se li dovete ordinare indicateli con il dito e basta.

11. La pizza sfincione. Sempre parlando di incomprensioni culinarie lo sfincione non è una pizza e come per le arancine chiamate con la I a Palermo rischiate un serio linciaggio. E’ un materasso palermitano alto due dita e condito concentrato di pomodoro, cipolla e grascia, visto che quelli più buoni sono sempre quelli venduti dai carrettini costruiti dal nonno e mai puliti dalla nonna dell’ambulante che te lo porge. Decenni di batteri, olio e sputacchi hanno dato il loro contributo ad uno dei migliori street food del mondo, fatevene una ragione.

12. Il dizionario è sbagliato. Se chiedi la frutta di marzapane è sicuro che chiunque ti dirà che in Sicilia il marzapane non esiste, li puoi illuminare chiedendo della frutta martorana e ti porgeranno frutta mandorlosa a secchi. Idem per il pangrattato, il pangrattato non esiste, esiste solo la mollica, o meglio la muddìca.

13. Meglio un figlio satanista che vegano. Credo che caponata e frutta martorana a parte, in Sicilia non esista quasi nulla che non sia fatta con qualcosa che provenga da maiale, pecora o cavallo e sopratutto che non preveda un’innaffiata di pecorino o un’imbottitura di ricotta (solo di pecora). Essere vegano qui rende difficile la sopravvivenza e se non vuoi far morire di crepacuore tua nonna o tua madre è meglio che tu fugga di notte, in un esilio autoimposto, ma non so chi ti aiuterà quando sarai solo, senza amici né famiglia. Essere vegano condanna alla solitudine e all’esclusione da quasi tutte le occasioni mondane dei siciliani, prime fra tutte l’arrustuta di sasizza e pancetta di Pasquetta, del 25 aprile, del 1 maggio, del 2 giugno, di Ferragosto e di tutte le domeniche in cui non si sa cosa fare e qualcuno ha messo a disposizione la campagna, il garage o il balcone di casa.

14. Non mi piace la ricotta di pecora. E’ la variante del punto 13. E’ una rarità, ma esistono, quelli a cui non piace la ricotta di pecora. La pecora dovrebbe essere messa al posto della Medusa sulla bandiera della Trinacria e dichiarata sacra insieme al suo dono piu grande, il latte e la ricotta che ne deriva. Calda, fredda, dolce, salata o al forno è difficile scansarla ma di solito nessuno ha questa intenzione. Odiare la ricotta è come odiare la Nutella, chi dichiara una simile eresia viene visto con sospetto e diffidenza.

15. Mangiare con lentezza. Io e Giovanni siamo siciliani ma quando siamo a tavola la dolce Nespula sembra essere il figlio perduto di Flash Gordon cresciuto in Africa tra gli struzzi. Per fortuna gli opposti, anche quelli almeno un po’, si attraggono e quando mi siedo io la percezione del tempo collassa, sembra un quarto d’ora ma è un ora e un quarto. A tavola si parla e che ci sia una portata o cinque, si perde tempo, ci si rilassa e si fa decompressione, fino al caffé e all’ammazzacaffé. Con Giovanni che ha messo il giubbotto dal secondo secondo (non è l’eco). Pochi hanno capito che mangiare è un piacere quanto i Siciliani ma quando ce lo insegnavano Dolce Nespula era in bagno.

16. Mangiare con sveltezza una fattoria. La realtà a volte impone ritmi ben diversi e allora bisogna mangiare in un vero quarto d’ora (a volte ha ragione pure Dolce Nespula). Ma poiché sempre in Sicilia siamo e alla salute ci teniamo, non ci possiamo accontentare di un semplice piatto di pasta per tutto il pomeriggio, quindi in un quarto d’ora siamo capaci di spazzolarci tre portate più dolce e frutta. Giusto per non svenire al lavoro e reggere fino alla merenda.

17. Il pranzo della domenica non prima delle due. Invitare al pranzo della domenica per mezzogiorno o anche per l’una è maleducazione, che siamo in ospedale? E poi io devo fare un sacco di cose prima! La colazione alle nove, il break alle dieci e mezza, il secondo break alle dodici e mezza, tipo con il gelato, che prima è presto e ti ghiaccia la pancia e poooooi si fa il pranzo, cominciando ad un orario da cristiani, non prima delle due per finire non prima delle quattro. Eccheccaspita è domenica.

18. Bisogna sempre essere pronti per le emergenze. Per questo si fa tanta spesa e si cucina tanto. Potrebbe succedere di tutto e quel tutto succederà il giorno in cui non sarai pronta, come nella migliore versione della Legge di Murphy, quindi in realtà facciamo così per tenere lontana la sfortuna. Potrebbe venire la carestia oppure cadere un millimetro di neve a farci rimanere bloccati in casa perché se non vivi nell’entroterra dell’isola le uniche catene che hai al massimo sono sul cellulare. Mangiare tanto serve a tenere caldi o a dare qualcosa da consumare alle tue cellule nel tempo nelle vacche magre. Potremmo svenire mentre stiamo attraversando le strisce per il rotto della cuffia e morire, a Palermo gli automobilisti guardano il semaforo dei pedoni e partono quando diventa giallo, che tanto tra due minuti il loro diventa verde ed è lo stesso. Potrebbe arrivare un parente con tutti i suoi cinque figli con nuore e generi al seguito o un pullman pieno di turisti potrebbe fermarsi in panne davanti casa nostra e noi non si caccia mai nessuno e comunque stare insieme in allegria è sempre bello. Potresti incontrare degli amici in spiaggia ed invitarli a pranzo sotto l’ombrellone, per questo al mare ci si porta il tavolo con le seggiole e le teglie di anelletti al forno e anche se non incontri nessuno, il mare lo sanno tutti che fa venire una gran fame! 😀

19. Il piatto si lascia pulito. Per le emergenze, vedi punto 18 e per educazione. Se ti mettono mezzo chilo di pasta nel piatto te lo devi mangiare TUTTO perché è stato fatto apposta per te, perché nessuno vuole che tu abbia un calo di zuccheri davanti al semaforo e perché se parli con qualcuno devi sempre dire che c’era forse troppo ma mai troppo poco (mah). Ovviamente devi pure accettare il bis. Il tris puoi scansarlo solo dichiarando di voler lasciare spazio per una doppia porzione di dolce.

20. Però davanti all’ultimo cucchiaio… cominciano a scambiarsi complimenti da fidanzati del primo mese “Prendilo tu, no tu, io sono pieno, no prendilo tu” (in realtà lo vogliono tutti e due e quello che alla fine non si decide a prendere l’ultima mini porzione se ne pente. Io dico sempre sì.)

21. Il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Pure Montalbano se ne lamentava. Più di tutti gli arancini e le pizze sfincione ecco cosa fa partire l’embolo ad un siciliano, il formaggio sulla pasta ai frutti di mare. Se qualcuno vuol farvi lo scalpo con il cucchiaio non vi aiuterà NESSUNO. (e fanno bene)

22. La Terra gira intorno al Sole, la Sicilia intorno al Cibo. Qui in Sicilia si parla sempre di mangiare e si pensa al cibo di continuo. C’è chi arriva a lavoro alle nove e davanti alla macchinetta del caffé si sente chiedere “Che mangi a pranzo?”

Figlioli ricordatevi che si fa per ridere, è ovvio che non mangiamo la caponata ogni giorno a colazione e nemmeno i cannoli (anche se i turisti pensano di sì), ma se capita nessuno si sente sacrificato e di certo non è impensabile che possa capitare (io la caponata a colazione l’ho mangiata, però erano le undici U_U) 🙂

Se vuoi un consiglio su dove mangiare a Trapani a colpo sicuro ecco QUA
Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com
Se vuoi dormire al Belveliero e puoi scrivere a : bebilveliero@gmail.com (aggiungi la parola d’ordine FIORE nella email! 😉

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