La Festa dei Morti in Sicilia. Bambini coraggiosi a caccia dei doni dei morti si ingozzano di frutta nata dalle paranoie domestiche di un manipolo di suore.

La festa dei morti in Sicilia

‘In Sicilia i bambini non hanno paura dei morti. In Sicilia la morte ha la leggiadria di una pupa di zucchero, una ballerina di acqua e carie che non risparmia la sua man(molto) forte alla glassa sui taralli, il profumo delle mandorle e i colori della frutta martorana, ha la dolcezza rubino delle melagrane con il vino, fa il rumore dei giocattoli nuovi e ti emoziona con una caccia al tesoro. In casa sono venuti i morti.

Sparsi per il mondo vi sono bambini fortunati che ricevono doni il giorno di Natale. In Italia i bambini sono ancora più fortunati perché se fanno i buoni poi arriva pure la Befana a fare doni. Ma ai bimbi siciliani va ancora meglio, perché se dicono le preghiere e lasciano un po’ di cibo sul tavolo la notte tra l’1 e il 2 Novembre, nella loro casa verrà qualcuno mentre dormono, non Babbo Natale o la Befana, che quelli sono di tutti e a tutti pensano nello stesso modo, ma qualcuno venuto solo per loro, i nonni, una mamma o un papà che non ci sono più. Non passano la nottata in tante case piene di sconosciuti, ma visitano solo quella dei loro bambini cari, li vengono a trovare, gli danno baci e carezze, invisibili ai loro occhi chiusi. Poi prendono la cesta lasciata sotto il letto e la riempiono di regali, doni speciali, più amorevoli, pieni dell’affetto esclusivo di chi non c’è più ma ci sarebbe stato solo per loro. La morte non fa paura ai bambini siciliani, come possono farti paura il nonno o la nonna? Che poi da quella casa non se ne vogliono andare e prendono tempo per nascondere il cesto, immaginando divertiti la trepidante ricerca dei piccoli, è così che i nonni che non ci sono più giocano con i nipotini nel giorno in cui i due mondi si incontrano

Vorrei poter dire di essere stata una di quei bambini senza paura e aver vissuto così poeticamente questa ricorrenza. I bambini temono i cavalli alti, hanno paura del fuoco e non toccano i serpenti ma se i nonni vengono dall’Aldilà e portano dolci e regali va bene. Io la notte del due vivevo nel terrore. Da piccola salivo sui cavalli alti, ero piromane e quella sera immaginavo la casa piena di scheletrini, i nonni dai teschi sorridenti usciti dalla tomba con tanti regali venivano a casa nostra e facevano festa, si sedevano sul nostro letto ed erano contenti di vederci e starci vicino, erano buoni ma non riuscivo a dissociarli dalla loro materialità, anche da morti, e questo mi riempiva di terrore.

Il sonno però vinceva sulla paura perché io e mia sorella eravamo rimaste alzate a giocare fino a tardi, che tanto domani non c’era scuola, e senza accorgermene chiudevo gli occhi. Il giorno dopo lo sapevo che c’erano i regali e che ancora una volta i nonni me l’avevano fatta sotto il naso, erano stati lì, tutti e quattro, forse venuti tre minuti dopo l’ultima volta che avevo guardato la lucetta d’emergenza, quella che ti serve per trovare la strada in camera tua se ti scappa la pipì di notte, o se hai paura dei mostri che escono dai sogni e da sotto il letto, ma se li avessi visti che avrei fatto? avrei urlato, sarei stata immobile o avrei domandato? E chiedevo ‘Ma i nonni sono degli scheletri?’. Le ovvie risposte non convincevano ma tutte le perplessità scientifiche erano messe da parte con la caccia ai regali. Mi ricordo ancora un’enorme bambola bionda, con il vestito blu scuro pieno di fiori nascosta dietro al divano o la camicia da notte di pile rosa fragola dentro la casetta di Biancaneve, che ancora le stagioni di mezzo esistevano e si poteva provare subito. E la paura passava, tanto anche la notte era passata, gli scheletri erano ormai venuti e di sicuro i nonni erano buoni e anche se non li avevamo mai conosciuti loro a noi pensavano sempre. Quelli di Partinico portavano i taralli, biscottoni rotondi a treccia con la glassa bianca sopra e i “pupaccena“, le statuine cave di zucchero duro dipinto che duravano fino a Natale e cominciavi a rompere da dietro, per non rovinare il disegno, quelli di Locogrande portavano le melagrane da sgranare e mangiare con lo zucchero e il vino, e le castagne e le nocciole.

Dopo si usciva e si andava a ringraziare i nonni al cimitero, si portavano i fiori. Per strada allora si capiva che era novembre anche senza guardare il calendario, si calpestavano le foglie secche con le scarpe nuove, sempre e solo ballerine-nere-di vernice, e si raccoglievano quelle buone per fare i lavoretti a scuola e incollarle sul quaderno per scriverci sopra “E’arrivato l’Autunno“.

Appena rientravi a casa si giocava con i giochi nuovi e ci si ingozzava di frutta martorana, frutta finta dipinta, più bella di quella vera e più cicciosa dell’immaginabile. La frutta martorana non è altro che marzapane, una pasta di mandorle e zucchero inventata dagli Arabi, quelli di una volta, che amavano le cose belle, così buona e dolce da schiantarti il cuore, in tutti i sensi. Se cercate di comprarla qua però non chiedete il marzapane, nessuno sa cosa sia, chiedete la frutta martorana e vi porgeranno secchiate di fragole e lumache mandorlose. L’idea di farle a forma di frutta fu delle suore del convento benedettino fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana, vicino la Chiesa bizantina Santa Maria dell’Ammiraglio, detta pure lei la Martorana, a Palermo, perché doveva venire il papa e non c’è donna, con il velo e senza, che non vada in paranoia quando riceve ospiti in casa, figuriamoci se viene lui. La paranoia di quelle poverette fu il giardino senza frutti, “E come facciamo? come facciamo? Li facciamo finti ma che si possono mangiare e li appendiamo agli alberi!” Grande sorella, brava!

Se ci riuscite compratela dai privati, quella delle pasticcerie spesso è solo bellissima e carissima, fatevela fare da una nonna o da una parente che ancora vive in Sicilia, fatevela regalare da quel coinquilino siciliano emigrato nell’estero italiota per frequentare l’università, tanto lo so che sua madre e sua nonna gliela spediscono insieme ai barattoli di salsa fatta in casa, che quella comprata fa venire la gastrite.

Post in ritardo come al solito ma ero troppo impegnata a ritagliare figurine di carta velina per Halloween e mangiare frutta martorana portata dai nonni morti con mia nipote e insomma alla fine il post vale lo stesso su questo blog, sopratutto perché si parla di gozzoviglie e serate ciccione, tanto per cambiare.

Non so di dove siete voi che leggete ma questo è il periodo in cui Facebook ti si riempie di foto di gente in mostruosa maschera, progettata da due settimane, e links con tanto di giovane barbuto ‘Io dico sì a Gesù e no ad Halloween pagano‘. Peccato che venga tutto da lì, anche il nostro Giorno dei Morti, e che qui sia arrivata la versione cristianizzata, quindi lecita, ma con qualche modifica, i morti non sono spiriti dispettosi da tenere lontani con maschere e zucche mostruose ma sono buoni e tornano per dimostrarci affetto, non vai a “tuppuliare” casa casa per chiedere dolci ma li portano loro, sono visite attese, non scongiurate. Qui la Festa dei morti è davvero una festa, e tutti ma proprio tutti vanno a trovare i loro cari, almeno una volta l’anno, magari per alcuni è più un’occasione per mettersi la coscienza a posto e spettegolare e tutto è calmo e sereno oppure commovente ma non straziante.

Trovo molto poetico dedicare una giornata a chi non c’è più e viverlo con affetto, dedicarsi alla cucina, al gioco, alle visite e vivere tutto senza troppa tristezza ma come un momento di comunione, vicinanza e gratitudine e trasmetterlo ai bimbi come tale, anche se c’è chi lo trova scandaloso e di cattivo gusto. In realtà amo pure il nuovo Halloween, perché ogni occasione per mascherarsi è bella secondo me, ma anche questo desta scandalo e insomma fate come vi pare che ad ascoltare gli altri non si fa mai niente di bello.

Faccio come mia nipote che ha otto anni e ha capito tutto, festeggia l’evento orrorifico e quello tradizionale, come molti bambini qui in Sicilia, si veste da strega e non teme i morti e ora la casa non è invasa solo di mandorle ma pure di zucca, che mangiare solo dolci fa male!

Se vuoi darmi dei suggerimenti o chiedermi qualcosa sull’articolo, puoi scrivermi a :fioredinespula@gmail.com
Se vuoi dormire al Belveliero e puoi scrivere a : bebilveliero@gmail.com (aggiungi la parola d’ordine FIORE nella email! 😉 )

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